American Sniper, l’eterno ritorno della guerra

 

L’ultimo grande film di Clint Eastwood si apre con un tank pronto a ridurre in polvere le macerie, sparse per strada, di una città irachena già ridotta a un mero fantasma di se stessa. Con la leggerezza di un elefante di acciaio, l’America, per mezzo delle sue truppe, si sostituisce alla Natura nel riportare ad una condizione di cenere alla cenere, polvere alla polvere la sua terra di conquista. E nell’ultima parte del film ambientata in Iraq, una tempesta di sabbia di gigantesche proporzioni seppellisce il cadavere del cecchino siriano, assieme a tutte le spettrali e svuotate strade della città, in una delle quali si trova, caduto a terra, il fucile di precisione di Chris Kyle (Bradley Cooper) dopo la difficoltosa fuga dall’edificio assediato dagli iracheni, in cui si erano arroccati i soldati americani per portare a termine la missione ed eliminare il cecchino. Persa per sempre, sepolta dalla sabbia irachena al fianco del fucile, c’è anche la sua Bibbia.

La Natura si sostituisce all’Uomo dopo che quest’ultimo aveva preso il suo posto. Un ribaltamento di ordini, salvo il ricostituirsi di un ordine originario.

La grandezza di un film, ai giorni nostri, sta nel non dare tutte le risposte, nel non chiarificare totalmente la propria posizione. Un film interamente schierato politicamente o eticamente, popolato da personaggi bidimensionali e senza sfaccettature, è auto-conclusivo. Difficilmente, in tal caso, una seconda visione può produrre nello spettatore un’opinione diversa.

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In American Sniper, dietro alle convinzioni di un soldato nei confronti di una guerra che lui stesso reputa “giusta” e “fondamentale” per difendere il suo paese dalla minaccia islamica, si cela (in maniera anche palese) la guerra personale che un uomo affronta con se stesso e con i precetti imposti da altri (il padre, le istituzioni, i media) e che ne hanno plasmato il modo di pensare e di vedere il mondo. Citando Eastwood, la Guerra è davvero insita nel DNA dell’Uomo? Il confine tra Natura Umana e Sovrastruttura è ancora identificabile? Impossibile dare una risposta.

 

Questa duplicità è anche insita nel Cinema stesso, arma a doppio taglio.

Il regista ottantaquattrenne è cresciuto con i war-movies degli anni ’30 e ’40, che ai tempi erano una subdola e subliminale chiamata all’arruolamento (prima della guerra e durante la guerra), e per certi aspetti anche l’Eastwood di American Sniper funge da zio Sam (ci assomiglia pure!), ma sarebbe davvero limitante ridurre un film di tale importanza a questa semplice e facile classificazione, perché, scavando e scavando, il film è tutt’altro.

Se non chiara e cristallina, la critica alla politica americana è rintracciabile in più occasioni in American Sniper. La guerra, soprattutto quella in Iraq, è sbagliata per Eastwood, e solo perché il protagonista del suo film crede in essa ciò non vuol dire che rispecchi anche la posizione del regista (a tal proposito v’invitiamo a leggere Clint Eastwood, l’inutile lezione della guerra, l’illuminante articolo-intervista pubblicato da Il Manifesto).

Nel film c’è una scena che esemplifica alla perfezione tutto ciò: Taya (Sienna Miller), mentre allatta al seno, piange e si lamenta con Chris della sua assenza (sia quando è in guerra sia quando torna a casa) perché non è lì con lei ad allevare i due figli, e lui le si avvicina e stacca la bambina dalla mammella della madre.

 

Lei rappresenta la semplice nutrice della prossima generazione di figli da mandare al massacro in guerra e di figlie, a cui, una volta cresciute, spetta lo stesso destino delle madri. Impossibile non pensare alla locandina di Intolerance (1916) di D. W. Griffith o alla celeberrima scena della culla, oppure al romanzo Queste mille colline (1956) di A. B. Guthrie Jr. quando viene sottratto alla madre, per essere mangiato, il vitellino appena nato.

Quello della Storia dell’Uomo è davvero un cerchio infinito, che una volta chiuso si riapre subito, fino alla fine dei giorni, fino a quell’Apocalisse di cui parla Giovanni nella Bibbia, che Chris porta sempre con sé come un totem, e che già da bambino era presente sulla sua scrivania, accanto ai soldatini di piombo, presagio di un futuro già scritto.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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