Vero Cinema – Vizio di Forma

L’ULTIMO DEI ROMANTICI
di Gabriele Barducci

Ancor prima di essere un thriller, Vizio di Forma è un racconto di un uomo, Larry “Doc” Sportello, investigatore privato e ultimo dei romantici.
Ambientato negli anni ’70 e perso nei fumi e nelle luci di quegli anni, Paul Thomas Anderson racconta la storia di un uomo in pena d’amore, anche se non lo mostra apertamente. La sua Shasta, l’ha lasciato per andare con un altro. Felici, luminosi e dolci sono i flashback in cui vediamo i due insieme, una coppia perfetta, una coppia da essere sempre con il sorriso sul volto, ma ora lei non c’è più.
Ritornerà solo per chiedergli un favore e tra una (possibile) allucinazione, un attacco di panico e di paranoia, le tinte thriller sono anch’esse narrate attraverso lenti, luci e fumi particolari. Tutto questo è vero o è solo un’allucinazione di Doc per rispondere al suo mal d’amore?
La camera è centrale sì nel personaggio di Doc, ma ancor di più quando sullo schermo ci sarà Shasta: Doc diverrà secondario, sfocato, il vero traino narrativo è lei, Shasta, che quando la vediamo con il suo visto teso, serio, capiamo il dolore di Doc per averla persa, ma nasconde in ogni, raro, sorriso, tutto il rimpianto di un passato reale che ha reso felici entrambi ma che ora non c’è più.

“Questo non vuol dire che torniamo insieme”.

 

SMARRIRSI E RITROVARSI
di Simone Tarditi

“Let’s get lost, lost in each other’s arms
Let’s get lost, let them send out alarms
And though they’ll think us rather rude
Let’s tell the world we’re in that crazy mood”
(Chet Baker, Let’s get lost)

Vizio di Forma era un romanzo praticamente impossibile da trasporre su pellicola (materiale di cui Paul Thomas Anderson è uno degli ultimi paladini assieme a Bennett Miller, Christopher Nolan e Quentin Tarantino nella battaglia contro il digitale), e non solo il regista è riuscito nell’impresa, ma ha regalato a tutti noi un brandello di epoca che mai più tornerà: l’era di mezzo tra la fine dei 60s e l’inizio dei 70s: il 1970 a Los Angeles. Perdersi dentro ad un film di Paul Thomas Anderson è un’abitudine, un vizio. Il vizio di fare Cinema, la voglia di fare del Vero Cinema. Che le coordinate della narrazione classica americana siano diventate uno stereotipo è una certezza ed è un processo che va avanti da decenni, chi si vuole allontanare da tutto ciò rischia di essere frainteso nelle intenzioni e nel risultato finale. È normale rimanere disorientati dentro gli arzigogolati universi dipinti da Paul Thomas Anderson (The Master era chiaro manifesto della nuova cifra stilistica raggiunta dal regista). L’invito è quello di perdersi nel mosaico volutamente indecifrabile del vuoto provocato da un amore finito (le detective stories in cui si trova coinvolto Larry “Doc” Sportello, uno splendido Joaquin Phoenix, sono assolutamente secondarie). Vizio di Forma parla di questo. Doc è sì un hippie strafumato e paranoico, ma è anche un uomo che ha perduto l’amore più grande della sua vita e il cui spettro (Shasta) compare e scompare, esiste e si smaterializza nell’arco di istanti di tempo, scollegati dal presente e facenti sempre ritorno in una terra desolata di ricordi.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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