Snowpiercer, un manifesto di propaganda politica

Se a due anni di distanza dall’uscita in sala ancora si discute di quel film, allora le questioni sono due: o ci troviamo davanti ad una nullità multi premiata agli Academy Awards oppure ad una pellicola che può vantare l’appellativo di Vero Cinema.
E quest’ultimo caso è il destino di Snowpiercer (설국열차, 2013), primo film in lingua inglese del regista sud-coreano Bong Joon-ho, autore in precedenza di film con la “f” maiuscola quali The Host e Memories of Murder.
Nel caso non conosciate la trama, eccovi servito un assaggio.

Anno 2031. Il nostro pianeta è dominato dal gelo.
Gli unici superstiti alloggiano all’interno dello Snowpiercer, un treno a motore perpetuo che percorre l’intero globo, un microcosmo suddiviso in classi sociali dove in testa troviamo i più ricchi, avvolti da ogni genere di lusso, e nei binari di coda i poveri che tramano una rivoluzione col fine di prendere il controllo del treno.

Snowpiercer è uno di quei film che rende felice ogni cinefilo, sia per l’innegabile maestria tecnica del regista, sia per quei fotogrammi memorabili che andrebbero incorniciati ed esposti ad una mostra d’arte, sia per il cast ricco e variopinto (un Chris Evans mai così presente in scena, una Tilda Swinton come sempre trasformista ed un Song Kang-ho da brividi).

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Ma se nella rocambolesca corsa verso la conquista della locomotiva abbiamo prestato maggior attenzione alle scene di lotta ed ai pochi dialoghi rivelatori di macabre verità, in questa sede ci concentreremo sulla vera anima di Snowpiercer, che il regista ha intelligentemente posto in penombra, incuriosendo non tanto gli amanti del genere fantascientifico, ma quanto più i veri fan di Bong Joon-ho che sanno bene quanto egli ami ed odi la sua madre patria e di come non sprechi mai l’occasione, nei suoi film, di condannare istituzioni politiche e sociali che non funzionano a dovere.
E per quanto la pellicola si basi sulla serie di fumetti francese Le Transperceneige, sappiatelo, il film è coreano fino al midollo.

Oltre alle note metafore della carpa e dell’orso, Bong Joon-ho ci presenta un manifesto di propaganda politica che evidenzia una realtà tuttora presente in Corea, ma che ha radici nel passato.

Snowpiercer è la prova di come la Corea ha risentito dei condizionamenti forzati da parte del regime comunista autoritario. Ma vediamo ora di fare chiarezza su ciò.

  • Il personaggio di Wilford, interpretato da Ed Harris, viene chiamato più volte nel corso del film da parte dei suoi seguaci con gli appellativi “grande” e “misericordioso”, che inevitabilmente rimandano alla figura di Kim Il-sung, dittatore comunista nord-coreano dal 1948 ai primi anni ’90, che ufficialmente si faceva chiamare il “Grande Leader”.

 

  • La bizzarra scena del vagone-scuola nella quale i bambini cantano ed elogiano in coro la grandezza e bontà di Wilford, è un chiaro riferimento all’indottrinamento attraverso il culto della personalità, adottato in passato dal dittatore Kim Il-sung e dai suoi successori.

 

  • I biglietti rossi fatti arrivare a Curtis (Chris Evans) al fine di guidarlo nella sua rivoluzione, richiamano il Libretto Rosso di Mao Tse-tung, simbolo del Partito Comunista Cinese degli anni ’40 e voce del culto della personalità.

 

  • Se per gran parte della durata di film si rimarca pesantemente la netta divisione fra binari di coda e testa del treno, il discorso finale di Wilford sovverte quella convinzione, facendo notare a Curtis ed a noi spettatori che il treno è uno solo e come tale ogni abitante al suo interno è parte di un grande disegno, di un unico corpo che nella realtà è la Corea.

Infatti solamente noi occidentali consideriamo la Corea come uno stato diviso in due, ma per quanto le differenze fra nord e sud siano evidenti, i coreani parlano sempre e solo di un’unica Corea e di quanto desiderino cancellare quella linea di demarcazione e riunificare le loro terre.

Nonostante tutto ciò, il regista non prende alcuna posizione politica e ci lascia ad un finale aperto in cui non vi è una spiegazione corretta ed una no.
C’è da dire però che se prima il treno ad alta velocità rappresentava la vita frenetica di noi umani consumati dai nostri obblighi e doveri tanto da non prestare attenzione a chi ci sta alle spalle, ora i passi da compiere per costruirci un futuro sono decisamente più lenti, ostacolati da quella neve che altro non è che la conseguenza di anni ed anni di errori. Non ci resta che andare avanti.

 

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Angelica Lorenzon

Angelica Lorenzon

"I know everything, everything but myself."
- François Villon
Angelica Lorenzon

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