True Story, vestire la pelle di un’altra persona

La PLAN B di Brad Pitt produce True Story, che potrebbe essere benissimo un figlio minore nella filmografia di Bennett Miller (forti ed evidenti analogie possono essere rintracciate con Capote) o di David Fincher, ma che è invece la prima e riuscitissima regia di Rupert Goold, anche sceneggiatore.
Nell’Oregon, una madre e le sue tre figlie sono state uccise, il marito Chris (James Franco) viene catturato in Messico e, dopo essere stato rimpatriato, viene raggiunto in carcere da Michael Finkel (Jonah Hill), un ex-reporter del New York Times. I fatti sono realmente avvenuti, il titolo non è scelto a caso: è una storia vera.

Se la breve sinossi non getta, di per sé, le basi per qualcosa di innovativo, interviene in tal senso la causa che unisce questi due individui: Chris, l’omicida, durante la fuga, si spaccia per Michael, il giornalista.

Assumere l’identità dell’altro è il tema principale di True Story.

Attraverso le visite in carcere, si assiste ad un progressivo scivolamento di Chris in Michael e di Michael in Chris, con un continuo scambio alla pari. Avviene in Michael quello che potremmo definire un transfert, più o meno inconscio, e in Chris un narcisistico bisogno di essere oggetto di attenzione, ma anche di prendersi cura di qualcuno.
È attraverso le lunghe chiacchierate, il ripensare all’altro, il leggere e rileggere ciò che l’altro ha scritto che avviene la contaminazione tra i due individui, in un processo di perdita di chi si è e dell’appropriazione di un nuovo sé.

Si passa per Sigmund Freud per arrivare Carl Gustav Jung, quando Michael vuole credere a tutti i costi in una connessione spirituale tra lui e Chris.
Entrando in contatto con una vita diversa dalla propria, per entrambi scivola in secondo piano la gravità del gesto compiuto (l’assassinio). La scintilla scatenante del loro incontro è costituita dal pluriomicidio, ma quando affrontano il tema della morte sembra quasi che parlino di qualcosa distante da loro, quasi irreale, forse addirittura inventato. Solo il processo vero e proprio, all’interno dell’aula del tribunale, mostra e racconta cos’è davvero successo, fa riaffiorare l’efferatezza dell’atto compiuto e restituisce la brutalità della morte agli occhi di Michael, ma anche ai nostri. L’effetto è quello di uno shock reale, ma non è abbastanza.

La sensazione è che Michael sia talmente coinvolto dalla vicenda di cui è testimone-partecipe da non esserne colpito. E quando si rende conto di venire usato da Chris, di essere solo lo strumento per fare uscire la storia di un uomo fuori dalle mura del carcere, è troppo tardi. Solo sua moglie (Felicity Jones), che per tutto la durata del film vuole rimanere quanto più possibile estranea alle vicende, si rende pienamente conto di che mostro sia Chris, manipolatore narcisista e assassino.

Per contro, è evidente, lungo tutto True Story, quanto Michael stia approfittando della storia che ha tra le mani anche per far ripartire la propria carriera con la pubblicazione di un libro, sottolineando quanto ciò sia importante anche da un punto di vista prettamente economico.

E proprio sul concetto di raccontare una storia si rivela la natura più intima dei due personaggi: c’è la volontà, da parte di entrambi, di costruire con arte una finzione. Chris cambia la versione dei fatti più volte, per far aleggiare un alone di mistero su se stesso e sulla vicenda, ripercorrendo mentalmente e riportando oralmente i fatti, cercando di renderli sempre più narrativamente efficaci. E Michael partecipa a questo gioco, senza mai perdere di vista il fine ultimo (il libro), conscio di dipendere ormai dalla personalità di Chris.

La storia di Chris e Michael è la Storia dell’Uomo, un conflitto eterno tra la realtà e la sua rappresentazione, tra la verità e le contraddizioni di cui tutti siamo, involontariamente o meno, complici e colpevoli.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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