Everest, uomini, volontà e ambizioni pericolose

 “Un uomo su quattro, morirà”

Il film si apre con questo avviso, rivolto a noi spettatori. Il resto saranno solo parole spese a presentarci il gruppo di avventurieri che nel 1996 tentarono la scalata dell’Everest, rendendo la percentuale sopra, pura realtà: la spedizione tornò al campo base senza cinque persone, decedute per via delle condizioni climatiche non favorevoli che hanno accompagnato la scalata e causa principale della grave perdita di vite umane nonostante l’esperienza delle guide.

Il film di Baltasar Kormákur, che aveva il compito di aprire l’appena terminato Festival di Venezia, è stato accolto tiepidamente dalla stampa, perché? La visione, finalmente, ha portato le risposte: Everest non è un film che può vivere in una cornice come quella del Festival di Venezia, proprio per via della sua natura strettamente commerciale e poco intima. Cosa vuol dire questo?
Andiamo nel dettaglio.

In meno di due ore, Kormákur ci mostra essenzialmente due soli e grandi atti, la preparazione e la scalata. Nulla più. Negli intermezzi, specialmente nella prima parte, si cerca di costruire lo scheletro del film e dei personaggi: chi sono? Perché sono lì?
Il giornalista Jon Krakauer, interpretato da Michael Kelly, alla vigilia della scalata principale rivolge la domanda chiave “Perché volete scalare l’Everest?” a cui nessuno saprà dare una vera e propria risposta se non citando Mallory “Perché è lì” e questo sembra un riassunto più che accettabile dell’intero film: grandi intenzioni, puntellate da uomini e dalle loro volontà, domande importanti che si perdono inesorabilmente nella seconda parte del film, lasciandoci senza risposta.

Ripensandoci a freddo si potrebbe trarre la conclusione che lo stesso film, forse, vuole rimanere così in sospeso, ma ci lascia lo stesso l’amaro in bocca per come sono stati gestiti i messaggi e il ritmo del film.
Seguendo il solito cliché di uomini all’avventura e mogli a casa, in dolce attesa con il telefono perennemente accanto a loro per ricevere telefonate o notizie dei loro amati, Everest ha quella struttura narrativa nel mostrare momenti intimi di tutti i partecipanti, atti a scandirne la personalità o la volontà di effettuare una spedizione che, per buoni quaranta minuti, continua nella sua campagna promozionale di una morte quasi certa e della voglia di sfidare questa morte, arrivare in un luogo dichiaratamente proibito per l’uomo per via dell’altezza e arrivare a toccare quella cima, essere nel punto più alto del mondo e ‘dominare’ qualcosa che di natura, non ci appartiene.
Come si era già visto per Gravity, Everest ci mostra l’ennesima sfida dell’uomo nel ‘padroneggiare’ qualcosa che non è di sua proprietà, qualcosa che non può programmare nei dettagli perché non può controllare la natura e tutti i suoi eventi climatici.
In tal caso, la rivalità nell’arrivare prima di tutti in cima passa in secondo piano, perché ci accorgiamo che il film manca proprio di un’approfondimento di tutte quelle domande che ci vengono poste a inizio pellicola e quindi risulta abbastanza fastidiosa una scelta narrativa del genere, per non parlare del finale sbrigativo ma di un frame finale affascinante che riassume tutto il film e tutta quella volontà che si è persa durante la narrazione.

C’è un altro grande problema in questo film, l’uso della CGI e del Green Screen. Passando tra riprese in esterna e interni (gran parte girati a Cinecittà), il film mostra le sue debolezze nella realizzazione di queste scene in quanto il lavoro con il Green Screen risulta veramente poco curato e quindi, il taglio della fotografia troppo fittizio, tende a rivelare facilmente le scene girate in studio, anche per una troppa sicurezza di Kormákur nel girare scene in Green Screen con movimenti a 360° mostrando tutta la ‘finzione’. Nota di merito invece per il comparto sonoro specialmente per quel che concerne i rumori della montagna, vento, neve, rocce che si staccano e che creano quel suono sinistro e mistico, nel mostrare una montagna come rappresentante massima della Natura, così misteriosa, così affascinante e letale.

Quindi per concludere: Everest è un film sommariamente promosso, che ha molti, moltissimi difetti.
Perché le critiche al Festival di Venezia? Per parere personale, essenzialmente non è un film da Festival e ancor di più, da una cornice raffinata come quella del Festival di Venezia. Magari presentato in qualche altro evento, tipo Festival di Roma, che in quasi dieci anni ha mostrato sempre un interesse verso prodotti ‘commerciali’, avrebbe avuto un feedback sicuramente diverso da quello avuto al Lido.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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