The Green Inferno, l’allievo non supera il maestro Deodato

Ci son voluti ben otto anni per rivedere Eli Roth, il figliol prodigo del “new horror”, dietro la macchina da presa.
Presentato nel 2013 al Festival del Cinema di Roma, “The Green Inferno” è faticosamente arrivato nelle sale italiane pochi giorni fa grazie alla neonata Midnight Factory che si occupa della distribuzione di pellicole horror nel nostro paese.

“The Green Inferno” è l’omaggio al genere cannibal movie (prodotto orgogliosamente nostrano, di cui l’Italia può farsi vanto in tutto il mondo), che si è fatto strada alla fine degli anni ‘70 e i primissimi ‘80 portando alla fama internazionale il regista Ruggero Deodato e il suo “Cannibal Holocaust” e che riguarda quelle pellicole incentrate sulla ferocia e il cannibalismo di antiche tribù primitive, le quali vivono in luoghi ancora del tutto incontaminati dalla cultura e dalla civiltà moderna. .
Deodato, oltre ad aver sfornato il capolavoro del genere cannibal movie ha anche introdotto la categoria più diffusa (e spesso abusata) nel cinema horror moderno, quella del mockumentary, che in “The Green Inferno” in parte viene omaggiata per mezzo di riprese effettuate con il telefonino.

“The Green Inferno” vede la protagonista Justine, interpretata da Lorenza Izzo (moglie del regista e sua nuova musa ispiratrice, che rivedremo anche nel suo prossimo film “Knock Knock”) seguire un gruppo di studenti ambientalisti di New York per raggiungere l’Amazzonia peruviana al fine di salvare la foresta dal diboscamento ed evitare l’estinzione di un’antica tribù indigena che vive lì.
Gli eventi prendono una piega inaspettata quando l’aereo precipita dentro la giungla e i nostri ambientalisti diventano vittime e pasto della tribù di cannibali che stavano cercando di proteggere.

La domanda che ci si pone è questa: “The Green Inferno” è davvero un buon film? È il degno omaggio di un giovane cineasta al suo Maestro? Ma soprattutto, è davvero così disgustoso, terrificante, scandaloso, perverso e malato?
La risposta è no. Roth confeziona un film dove per più di tre quarti d’ora non si vede altro che l’introduzione dei classici personaggi stereotipati, senza nulla aggiungere ai film precedenti del genere, e quando finalmente i protagonisti giungono tre le fauci dei cannibali il film cade in un banale, ridicolo e patetico ammasso di scene già viste e dalla forte componente umoristico-demenziale.
Durante la visione di “The Green Inferno” non si prova la minima sensazione di paura, terrore, disgusto verso le atrocità che i personaggi del film sono costretti a subire per mano dei cannibali.
I movimenti di camera, spesso troppo veloci e confusionari, appesantiscono ancora di più la visione del film, impedendo di gustarsi perversamente le scene mostrate, cosa che invece Deodato aveva magistralmente fatto, soffermandosi con lente, sanguinolente e macabre inquadrature, tali da sconvolgere lo spettatore a tal punto da domandarsi se tali immagini fossero una crudele messinscena o se invece si trattasse di reali riprese di atti di violenza e cannibalismo.

“The Green Inferno” è pieno di citazioni e rimandi ai film di Ruggero Deodato (“Ultimo Mondo Cannibale” e il già citato “Cannibal Holocaust”) e a “Il Paese del sesso selvaggio” di Umberto Lenzi, e ci sono anche alcune suggestive inquadrature sul fiume dell’Amazzonia che ricordano “Aguirre, Furore di Dio”, capolavoro di Werner Herzog, ma è proprio il cuore del film a risultare debole e deludente agli occhi dello spettatore.
I buoni intenti di Eli Roth ci sono anche, ma la situazione gli è sfuggita troppo di mano e non è riuscito a confezionare un prodotto in grado di riportare alla gloria il cannibal movie. Pertanto, l’unica è riscoprire i film capostipiti del genere che, a distanza di decenni, continuano ad affascinare una ristretta, ma comunque consistente, fetta di pubblico in tutto il mondo.

Alessio Italiano

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"This is the end, beautiful friend
This is the end, my only friend, the end"
- The Doors
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