Life, un ritratto sincero di James Dean

Tutti ormai sanno perfettamente chi sia James Dean, anche quelli che -senza aver mai visto un suo film- ogni anno si ritrovano a condividere sue foto con annesse citazioni fantasiose o ad indossare una t-shirt con sopra la sua bella faccia da cattivo ragazzo.

“Life” racconta la storia che sta dietro proprio ad alcuni degli scatti più famosi di James Dean (Dane DeHaan), realizzati dal frustrato fotografo Dennis Stock (Robert Pattinson) desideroso di dare una svolta alla propria carriera e, di riflesso, anche a quella di Dean.

Quello che il film riesce con successo a catturare non è solo la costruzione di un mito per mezzo d’immagini che lo ritraggono, ma è il mostrare sia il James Dean “umano”, non ancora divinizzato, sia l’incredibile storia che sta dietro alla realizzazione stessa di tali fotografie.

James Dean non solo era una delle menti più sveglie tra tutte le star di Hollywood, ma avrebbe potuto diventare davvero il più grande di tutti. Instancabile artista qual era (anche se amava definirsi “pigro”), quando non era su un palcoscenico o sul set di uno spettacolo televisivo o di un film, amava suonare, dipingere, realizzare sculture, gareggiare come pilota su piste automobilistiche, leggere, scrivere, girare piccoli cortometraggi (anche in stop-motion) con le sue cineprese in 8mm.
Sognava in grande e voleva sbarazzarsi del guinzaglio di produttori e registi per diventare totalmente indipendente (la sua insofferenza verso le dinamiche interne all’industria cinematografica raggiunsero l’apice proprio durante la lavorazione di “Giant”, il suo ultimo film). Non ne ha avuto il tempo e ora possiamo parlare della vita che non ha potuto vivere solo utilizzando il condizionale passato.

Oggi, forse solo James Franco sta facendo quello Dean avrebbe voluto fare. Costantemente impegnato tra un film e l’altro, sia in veste di attore sia di regista, Franco è un’artista completo per il suo impegnarsi anche al di fuori del Cinema e del Teatro in decine e decine di progetti che vanno dal sociale all’arte in ogni sua forma.
E proprio lo stesso Franco nel 2001 ha interpretato magnificamente la figura di Dean in un film per la tv, per il quale ha vinto un Golden Globe. Per ironia della sorte, Franco ha indossato anche i panni di Harry Osborn nella trilogia di Spiderman diretta da Sam Raimi, come una decina di anni dopo ha fatto Dane DeHaan nel secondo, criticatissimo, capitolo di “The Amazing Spider-Man” di Marc Webb.

Che Dane DeHaan assomigli poco a James Dean è un elemento assolutamente secondario. Il lavoro che è stato fatto sul personaggio, dal quale DeHaan preferisce voler esser guidato piuttosto che darne una sua “versione”, è notevole, come lo è anche l’attenzione per i dettagli che costella tutto il film di Anton Corbijn.

Chi ha scritto “Life” e chi vi ha lavorato, deve aver impiegato mesi e mesi in approfondite ricerche per rendere quanto più credibile questa breve finestra temporale narrata nel film: dalla riproduzione esatta dell’appartamento newyorkese di James Dean o della fattoria dei suoi nonni, dai particolari come il registratore a nastro nella casa di Los Angeles con il quale incideva le sue improvvisazioni con i bonghi alla cura con cui è stato mostrato, con poche scene esemplificative, il funzionamento dello studio system degli anni ’50.

Inoltre, la data d’uscita marca un anniversario tragico ed importante allo stesso tempo: sono passati esattamente sessant’anni dallo schianto della Porsche 550 Spyder che ha strappato la vita a James Dean nei pressi di Cholame (California), il 30 settembre dell’ormai lontano 1955.

“Life” non solo vive di una narrazione costruita attorno ad una figura così celebre, una vera e propria icona americana amata ancora oggi in tutto il mondo, ma vive anche di un gioco interno che s’instaura tra il regista e il proprio film.

Anton Corbijn, conosciuto dai più per aver diretto meravigliosi videoclip musicali, vere e proprie piccole opere d’arte, per band del calibro dei Depeche Mode, U2, Metallica e Nirvana, ha iniziato la sua carriera come fotografo, raggiungendo la fama una volta trasferitosi a Londra ed entrando in contatto con il movimento musicale britannico di fine anni ’70 e primi ’80, stringendo amicizia, oltre che un rapporto lavorativo, con gruppi come i Joy Division.

E proprio sul leader dei Joy Division, Ian Curtis (anche lui morto giovanissimo ed entrato immediatamente nella leggenda), Corbijn ha diretto quello è tuttora il suo film più riuscito, “Control”, uno dei migliori biopic di tema musicale mai realizzati finora, splendidamente fotografo in bianco e nero, come gli scatti che lui stesso aveva realizzato della band quasi trent’anni prima.

Corbijn, che nel suo film fa un cameo dal timbro hitchcockiano, si è trovato a dover dirigere “Life” su commissione ed è riuscito, forse più che negli ultimi due film (“The American” e “A Most Wanted Man”), non solo a restituire al mondo il ritratto più sincero di una delle più grandi icone hollywoodiane, ma anche a fare i conti con la sua stessa professione e con il suo “passato” da fotografo.

Ecco quindi che con “Life” Corbijn torna a raccontare qualcosa che conosce benissimo, la storia di un ragazzo che muore troppo presto e che diventa un mito, e, a differenza che in “Control”, lo fa con un tono assolutamente non greve. La forza del film risiede nel narrare con efficacia entrambe le vicende, sia quella di James Dean sia quella di Dennis Stock, e di un’amicizia consumata in breve tempo, ma destinata a durare in eterno grazie al medium della fotografia.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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