Quella leggerezza sexy e d’altri tempi di Tutto può accadere a Broadway

Tutto può accadere

C’è addirittura Quentin Tarantino che fa un cameo nei panni di se stesso in “Tutto può accadere a Broadway”, che segna il ritorno di Peter Bogdanovich alla regia di un lungometraggio dopo più di un decennio e una ricerca di finanziamenti non priva di difficoltà e che ha coinvolto una ventina di produttori diversi, tra cui “colleghi” come Wes Anderson e Noah Baumbach.

Fin dai primi secondi di “Tutto può accadere a Broadway” (in originale, “She’s Funny That Way”) è chiara la dichiarazione d’intenti di Peter Bogdanovich, vero e autentico mostro sacro di Hollywood: musiche alla Woody Allen e titoli di testa che ricordano quelli di Saul Bass (in particolare, il film “Quando la moglie è in vacanza”). Ci si potrebbe anche fermare a queste due semplici osservazioni per collocare l’ultima fatica di Bogdanovich in una dimensione che poco o nulla ha in comune con film del genere prodotti negli ultimi anni, con tutti i limiti del caso.

“Tutto può accadere a Broadway” gioca con la tradizione delle commedie hollywoodiane e non aspira a niente più che a una nostalgica riproposizione dei meccanismi interni ad esse. È la storia di Isabella (Imogen Poots), una ragazza povera della provincia che arriva nella grande città (in questo caso, New York) per farcela ed avere successo.
Su premesse come questa sono stati girati decine di film simili, dall’ormai perduto “Hollywood” (1923) di James Cruze al contemporaneo (e ancora visionabile) “The Extra Girl” con Mabel Normand, fino a produzioni celeberrime come quella di “È nata una stella” (1954) con Judy Garland e James Mason.

L’intento di Bogdanovich è quello di omaggiare quel cinema con cui lui stesso è cresciuto, fatto dai grandi registi e attori di Hollywood con i quali ha stretto amicizia e dei quali ha narrato le vite in libri fondamentali per lo studio di un’epoca cinematografica, che per molti ormai è morta e sepolta, ma che grazie a lavori come il suo è possibile recuperare e rivivere da lontano.
Dal momento che “Tutto può accadere a Broadway” fa dell’anacronismo il suo obiettivo principale, il film molto probabilmente avrà difficoltà a farsi apprezzare da un pubblico non solo incapace di cogliere quelle citazioni su cui il film stesso si basa, ma che è anche critico nei confronti di un prodotto che non vuole raccontare nulla di nuovo.

Eppure Bogdanovich riesce nell’intento di creare personaggi irresistibili e al tempo stesso fastidiosi, falsi, meschini, pieni di quelle nevrosi metropolitane che ormai ben conosciamo, interpretati da attori e attrici che sembrano voler portare i toni della recitazione ad un’esasperazione tale per cui nessun comportamento o atteggiamento diventa più credibile.
Sembra quasi di essere tornati ai tempi di “Ma papà ti manda da sola?” o “Finalmente arrivò l’amore”, film con i quali il regista ha rinunciato alla bellezza formale dei suoi migliori lavori (“L’ultimo spettacolo” e “Paper Moon”) per raccontare storie più leggere, lasciando spazio all’improvvisazione.

Pertanto, quello che si può trovare in “Tutto può accadere a Broadway” è soltanto la leggerezza di una commedia d’altri tempi col tocco sapiente di Peter Bogdanovich. Ed è già abbastanza.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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