Steve McQueen, l’uomo di Le Mans

Bolidi che viaggiano a 300 km/h, basta una curva presa male e lo schianto è fatale. Cavalli di ferro e lamiera, imbottiti con 100 litri di benzina, che se prendono inavvertitamente fuoco è la fine. Velocità, sudore, solitudine. Steve McQueen ne “Le 24 ore di Le Mans” lo definisce uno sport di sangue per professionisti. Questa è Le Mans. Un circuito di fuoco immerso nella totale calma e tranquillità della campagna francese. Una lugubre cattedrale gotica nel centro della città a segnare quel limite che -se varcato- può condurre alla morte certa. Questa è Le Mans degli anni ’60 e ’70. Se il Gianni nazionale cantava “Uno su mille ce la fa”, qui si poteva intonare la trenodia “Uno di loro qui morirà”. Le statistiche riportano la cifra spaventosa di un morto ogni gara. I mutilati, anche di più. Macchine pericolose, velocità folli, nessuna voglia di smettere. I guard-rail separano il pilota dalla valle dei morti, quei prati verdi cessano di essere parte di questo mondo per tutta la durata di Le Mans. Sono i Campi Elisi. E Steve McQueen vuole gareggiare come tutti gli altri, ma la produzione non vuole. Troppo pericoloso. Se muore, il film non si fa più ed è una tragedia. Nessuno rimborserà quei 6 milioni di budget. Steve McQueen non correrà la gara ufficiale, la decisione è presa. Sarà lui dentro la macchina per tutte le altre riprese, ma per quelle della vera Le Mans ci sarà un vero pilota nella camera-car. Fine. Non si discute. Lui vuole fare un film che sia reale, vuole far entrare lo spettatore nell’abitacolo insieme a lui. Chiunque guardi il suo film deve sentire lo stesso brivido del selciato bagnato, delle vibrazioni sul volante, del parabrezza che trema, della folla che acclama e reclama i suoi eroi, i suoi campioni, i suoi cavalieri del XX° secolo. Dev’essere un film sul mondo delle corse d’auto diverso da tutti quelli precedentemente girati. Una trama? Non è necessaria. Il film deve parlare di motori e di chi sta dietro al volante. Dialoghi? Assolutamente non necessari. Questo dev’essere qualcosa di mai visto prima. Deve avere il realismo di un documentario, ma la potenza di un film. Dev’essere qualcosa di totalmente differente da quello che fanno a Hollywood. Fanculo la love-story classica per attrarre pubblico. Qui ci si gioca la vita sul serio, tutto il resto conta ben poco. Steve McQueen il visionario. Steve McQueen che piscia (realmente) su James Garner che gli ha rubato la parte in “Grand Prix”. Tanto meglio, il film è fasullo. Quello su Le Mans sarà tutta un’altra cosa. Steve McQueen che piscia (in maniera figurata) sui produttori. Steve McQueen che decide le inquadrature. Steve McQueen che manda a fanculo John Sturges. I tre mesi di riprese che diventano cinque. I costi che lievitano. John Sturges che dice di essere troppo ricco e troppo vecchio per stare dietro a quella testa di cazzo di Steve McQueen. John Sturges che se ne va. Terrore a Le Mans. Forse il film salta. Arriva alla regia Lee H. Katzin, un signor nessuno che non ha fatto quasi nulla e che la produzione ha messo lì solo per completare le riprese. Steve McQueen che manda a fanculo pure lui. È lui il regista, l’ideatore, il protagonista, il pilota, il co-produttore, l’icona. Steve McQueen che prima aveva mandato a fanculo anche il suo socio d’affari che aveva fatto comunella con i produttori, che volevano una love story dentro al film. Steve McQueen che manda a fanculo tutti. Steve McQueen che ha sempre cercato di fare il minor numero di compromessi nella sua vita, manda a fanculo i suoi propositi e viene a patti col nuovo regista e con la produzione. Viene inserita una love story. Steve McQueen che manda a fanculo se stesso. Il rischio che il film non si faccia più è troppo spaventoso per pensarci anche solo per un istante. La morte si può affrontare ogni mattina sulla pista, ma il film deve uscire nelle sale. A tutti i costi. “Le 24 ore di Le Mans” dev’essere un grande successo. Steve McQueen gira nella sua testa il film che verrà, il film che giorno dopo giorno, curva dopo curva, si sta facendo. Il film esce nei cinema e critica e pubblico si dividono. Forse il mondo non è ancora pronto per questo genere di realismo. Ci vorranno decenni prima che lo spettatore televisivo, dal suo comodo divano di casa, possa entrare nell’abitacolo del pilota. Il film di McQueen brucia i tempi. Il film è reale e così anche la morte. Non a Le Mans, tuttavia. Qualche anno dopo viene diagnosticato a Steve McQueen una rara forma di mesotelioma pleurico, un forma di tumore causata dall’amianto che era presente nelle tute dei piloti dell’epoca. La morte che alla fine lo raggiunge, nonostante l’avesse scampata più volte a Le Mans e innumerevoli altre in tutta la vita. Vasco Rossi che canta nel 1983 “Voglio una vita spericolata, voglio una vita come quelle dei film. Voglio una vita esagerata, voglio una vita come Steve McQueen”. Ma Steve McQueen è gia morto da tre anni. Le sue ceneri son state sparse nell’Oceano Pacifico. Steve McQueen che era troppo libero per stare immobile anche da morto. Steve McQueen che corre ancora nel vento.

E’ uscito nelle sale italiane (per due soli giorni: il 9 e il 10 novembre 2015, a marcare l’anniversario della morte dell’attore) il documentario “Steve McQueen: The Man & Le Mans”, tradotto impropriamente, ma con efficacia, “Steve McQueen: Una Vita Spericolata”.

Il film “Le 24 ore di Le Mans” è invece del 1971, ma girato un anno prima.

McQueen lo considerava il suo miglior lavoro, quello a cui era più affezionato.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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