Questo titolo fa sbadigliare. Una rassegna sui pessimi titoli del cinema italiano di oggi

Il panorama cinematografico italiano dell’ultimo anno è desolante. E’ buona norma che un artista vero e proprio, o presunto tale, pensi alacremente ad un titolo adatto alla sua opera. I grandi capolavori sono tali già dal titolo. Difficile dimenticare, ad esempio, I 400 colpi, con cui s’inquadra sin da subito il carattere del giovane protagonista: faire les quatre cents coups in francese significa “fare il diavolo a quattro” (e già non riusciamo a toglierci dalla testa l’altarino religiosamente eretto a Balzac). O ancora, in letteratura, Infinite Jest di David Foster Wallace. Il titolo viene dall’atto V dell’Amleto. Amleto sta parlando con Orazio, ha in mano il cranio di Yorick e dice: «Alas, poor Yorick! I knew him, Horatio, a fellow of infinite jest…» Yorick era il buffone di corte, e infinite jest sta letteralmente per “scherzo infinito”. Non male per un romanzo che elegge l’Intrattenimento (letterale e figurato, si legga il libro per ulteriori chiarificazioni) a prima causa di morte del popolo americano.

Insomma, il titolo è una parte importante dell’opera d’arte. Sembrano non averlo capito i registi italiani. A voler fare una ricognizione sui film usciti nel 2014, si viene presi da sicuro sconforto. MyMovies, database che raccoglie tutti i film prodotti dal 1895 ad oggi, censisce ben 582 pellicole distribuite solo l’anno scorso. Di queste 582, buona parte esibisce un titolo ridicolo o scontato. Si va dai modi di dire popolari (Buoni a nulla, Fino a qui tutto bene, La gente che sta bene, Maldamore, Ogni maledetto Natale, Quando c’era Berlinguer, Sapore di te, Scusate se esisto, Sotto una buona stella, Tutto molto bello, Un matrimonio da favola, Un Natale stupefacente, Un ragazzo d’oro, Una donna per amico, Senza nessuna pietà) ai modi di dire rovesciati (Confusi e infelici, Fratelli unici, La scuola più bella del mondo, Meno male che è lunedì, Un fidanzato per mia moglie, Andiamo a quel paese) fino alle domande imperdonabili (il ‘6’ di Ma tu di che segno 6? non riusciamo proprio a mandarlo giù), e ai titoli davvero improbabili (ricordiamo un bizzarro Tempo instabile con probabili schiarite, e pensare che all’inizio s’era optato per un più calzante Rebelot). Che poi spesso un titolo brutto cela anche un film di buon livello: si veda ad esempio il caso di Fino a qui tutto bene, freschissimo resoconto sugli ultimi giorni di convivenza di cinque studenti pisani.

Pochi, pochissimi i titoli notevoli. Si va dall’ottimo Anime nere (storia di ‘ndrangheta, e che altro poteva essere?), all’interessante Controra (termine noto a meridionali e non), all’internazionale Hungry Hearts (sì pretenzioso, ma almeno fuori dal coro), ai grotteschi Arance e martello e Belluscone (peraltro validissimi film), fino a titoli apprezzabili come Le meraviglie, Il capitale umano e Il giovane favoloso. La più grossa controindicazione, nel momento in cui si sceglie il titolo, sta nella possibilità suscitare noia nello spettatore. Se il film deve attirare il pubblico in sala, non si può sperare che titoli come Meno male che è lunedì o Senza nessuna pietà facciano precipitare il nostro uomo al cinema. Com’è noto, l’uomo medio non spicca per particolari capacità mnemoniche o sottigliezze etimologiche: titoli troppo banali vengono sistematicamente storpiati e presto dimenticati, gettando il film in questione nel mucchio di film noiosi e tutti uguali. Un buon titolo rimane impresso e permette il passaparola: non c’è niente di più deleterio per la comunicazione che una parola sbagliata. Non funziona così coi titoli folgoranti: Interstellar, ad esempio, è breve, conciso e d’effetto. Così come il frizzante A qualcuno piace caldo: e no, non crediamo che esista qualcuno che non abbia pensato male (in un film che è l’arte del doppiosenso).

Categoria a parte i film natalizi, difficili da memorizzare – e discernere – anche per gli addetti ai lavori. Cinepanettoni compresi (i vari Natale a…, ormai parte memoria popolare cafona e pecoreccia, tant’è che guardarne uno è come guardare gli altri cento), sembra imprescindibile l’utilizzo del termine “Natale” nel titolo: Regalo di Natale, Pranzo di Natale, Racconto di Natale, Indovina chi viene a Natale?, Un Natale stupefacente, Ogni maledetto Natale, Il peggior Natale della mia vita, Natale all’improvviso (si consideri perverso il lavoro dei titolisti, l’originale americano era Meet the Coopers). L’unico titolo natalizio non scontato se l’era inventato Eduardo De Filippo (e difatti fu indimenticato capolavoro): Natale in casa Cupiello, archetipo di tutte le liti di famiglia attorno al tavolo imbandito.

Francesca Sordini

Francesca Sordini

"Io non ho bisogno di dirlo, perché lo si nota a leghe di distanza: sono brutto timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario."
(Gabriel García Márquez, "Memoria delle mie puttane tristi")
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