Heart of the Sea, ristabilire l’equilibrio Uomo-Natura

OH!
Un nuovo film di Ron Howard. Andarlo a vedere sì o no?
Di norma le sue firme sono altalenanti, un film bello, il successivo brutto.
In teoria quindi, visto l’ottimo Rush di due anni fa, questo doveva essere una mediocrata.
Doveva.

Togliamo i panni di lettori, il sottotitolo porta fuori strada: il film non è Moby Dick sul grande schermo, ma in soldoni, la storia vera che Melville ha cercato con tanta ossessione di farsi raccontare, della baleniera Essex, dove una balena bianca di dimensioni spropositate ne ha decretato l’ultimo viaggio e la decimazione dell’intero equipaggio.
Heart of the Sea è quindi un prodotto che necessita di più analisi, per ogni livello narrativo e interpretativo.
Le storie narrate sono principalmente due: da una parte abbiamo Herman Melville (un pazzesco Ben Whishaw), scrittore di discreto successo che si è bloccato durante la stesura di Moby Dick, romanzo con potenziale ma che lo stesso Melville non è sicuro di poter far esplodere, principalmente per sua colpa, non riesce a convincersi di essere un bravo romanziere, così decide di andare a trovare il vecchio Thomas Nickerson, ultimo in vita dell’equipaggio della Essex, l’unico che può raccontare cosa è successo veramente in quegli anni di viaggio e deriva. Ma il vecchio Nickerson non vuole, la storie è troppo cupa e ci sono delle cose che sono state fatte che forse hanno dannato la sua stessa esistenza.
L’altra storia è appunto la narrazione, dietro compenso, dell’ultimo viaggio della Essex dove l’adolescente Thomas Nickerson si imbarca per la prima volta sotto la guida del primo ufficiale Owen Chase (Chris Hemsworth) alla caccia di balene per recuperarne il prezioso olio di balena, l'”oro” necessario per tenere in vita le fiamme che riscaldano le case degli uomini. Inutile dire che l’ambizione e la cupidigia li porteranno alla volta di una rinominata balena bianca grande quasi tre volte una normale balena, che ha già decimato diverse baleniere spagnole.

Complessivamente il lavoro di Howard sulla pellicola è da manuale, su due ore di film, utilizza la prima per mostrarci tutta l’adrenalina di cui vive il film, riproponendo quel cinema d’avventura classico che non si vedeva da tempo. Sì, nulla di nuovo, ma la potenza con cui si mette in scena è notevole.
Non si può dire lo stesso della computer grafica: eccessiva, svela la finzione dietro al prodotto come un green screen veramente utilizzato male. Non si vedevano errori così dai tempi di Everest.
La seconda parte del film, che collocheremo subito dopo l’attacco della balena e successivo naufragio dei sopravvissuti è quello che, personalmente, si chiedeva da una pellicola del genere: raccontare l’uomo, la consapevolezza delle sue azioni e lo scontro con la Natura intesa come creatura di Dio.

La narrazione così diventa più intima, fatta di parole, di gesti, i gradi di tutti vengono a morire davanti la fame e la sete e ogni uomo si mostra per quel che è: un sopravvissuto in cerca di un posto.
Il mare è un luogo dove poter ricominciare da zero. Molte delle persone che solcano i mari hanno passati oscuri da nascondere, ma non dimenticare. La voglia di lasciarsi andare a tentazione è sempre forte, ma lo è di più la voglia di cambiare, fare questo patto con Nettuno e avere la possibilità, rarissima, di ricominciare.

L’uomo scorda di non essere l’unica creatura di Dio e la grande balena bianca ne sarà la prova. L’uomo cacciatore diventa preda, i ruoli si invertono ma lo sguardo è quello. La consapevolezza che alcune situazioni rendono gli esseri viventi più uguali di quel che pensano. Non sappiamo come Owen Chase si sia procurato la cicatrice sotto l’occhio sinistro, ma sappiamo come si procurerà l’ennesima cicatrice la grande balena. Due segni che su due diversi esseri viventi hanno lo stesso significato: essere sopravvissuti.

Oltre ad una sceneggiatura, firmata dalla coppia Rick Jaffa e Amanda Silver, che hanno già firmato il reebot del Pianeta delle Scimmie e di Jurassic World, che riporta nuovamente i temi dello scontro tra specie e oltre alla parabola ecologista (e qualche piccolo tema già visto ne Lo Squalo di Spielberg) il film mostra un equilibrio spezzato, per via della voglia di progressione dell’uomo. Qualcosa di necessario nell’evoluzione di una specie ma che lascia dietro una scia di sangue.
Le battute finali cercano di ripercorrere questo scontro cercando di ristabilire l’equilibrio, ristabilirlo con quella saggezza che l’uomo ha perduto (ricordate le parole e le azioni di Cesare ne L’alba del pianeta delle scimmie e Apes Revolution).
Tema che anni dietro abbiamo visto affrontare anche nel famoso (e ottimo, mi sento di aggiungere) romanzo Il Quinto Giorno che affronta esattamente gli stessi temi.
Lo stesso autore, in una pubblicazione successiva, Il mondo d’acqua – Alla scoperta della vita attraverso il mare, citerà lo studio del caso dell’Essex per affrontare il romanzo e la sua finalità.

Melville stesso non sarà tanto diverso da questi uomini di cui ha ascoltato la storia: in balia di paragoni con tanti altri scrittori, voglioso di scoprire e affrontare l’ignoto della gloria o della disgrazia e la consapevolezza di non essere all’altezza della storia che ha appena ascoltato e che dovrà rendere su carta.

Non sarà il film dell’anno, questo sicuramente, ma Heart of the Sea ha una potenza e un’energia nel far arrivare i propri messaggi che manca nel cinema di oggi. Il tutto fatto con un cinema classico, uno di quelli del “bah, tutto già visto”

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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