Macbeth. Orrore, follia e potere

Gli occhi di Lady Macbeth scrutano, dal basso verso l’altro, il viso corrucciato di suo marito, al limite del disperato e confuso rimorso per l’omicidio che ha commesso.

Le ciglia e le palpebre degli occhi di lei sono spalancate come una pianta carnivora, pronta a divorare.

Stregoneria, superstizione, paranoia, deliri, usurpazione del trono, tirannia del potere, foreste in fiamme. Quella rivelata nel Macbeth è una dicotomia continua di luce e tenebre intrappolate in una torbida spirale della mente del protagonista, con conseguenze devastanti per se stesso e per chi gli sta attorno (“Le paure reali sono meno terrificanti degli orrori immaginati”).

Macbeth è un eroe manipolato dalla donna che gli sta accanto e che mescola l’ordine nella sua testa, spingendolo a compiere azioni di cui lui non riesce a gestirne gli effetti. Il potere si consuma nelle loro mani, in un declino inevitabile di eventi spaventosi e punti di assoluto non ritorno.

Welles, Kurosawa, Polanski e adesso Kurzel. Ognuno dei primi tre registi ha dato una sua lettura, più o meno fedele al testo shakespeariano a seconda dei casi, del Macbeth, e il film di Kurzel s’innesta in questa catena, mostrando sullo schermo il potenziale visionario e ipnotico di una storia che -a ben vedere- parla di fantasmi che popolano la mente del protagonista, configurandosi per essere una storia “horror” a tutti gli effetti.

Le ombre che annebbiano la ragione del protagonista assumono la forma di incubi reali con i quali s’instaura una convivenza mentale che finisce col fondersi con esterne minacce reali.

Questo nuovo Macbeth (Michael Fassbender) subisce un’involuzione personale e un decadimento molto più precoce a quello dei suoi illustri precedenti, ma è l’effetto che Kurzel ottiene nel voler mostrare tutto ciò che accade prima dell’investitura sul trono e quello che succede dopo con toni netti e decisi, marcando quella particolare bipartizione citata prima che non solo contraddistingue il film, ma la complessiva storia narrata.

Lady Macbeth (Marion Cotillard) subisce alla stessa maniera gli esiti infausti verso cui si muove la vicenda, e quello che ne risulta è la modellazione di un personaggio ancor più confuso del protagonista.

La volontà di spingere il proprio marito verso una crudele direzione precisa, salvo poi vedersi sfuggire la situazione di mano perché non “governabile” e patire per le sofferenze altrui, causate in primis dal proprio diabolico complotto, è indice di un medesimo smarrimento nei confronti di ciò che ha desiderato ottenere con così tanta forza e violenza, cioè quella sete di potere fine a se stessa, che mai avrebbe dovuto essere saziata.

A voler fare una rilettura di Lady Macbeth al giorno d’oggi, si potrebbe azzardare che ciò che lei vuole ottenere dalla vita è solo una deformazione “professionale” di un’ipotetica carriera fatta di arrivismo provocata dall’aver perso l’unico figlio e di non essere più una madre, qualifica che dava senso ad un’esistenza lineare e che assicurava un futuro alla propria famiglia.

Lo sprofondare di Macbeth in un inferno sulla Terra che ha creato con le sue mani è mostrato ancora una volta con un ribaltamento della “condizione normale” delle cose.

Nel Macbeth, il cielo sotto il quale si dipana tutta la storia a mano a mano cambia tonalità: da blu si tramuta poi in grigio, e diventa infine rosso come il fuoco e come il sangue. Lo stesso sangue che perennemente adorna e macchia proprio le mani di Macbeth, che hanno plasmato il suo destino e che hanno districato la sua strada fino a quel punto. Quelle mani che son state guidate da un’altra persona verso un precipizio e che alla fine combattono da sole un’inutile e solitaria battaglia dall’esito già scritto.

 

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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