Junun, viaggio musicale di un regista americano in India

Paul Thomas Anderson è uno dei registi statunitensi più “americani” che siano attivi in questo momento. Con i suoi film ha ritratto ogni angolo del suo paese, percorrendo ogni epoca e trattando, anche solo marginalmente, ogni transizione che gli U.S.A. hanno affrontato nello scorso secolo.
I suoi ultimi due film, The Master (2012) e Vizio di forma (2014), scritti nello stesso periodo, segnano tanto una sutura quanto un’evoluzione con i suoi precedenti lavori. Se una ricerca di perfezione può essere rintracciata in ogni suo film, in questi ultimi due film si assiste ad un meraviglioso caos organizzato, quasi come se Paul Thomas Anderson, autore completo, si volesse lasciar trascinare dalle vicende, a volte solo abbozzate, per vedere cosa può succedere lasciando campo all’imprevedibilità.
Junun, suo primo documentario, si può collocare su questo nuovo livello raggiunto, anche e soprattutto per essere un progetto completamente girato lontano dall’America.
Il caos ha benedetto Junun, in una maniera paradossale, appena l’aereo è atterrato in India: per problemi alla dogana, la quasi totalità delle attrezzature (cineprese, luci, etc. etc.) è stata requisita e Paul Thomas Anderson ha potuto servirsi solo della sua videocamera Blackmagic tascabile per la maggior parte delle riprese (sono state anche utilizzate delle GoPro e un drone).
L’India, un paese pieno di contraddizioni, sospeso tra sviluppo da una parte e povertà dall’altra, è un perfetto scenario per l’attuale percorso autoriale di Paul Thomas Anderson: improvvisazione e commistione di sguardi su/di un mondo nuovo, ma anche di sperimentazioni filmiche, di cui abbiano avuto un pieno assaggio nei due recenti video musicali (Sapokanikan e Divers) che ha diretto per Joanna Newsom, cantante e musa narratrice di Vizio di forma, e tecniche, dal momento che per la prima volta il regista si serve della tecnologia digitale per girare il suo documentario, incappando -paradossalmente- in rischi diversi, ma non meno importanti, del non girare su pellicola: numerosi blackout elettrici hanno imposto un rallentamento generale nella realizzazione del documentario perché non sempre era possibile ricaricare la batteria delle videocamere.
Con un inglese sdentato, un musicista indiano ci dice: “Everything is possible in India. No toilet, no shower, but full power, 24 hour. But today is not power. The electric is not here. We’re waiting for the electric”.

Junun è uno straordinario connubio di musica e cinema, che ci mostra uomini e donne del posto intenti a fare quello che amano di più: suonare e cantare, tutti riuniti per registrare un album. Per quasi un’ora ci spostiamo all’interno e all’esterno del Mehrangarh Fort di Rajastha, seguendo musicisti, tecnici del suono, il produttore del disco e Jonny Greenwood, amico e collaboratore di Paul Thomas Anderson (sue sono le colonne sonore degli ultimi tre film del regista).
Ci si addentra e ci si perde anche attraverso le strade della città, alla ricerca di pile Duracell per i synth, per accordare rari strumenti, cercare vestiti per un concerto, sfamare affamati rapaci (incredibili le riprese effettuati da un drone, che si confonde con gli uccelli in volo).
Junun vuole fornirci un’esperienza sinestetica, che ci colpisca e stimoli su più livelli e nei confronti della quale possiamo farci trasportare seguendo un istinto millenario, quello del ritmo, o possiamo porci in una condizione di uditori contemplativi, come i piccioni che con insistenza entrano di continuo nelle stanze dove si riuniscono i musicisti a suonare, impassibili a chiunque cerchi di cacciarli via.
Dopotutto anche loro, come noi, hanno diritto di ascoltare dell’ottima musica e Junun ne è pieno.

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