CHECCOMANIA

Partiamo da dove si conviene, cioè dal titolo. E’ citazione colta, e già questo non è poco (alla faccia dei detrattori che lo bollano esclusivamente come zoticone). Hai voglia a fare lo gnorri nell’intervista apparsa sul Foglio qualche settimana fa: Zalone dice di averlo scelto perché suonava bene, anche se poi era preoccupato perché, prima dell’uscita del film, già il benzinaio gli chiedeva cosa significasse (l’angoscia continua di chi si preoccupa del destinatario, e se allo spettatore non piacesse?). Quo vado? rimanda a Quo vadis?, romanzo del 1896 di Sienkiewicz, premio Nobel per la letteratura nel 1905, e quindi ai sei omonimi film tratti dalla medesima opera. Quo vadis? è la locuzione latina con cui Pietro, in fuga dalla crocifissione, apostrofò Gesù sull’Appia, il quale invece andava dalla parte contraria (cioè verso Roma). Alla domanda “Quo vadis, Domine?” (“Dove vai, Signore?”), Gesù risponde: “Vado a Roma per essere crocifisso di nuovo”. La risposta smuove l’animo pavido di Pietro, che torna indietro e si fa crocifiggere a testa in giù. Perciò “Quo vado?” è la domanda che Checco si fa (“Dove vado?”) ogniqualvolta rifiuta l’assegno di buonuscita, sempre più alto, che la stronzissima Sonia Bergamasco gli propone, preferendo in tal modo il trasferimento in Norvegia, o in Calabria, o in Sardegna. Bisognerebbe dunque bacchettare i detrattori, che non sono filologicamente corretti quando, parlando male del film, ignorano il punto interrogativo alla fine della titolo, peccando pertanto di disonestà intellettuale.

Abbiamo sentito parlare male del film da parte di gente che il film manco l’ha visto. Con costoro ci rifiutiamo di discutere, perché è buona norma – anche se non lo si fa spesso – tacere sulle cose che non si sanno. Abbiamo visto gente che pur di parlarne male si lamenta che i cinema proiettano solo quello (come se non fosse stato così per Star Wars, 850 sale all’esordio, Cinquanta sfumature di grigio, 1000 sale, Harry Potter per tutti gli otto film non li contiamo). Se Checco Zalone può permettersi 1000 sale, buon per lui (il resto è tutta invidia). Abbiamo letto recensioni che lamentano la mancanza di una storia (ma abbiamo visto lo stesso film?) e ascoltato gente che ancora parla di pecoroni che vanno al cinema, mentre loro si autoproclamano fuori dal coro, meglio Sordi a Zalone. E certo, perché Sordi lo guardavano solo quei quattro critici che scrivevano per i soliti quattro giornali, mica la portinaia del nostro palazzo che quando qualcuno urla “Lavoratori…” e fa il gesto dell’ombrello ancora si mette a ridere.

Come ci siamo meritati Sordi, ci meritiamo lo Zalone dei miracoli. I 7 milioni incassati nel primo giorno di programmazione l’ex comico di Zelig se li merita tutti. Come si merita gli stupefacenti 59 a cui è arrivato nell’ultimo finesettimana. Parafrasando un altro film e un altro genere, Checco Zalone è il comico che ci meritiamo. Perché ci fa ridere, anche su noi stessi. Ridiamo per la gag più becera, che arriva parecchio dopo l’inizio del film, come anche per lo spernacchiamento più raffinato (ci è rimasto nel cuore lo svenimento di Checco davanti alla fontana dell’Acqua Paola, ci piace pensare che sia una grandiosa presa per il culo de La grande bellezza). Ridiamo perché il film tiene benissimo l’ora e mezza canonica della commedia, perché non ha momenti di stanca, perché Checco Zalone è l’impiegato statale medio che lotta con le unghie e con i denti per mantenere il posto fisso, in tempo di crisi miraggio per i più, fidanzatissimo con la provincialotta che adora più la sua “fissità di posto” che lui.

La scena iniziale, in cui il cacciatore dubbioso chiede a Checco se l’omaggio di una quaglia morta ad un funzionario statale sia corruzione o almeno concussione, raggiunge raffinatissimi vertici di comicità per l’acribia filologica che c’è dietro (chiederemmo volentieri ai grandi tromboni del cinema italiano le definizioni di entrambe, e li sfideremmo volentieri a spiegarne la differenza in un film senza far sbadigliare lo spettatore). E’ inutile paragonare Checco Zalone a Ernst Lubitsch: come i suddetti tromboni dovrebbero sapere – si andassero a fare un ripassino sui generi letterari, si fa in prima media – ogni genere letterario ha i suoi sottogeneri. To be or not to be è un capolavoro della commedia sofisticata; Quo vado? sta ai vertici della commedia all’italiana. Tra i due intercorre la medesima differenza che c’è tra le commedie di Plauto e lo humour nero di Yasmina Reza: genere comune, stile completamente diverso, identico risultato (lo spettatore si ammazza dalle risate).

L’imbarazzo dell’intellighenzia è forte: ci si è messo anche De Gregori, snobissimo intellettuale di sinistra, che duettò con Checco a Bari dentro a una Feltrinelli ormai due anni fa. Era il tempo de “Gli uomini sessuali”, enorme figura di merda perpetrata senza cattiveria dentro a un locale gay in Cado dalle nubi. Allora Zalone portava al cinema lo zoticone che si trasferisce a Milano da Polignano a Mare, desideroso di arrivare “all’acne del successo”. Avrebbe potuto continuare sullo stesso tono, riproporre il medesimo personaggio in migliaia di storie diverse in altrettanti film, portando a casa qualche milione – incassando in ogni caso più di tanti altri – frutto dei biglietti generosamente acquistati dagli aficionados. E invece, cinque anni dopo, eccolo al cinema con un personaggio più alfabetizzato, meno ingenuo ma non meno riuscito del primo Checco, che ora canta un inno alla prima Repubblica facendo il verso a Celentano, e dallo stesso Celentano viene pure incensato sul quotidiano più letto d’Italia. Zalone ha scelto la strada difficile, e ha vinto. Non capire, o non sentirsi rappresentati, significa essere deplorevolmente privi di senso dell’umorismo.

Francesca Sordini

Francesca Sordini

"Io non ho bisogno di dirlo, perché lo si nota a leghe di distanza: sono brutto timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario."
(Gabriel García Márquez, "Memoria delle mie puttane tristi")
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