Trumbo, la sconosciuta minaccia comunista

Una distribuzione da meno di 30 copie in tutta Italia. La chiamano ‘uscita tecnica’, tutti troppo presi a pubblicizzare altri sicuri successi commerciali, poco tempo a collocare, annunciare e sponsorizzare un’uscita italiana e quindi, nel giro di pochissimi giorni, annunciato e un paio di giorni dopo, uscita al cinema.

Distribuzione a fondo perduto dato che l’incasso per la pellicola di Jay Roach sarà inesistente. Forse andrà meglio in home video.

Con il titolo italianizzato in L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo), Bryan Cranston rientra nella scommessa personale dello scrivente: dalla fine di Breaking Bad, l’attore nel giro di cinque, massimo sette anni, avrebbe vinto un Oscar. Se non fosse stato per un film di dubbio valore come The Revenant (di cui abbiamo parlato bene QUI e male QUI) che porterà il premio a DiCaprio, sicuramente la statuetta se la sarebbero contesa lui e Fassbender per l’interpretazione in Steve Jobs (ne abbiamo parlato QUI).

Trumbo narra, in maniera altalenante e non perfetta, l’avversione del sistema industriale cinematografico americano contro lo sceneggiatore Dalton Trumbo. Motivo? Strettamente politico e ideologico. Egli è, senza mai nasconderlo, comunista, nel pieno periodo dove il maccartismo andava a caccia di comunisti in tutti gli Stati Uniti classificandoli come traditori, o nelle peggiori ipotesi, spie.

Regia televisiva, salti temporali con crescita di bambini paradossali, Diane Lane che in due ore la vediamo sempre e dice appena due battute, Trumbo è tutto tranne che un film perfetto. Regge la baracca il solito Bryan Cranston che regala un’interpretazione ottima, specialmente nell’ultima fase del film, dove lo sceneggiatore, ormai allo stremo delle forze, ne risentirà anche fisicamente, gli scontri in famiglia ne sono un chiaro esempio e prova.
Trumbo si sofferma a narrare più la persona che lo sceneggiatore, con una punta di rammarico. Cranston è convincente ma ci manca quell’ingrediente nel farci credere che sia veramente uno sceneggiatore. Vederlo scrivere o nella vasca a creare schemi narrativi, non basta. Chi ha visto (e odiato) le ultime tre stagioni di Californication, saprà di cosa parlo. Probabilmente è una scelta consapevole.

Lo sceneggiatore scrive, continua a scrivere nonostante tutto. La sua missione è eliminare per sempre la black list. Per questo sacrifica tutto, rapporti umani, famiglia, figli, un anno di libertà.

Vincere due Oscar per due sceneggiature scritte sotto falso nome e non poter partecipare all’evento o ritirare la statuetta. Godersi lo spettacolo dal divano di casa con un apparente sorriso di soddisfazione che nasconde un disagio di proporzioni impensabili.

Ci sono due grandi parentesi che abbiamo trovato stranamente interessanti e ben strutturate: l’importanza del nome e dell’influenza.
La caccia ai comunisti è come cacciare un fantasma: si ha paura di qualcosa perché qualcuno ne ha parlato male, ma nessuno conosce esattamente cos’è il comunismo. Trumbo vivrà questa strana realtà, non avrà mai modo di esprimersi, tutto si riduce ad una singola risposta tra il ‘sì’ e il ‘no’ alla domanda “Lei è comunista?”. In tutto il film non troveremo nessuno in grado di andare oltre alla semplificazione scritta prima. Trumbo invece è consapevole della sua idea politica, ha la pazienza di spiegarlo alla figlia, ma non agli americani, ormai influenzati dalle alte voci che vogliono il comunismo come un male da debellare il più presto possibile.

Privare il nome di una persona, equivale perdere la propria umanità. Trumbo apparentemente nasconderà questa rabbia pensando alla famiglia da dover mantenere, scrivendo e revisionando sceneggiatura per film di serie C, pur di guadagnare i soldi. Ma l’importanza dei soldi viene meno nel momento in cui non si riesce a mettere il proprio nome, la firma di una proprietà intellettuale su un’opera, addirittura, premiata con un Oscar.
Il gioco di influenze è una lama a doppio taglio: passi gran parte della vita a influenzare le decisioni altrui, sfruttando una propria posizione alta, consolidata all’interno del sistema. Poi arriva lui, il presidente Kennedy. Afferma che Spartacus, diretto da Kubrick e sceneggiato (con tanto di firma) da Dalton Trumbo, è un film bellissimo, invitando tutti gli americani a vederlo. Ecco che con una semplice frase, tutto finisce, niente e nessuno osa mettere in discussione la frase di Kennedy: un film americano, scritto da un comunista, elogiato dal presidente degli Stati Uniti, elimina una la black lista. Senza mettere nulla agli atti.

Questa è la vera natura del film, che si allunga per troppo tempo in altre vicende e che trova, poi, la maggiore esposizione nelle parti finale, grazie anche all’entrata in scena di personaggi come Kirk Douglas e Otto Preminger.
Un film interessante, da vedere, da odiare, non da lodare troppo, ma semplicemente, prenderne il meglio. Da vedere, se riuscite. Distribuzione permettendo.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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