Legend, thè e pallottole all’inglese

Legend, di Brian Helgeland (Premio Oscar per la sceneggiatura di L.A. Confidential) con Tom Hardy è forse più figlio del “british” gangster movie alla Guy Ritchie (Snatch – Lo Strappo) che dello stile Scorsesiano. Il film, tratto dal romanzo di John Pearson The Profession of Violence: The Rise and Fall of the Kray Twins, con Tom Hardy nel doppio ruolo dei gemelli Ronald e Reginald Kray, narra l’ascesa dei due fratelli nel mondo del crimine durante gli anni ’50 e ’60 nell’East End di Londra.

Contraddistinti da due caratteri e comportamenti completamente opposti, i gemelli Kray dominarono Londra tra crimini, club privati, casinò e affiliazioni gangster con gli Stati Uniti. I due, spesso in disaccordo negli affari a causa della schizofrenia paranoide di Ronald avevano spesso dei diverbi che a volte sfociavano anche in risse molto violente.

Candidato agli ultimi Oscar come migliore attore non protagonista per The Revenant – Redivivo, fianco-fianco con Leonardo DiCaprio, il londinese Tom Hardy interpreta in maniera magistrale i due gemelli Kray, dando ad uno di essi un tono di voce che ricorda il Bane di Nolan nella trilogia di Batman con comportamenti e sguardi folli alla Charles Bronson di Refn. Lo sguardo dei due Hardy è forte, profondo e penetrante, è infatti lui l’one-man show di questo film.

Infarcito da tutti i classici elementi del genere, humor, violenza improvvisa, love story (e qui ci sono dei rimandi al cinema scorsesiano, in particolar modo a Quei Bravi Ragazzi) e organizzazione criminale, Legend è il classico gangster movie che “ti aspetti”, non aggiunge nulla di nuovo al genere, non lo rinnova, non è originale, ma ciononostante si fa guardare, a tratti diverte, a tratti rattrista.

Insomma, Legend è quanto di più classico ci si possa aspettare da un film del genere. Il regista e sceneggiatore Brian Helgeland è un buon mestierante e l’ha già dimostrato in precedenza con il film Payback – La rivincita di Porter (1999), un asciutto crime-movie Mel Gibson, sicuramente più accattivante e sfacciato (in particolare la director’s cut) di questo suo ultimo lavoro, non che si possa dire che il film abbia una sceneggiatura brillante ma è sicuramente quanto di più “ordinario” si possa vedere, ecco perché il film, senza la mostruosa doppia performance di Hardy, sicuramente sarebbe probabilmente passato inosservato.

Un elemento su cui Legend si regge solidamente è la dicotomia forza/fragilità che trova una sua risoluzione nell’equilibrio, spesso solo sfiorato. La forza è quella dei fratelli Kray, in maniera diversa per ognuno dei due e con le loro dosi di debolezza (l’omosessualità “attiva” di Ronald, vero predatore che ama sottomettere, umiliare, distruggere tanto i partner occasionali quanto i suoi nemici; le indecisioni di Reginald, scisso ulteriormente in due tra uomo innamorato, desideroso di mettere vagamente la testa a posto, e spietato e aggressivo gangster di strada), la fragilità è tanto quella di entrambi (l’uno in preda agli squilibri della propria psiche, l’altro scisso tra vita privata e quella criminale) quanto quella della graziosa e delicata Frances (Emily Browning), partner di Reginald, che verrà devastata dalla figura di quest’ultimo, incapace di tenere in equilibrio la follia del fratello Ronald (e i danni che provoca) e la sua relazione con lei.

Tutto Legend gira intorno al numero “due” e fa della divisione e dell’unione delle singole unità, che compongono questo numero, il motore che fa procedere la storia, senza però approdare in un luogo sicuro, ad una svolta, finendo con l’accasciarsi su quegli stessi meccanismi narrativi (i conflitti criminali, ripetuti all’infinito) sui quali non riesce a costruire nulla più che una stanca riproposizione di elementi triti e ritriti.

(Alessio Italiano e Simone Tarditi)

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"This is the end, beautiful friend
This is the end, my only friend, the end"
- The Doors
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