Room, la vita tra quattro pareti

Room è uno di quei strani casi dove ci troviamo davanti un film che non brilla di originalità, ma riesce, nonostante tutto a strapparti il cuore e farti sanguinare miele e sangue.

C’è la voglia di entrare nei particolari, ma non lo faremo. Non tanto per il pericolo spoiler, quanto perchè alcune sequenze visive e narrative hanno l’estremo bisogno di essere vissute dallo spettatore.
La trama è nulla di più semplice, una ragazza viene rapita e rinchiusa in una stanza da un uomo. lei vivrà ogni singolo giorno lì dentro dove metterà alla luce anche un bambino. Il giorno del quinto compleanno del figlio, qualcosa si spezza nel cuore e nella testa della madre. Sicuramente provata da questa situazione psicofisica al limite del surreale, decide di scappare dal suo carceriere. Inutile dire che la fuga avrà successo. Attenzione però: il film, il vero film nasce proprio qui.

Diversamente da quanto emerge dalle premesse, le due ore di Room non sono narrate tutte all’interno della stanza. Già durante i primi trenta minuti del film la fuga ha inizio, spiazzando doppiamente lo spettatore: da una parte, Lenny Abrahamson (già regista del delizioso Frank) non narra le origini, non ha così voglia di raccontarci come e quando la ragazza è stata rinchiusa, dall’altra parte, subito dopo la fuga, lo spettatore vive minuto dopo minuto la vita, la nuova vita di questi due esseri umani, chi cerca di ritonare alla realtà a cui è stata strappata, chi la vive per la prima volta (il figlio), quel “fuori di qui” che considerava essere fantascienza, come tutti gli animali e documentari che vedeva in televisione.

Il bambino ha un’interessante parallelismo con il bambino di The Road, tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy: entrambi sono portatori di amore e speranza nonostante non hanno conosciuto il ‘vero’ mondo, ma solo vivendo in un costrutto o in una realtà post apocalittica.

Facili inoltre sono le metafore presenti proprio in quelle quattro pareti e in quei pochi metri quadri: la voglia e l’invito a vivere diversamente, inclinare la testa e affrontare ogni difficoltà da una prospettiva differente.

Oscar alla migliore attrice protagonista per Brie Larson che partecipa alla narrazione del film con un’interpretazione alla DiCaprio: subisce costantemente tutto sul suo corpo e sulla sua psiche i risvolti di questo gesto. Cade a terra, piange, urla, sbraita contro i genitori accusandoli di aver cresciuta troppo ingenuamente, motivo per cui è caduta nella trappola del suo rapitore e carceriere.
E suo figlio? Avuto da questo uomo che mai l’ha riconosciuto e che la madre considera solo suo, avendolo cresciuto e accudito per ben due ventri materni, il suo e la ‘stanza’.

L’uscita da quest’ultima è appunto una rinascita, ma bisognerà staccare il cordone ombelicale per poter finalmente chiudere con il passato e voltare pagina. Ecco tutto l’amore e speranza del bambino che riescono a esprimersi per la madre e per la loro vita insieme.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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