Ave, Cesare! Il Destino caotico dei Coen

Come è prassi, l’Internet aveva già deciso: l’ultimo film dei fratelli Coen Hail, Caesar! , era brutto. Divertiti e comunque curiosi ci siamo avvicinati a leggere le diverse reazioni post proiezione Berlinale 2016. Noi lo abbiamo visto solo una settimana dopo la fine del Festival e, neanche per seguire un percorso di controcorrente, abbiamo assolutamente adorato il film, pur riconoscendone che non sarà ricordato come grande capolavoro ma sicuramente siamo lontani da film come Prima ti sposo, Poi ti rovino o Ladykillers.

Insomma, anche loro hanno un mutuo da pagare, no?

Ave, Cesare è uno sguardo nostalgico al cinema anni ’50 Hollywoodiano, fatto di regole, contratti, minacce comuniste e Star System che decretava la cornice o la vetrina di attori, registi e film stessi.

Il Destino caotico, in piena accelerazione, si abbatte su Eddie Mannix (Josh Brolin), produttore per la Capitol Film, che ricopre anche un ruolo di Tarantiniana memoria: una sorta di Mr. Wolf cinematografico, lui risolve problemi, che siano fuori o dentro il set.

Il film quindi vive di diversi episodi, tutto collegati tramite Eddie Mannix. Il rapimento di Baird Whitlock (George Clooney) sarà soltanto uno di questi, forse il più importante ed esilarante.

Ricordando quanto avevamo detto per Tarantino e il suo The Hateful Eight, Ave, Cesare! Vive di quella libertà artistica e creativa che anche i Coen, fortunatamente, ottengono senza problemi.
La sceneggiatura del film, quasi un soggettone, era già pronta da più di dieci anni, ma mai avanzata. Tirata fuori soltanto ora, guardando il prodotto finale, si sente una difficoltà nel portare questa storia nel 2016.

La finzione del cinema a cui siamo abituati ci ha tolto dallo sguardo necessario per catalogare alcuni film: il cinema è una macchina economica. Lo stesso film, affrontando una linea narrativamente esilarante, si rivela metacinema: sceneggiatori comunisti che si mettono contro un sistema forse più comunista di loro, attori idioti che vengono idolatrati a star, inserimenti forzati di attori che stonano con l’ambiente e il genere di film attualmente in lavorazione o attrici che rimangono incinte ma senza un marito, motivo per cui ecco il collante, ecco il povero martire Eddie Mannix (una delle scene finali di lui sotto la croce di Gesù è iconica quanto brillante) risolvere tutto, vivere in quella finzione, essere consapevole del lavoro che sta svolgendo, sentirsi un servo di un’industria che lo fa sentire peccatore ogni giorno. L’occhio critico e giudizioso di un sistema che sembra più un circo che ‘vera arte’.

Mannix è il classico personaggio Coeniano, un individuo al centro del ciclone (ricordate la scena finale di A Serious Man? Pazzesca), con continui ripensamenti su quello che sta facendo, se sia giusto o meno e ancor di più, chiedersi se ci sia una via d’uscita a tutto questo.

Altro fuoco che tiene vivo il film è l’iconoclastia con cui i Coen rappresentano il cinema anni ’50. Quasi un misto di ammirazione e goliardia, Baird Whitlock è infatti quel tipo di attore che davanti la camera riesce a far emozionare milioni di spettatori, ma al di fuori, vive quasi nella stupidità e nella continua scoperta che la vita reale non è il cinema.

Chissà, magari qualcuno, tra 50 o 60 anni, farà la stessa cosa e guarderà con gli stessi occhi, il nostro periodo pieno di cinecomics. Troveremo un produttore che si mette al tavolo con diversi rappresentanti di settore per chiedere se tale Spider-Man o Batman andrà bene per il pubblico che sarà, perché sì, la scena in cui Mannix invita diverse rappresentati tra cattolici, ebrei, protestanti e ortodossi, per chiarire le diverse posizioni sulla considerazione su Gesù e Dio è forse uno dei punti più alti e intelligenti del film, che smascherano non solo l’industria cinematografica ma anche lo spettatore, vittima e complice del sistema.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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