Veloce come il vento, premere sull’accelleratore della vita

Non nascondiamo che ci ritroviamo nella stessa situazione quando parlammo di Lo chiamavano Jeeg Robot, cercare in poche righe di ingolosirvi, oltre alla massiccia pubblicità nel web, ad andare a vedere il film di Gabriele Mainetti.
Ora si ripropone la stessa cosa con Veloce come il Vento, nuovo film di Matteo Rovere assolutamente potentissimo, in uscita oggi, 7 aprile, al cinema e che vi consigliamo, quasi ordiniamo, di andare a vedere e supportare con passione (e soldi del biglietto) film di questo calibro.

Da giorni si cataloga Veloce come il Vento come il “Rush italiano“. Quanto di più sbagliato perchè, oltre ad aver stranamente apprezzato la pellicola di Ron Howard, il film di Rovere ha quella marcia in più, tutta firmata dal nostro Bel Paese che quindi smuove un po’ il cuore e ci avvicina di più ai due protagonisti, Giulia (Matilda De Angelis) e Loris (Stefano Accorsi). In particolare, quella marcia in più, che con forza la mano inserisce nel cambio, è quel fattore di credibilità che mal si addice al cinema italiano.
Rovere gira le corse VERAMENTE, con VERI incidenti e VERE riprese in abitacolo. Anche le scene girate in città, ci mettiamo lì, spendiamo migliaia di Euro in litri di acqua per la pioggia ma cazzo, le facciamo vere. Ecco quindi che, con un gusto tipicamente statunitense, Veloce come il Vento risulta un film credibile in ogni singolo fotogramma, anche quello più bonari, che urlano al tricolore in tutti i dialetti possibili, perchè il vecchietto pieno di rimpianti, il rapporto fratellio-sorella da ricucire e tossici accattoni, sì, quelli sono tratti tipici tutti Made in Italy.

E pensare che dalle premesse c’è la possibilità di un disastro, proprio per quel gusto troppo italiano di affrontare il tema ‘corse’, ‘perdita del papà’, ‘fratello tossico’, ‘se non vinco perdo la casa’. Poi c’è la scena, una di quelle per cui, poster davanti gli occhi leggi Stefano Accorsi e con lui non sai mai dove si può andare a parare: ti riesce il prodotto figo come qualcosa di mediocre, di autocelebrativo che non riesce a scalfire nessuna parete.
Ma siamo lì, Giulia in pista in difficoltà, babbo non c’è più a dargli indicazioni, qualche parola che urta la mente già instabile di Loris, il giusto tremolio di camera per Rovere e bam!, qualcosa di base strettamente idiota, pomposo e ‘italiano’, improvvisamente catapulta lo spettatore lì, insieme a Giulia nella sua Porsche o accanto a Loris per dare indicazione. Inutile dire che da qui in poi, il film ha moltissimo da offrire, ed è tutto un bel vedere.


Non dite che non vi siete gasati, perchè non vi credo.

Una cosa che difficilmente si vede dai noi è una caratterizzazione approfondita, anche puntellata dei protagonisti. In tal caso, troviamo Loris, uno Stefano Accorsi che sembra uscito direttamente da RadioFreccia, in forma, sempre sulla scia della tossicodipendenza e del Christian Bale di The Fighter (però un tossicodipendente pompato è poco credibile, ma ci passiamo sopra. Ex promessa del campionato GT, ha passato gli ultimi 10 anni a farsi di eroina. Il motivo? Non lo sappiamo, ma ci basta la scena n cui impreca contro la sua vecchia e ritrovata Peugeot 205 Turbo 16. Probabilmente è stata a causa di quell’auto, la sua Moby Dick, che oltrepassare quel limite lo ha portato al cambio di dosaggio nelle sue vene: dall’adrenalina all’eroina.
Pochi giorni fa si riguardava Whiplash. Storie di istruttori e allievi. Si parlava del limite da superare per essere grandi. Newman e Fletcher, Yoda e Luke Skywalker (ricordate la foresta pregna del Lato Oscuro su Dagobah?) e qui abbiamo Loris e Giulia.
Come in Rocky o nel grandioso e sottovalutato Warrior, Giulia piega il proprio corpo, lo modella allo sport cui ha dedicato la sua giovane vita. Il maestro che Loris, che nel pieno del suo non fare un cazzo tutto il giorno, ritrova la voglia di correre, di addentrarsi in quello sport che lo ha ridotto com’è ora ma con una lucidità che non provava da anni, con una voglia di fare veramente il fratello maggiore che non è mai stato.

La Grande Bellezza 2

La Grande Bellezza 2

L’estetica di Giulia si rappresenta in quella rasata blu sulla tempia, a testimoniare una vita, i suoi diciassette anni vissuti sempre in velocità, il prendersi cura di una casa che sta rischiando di perdere, in quel vestito rosso di una madre che non c’è, è chissà dove in giro, con cui ha appena scopato con qualcuno in macchina, perchè lei vive la sua vita, intima e professionale, dentro quell’abitacolo. Su questo aspetto intimo di Giulia c’è stato un drastico taglio in fase di montaggio. Nel trailer sono presenti alcuni spezzoni di un ragazzo che si incontra con lei, ma nel film sono state totalmente eliminate. Forse mostrare una minorenne che fa sesso consenziente era scandaloso. Boh. Peccato però, sarebbe stato l’ennesima occasione per dimostrare come la giovane pilota vivesse il suo lavoro dentro e fuori dalla sfera privata. Ma tant’è.

Noi parliamo, scriviamo, lodiamo, ma voi siete ancora qui a leggere queste righe. Il film è al cinema, andatelo a vedere e supportate questi progetti. Anche con i suoi difetti, che si evincono specialmente nel finale, troppo frettoloso, troppo buonista, mettetela come volete, ma noi ci siamo sciolti.
Sulla locandina è riportato ‘Ispirato a una storia vera’. Le storie vere tendono sempre a parlare di vita e noi di Vero Cinema abbiamo un debole per queste storie di marciume assoluto, di persone allo sbando che cercando di uscire dallo schifo della vita. A colpi di sudore, sangue e eroina, ma alcune volte, non c’è niente di più vero nel cinema.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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