11.22.63, solo una corsa contro il tempo per salvare JFK?

11-22-63-ewStephen King dev’essersi divertito un mondo a scrivere 11.22.63, il romanzo annuale che la sua professione e la sua casa editrice gli impongono. Come Quentin Tarantino in Inglourious Basterds, lo scrittore nato a Portland (Maine), da non confondere con Portland (Oregon) come c’insegna Kubrick in The Shining, destrutturando proprio l’omonimo romanzo di King, gioca con la Storia e ne capovolge gli eventi, stravolgendone il loro corso e ridisegnandoli a proprio piacimento.

Attraverso una porta spazio-temporale all’interno della sua tavola calda, Al Templeton (Chris Cooper) poco prima di morire chiede a Jake Epping (James Franco) di tornare indietro nel 1960 e d’impedire che, tre anni più tardi (per l’appunto, il 22 novembre 1963), il Presidente Kennedy venga assassinato. Jake, che negli anni ’00, vive in una condizione di costante infelicità, troverà negli anni ‘60 un nuovo scopo nella sua esistenza.

Che John F. Kennedy sia il Presidente degli Stati Uniti più amato di sempre è dovuto alla sua morte prematura in tragiche circostanze. Con lui non ci sarebbe stato il Vietnam, sicuro, ma veramente avrebbe reso il mondo un posto migliore? Don DeLillo ha scritto Libra, un romanzo sull’omicidio di JFK, scandagliando il prima, il dopo, il durante, ipotizzando cosa baluginasse nella mente dei protagonisti (reali) del complotto. Come DeLillo stesso ha detto in una recente conferenza tenutasi a Lisbona, il giorno in cui la testa del Presidente Kennedy fu fatta saltare in aria, “il tempo si fermò”. Non è facilissimo, per chi di noi ai tempi non c’era, immaginare l’entità di quest’attentato. Sì, i libri di storia, i miti, le leggende, i filmini in 8mm, le foto scattate con le Kodak Instamatic, i ricordi di chi c’era, i documentari, le teorie strampalate e quelle sorrette da prove e testimonianze, ci forniscono una tale quantità di informazioni da poter tranquillamente rivivere quei momenti, ma quello che non capiremo mai, si spera, è avere esperienza di noi stessi in quei giorni e in quel paese. Gli americani (attenzione, non l’America) si sentirono scaraventati dal mattino al pomeriggio in un lucido film dell’orrore: il loro leader era stato ucciso e loro erano indifesi.

Cosa sarebbe successo se Kennedy non fosse stato ucciso? Dovrebbe avrebbe condotto gli Stati Uniti e quali effetti le sue scelte avrebbero avuto nel resto del mondo? Questo è l’interrogativo, spesso sepolto sotto una coltre narrativa che si muove su più piani temporali, attorno a cui sono costruiti il romanzo e, quindi, anche la serie tv, prodotta nientemeno che da J.J. Abrams (forti i legami con Lost, altra sua celeberrima produzione televisiva). Occhio però, il prodotto però non si esaurisce con così tanta facilità.

11 22 63 quotePerché 11.22.63 non è un cinefumetto su Flash, il velocista scarlatto della DC Comics, che, sospendendosi qualche metro sopra l’auto presidenziale, afferra al volo, come un moderno John Henry Anderson, i proiettili del fucile Mannlicher-Carcano sparati da Lee Harvey Oswald dal sesto piano del deposito di libri che si affaccia su Elm Street. Senza toccare toni buffi come quelli ipotizzati poc’anzi, ma neanche la tragicità che ci si aspetterebbe da una storia come quella dell’omicidio Kennedy, 11.22.63 anche nella sua forma ridotta di serie tv, che per motivi di palinsesto rinuncia ad una complessità narrativa maggiore che nel romanzo è ben presente, ci pone una domanda che tutti ci siamo fatti almeno una volta nella vita: cosa cambieremmo se potessimo tornare indietro nel tempo? Che qualcuno voglia farlo per sventare l’attentato al Presidente degli Stati Uniti o che lo faccia per impedire la morte di un cittadino come tanti altri o per riconquistare il grande amore della sua vita dopo averlo perduto, la realtà rimane solenne e beffarda: tutto ciò non è fattibile. Vuoi provare a fottere il passato? Poi lui fotterà te. Questa è la lezione di King. Brutale, violenta e fondamentalmente triste, ma che non possiamo dimenticare.

Quindi, ci si accorge ben presto che tanto il romanzo quanto la mini-serie tv ci parlano di ben altro che l’omicidio Kennedy: si tratta di un’indagine sul tempo e sull’inutilità ed impossibilità di volgere gli occhi al passato, illudendosi di poterlo cambiare. E se questo non basta, 11.22.63 è la storia di un amore senza tempo perché impossibile e irrealizzabile. Insieme, sono magnifici Sarah Gadon, musa che Cronenberg ha fugacemente ritratto nei suoi ultimi tre film (A Dangerous Method, Cosmopolis, Maps to the Stars) e l’inarrestabile James Franco. In un mondo dominato da giochi di potere politico incomprensibili per i più, in un universo di cui bisogna ancora scoprire così tanto, in un momento storico in cui nulla si può fare per frenare, ostacolare e cambiare il flusso temporale, una delle gratificazioni di cui si può servire un umano per condurre un’esistenza decorosa è trovare rifugio in una vera storia d’amore che lo possa mentalmente elevare dalla sua condizione di essere mortale. La loro relazione ci disarma nella sua totale onestà di sentimenti e di altruismo per permettere al partner di essere se stesso, credendo a ciò che è incredibile, fidandosi delle sue scelte fino al sacrificio più grande che nell’innamoramento si può compiere. Qual è? Per saperlo dovete vedere 11.22.63 e prepararvi ad un finale da piangere diamanti perché se King ha un dono è quello d’intrappolarci nelle sue storie, di renderci parti di esse, demolendoci assieme ai suoi personaggi. E con la realizzazione di questa mini-serie tv, lui, Abrams, Franco e tutti i produttori, l’hanno fatto ancora una volta. E forse era proprio quello di cui avevamo bisogno.

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Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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