Le Donne di Sofia Coppola: vergini, eteree e dannate

1Sofia Coppola fa parte della “nuova ondata” generazionale di registi americani. Nelle sue pellicole ci racconta con freschezza e verità l’anima dei suoi personaggi, prestando un’attenzione particolare al modo di sentire e percepire il mondo delle sue protagoniste femminili, alla loro quotidianità e sguardo verso il futuro. La cura per il dettaglio è essenziale, la scenografia rispecchia l’intimo delle “sue donne” protagoniste, ogni aspetto è fondamentale anche per ricreare l’esatta visione della regista e riuscire così a trasmetterci tutto il suo essere poetico e introspettivo, che va oltre la superficie delle cose. Sofia, negli ultimi anni, ha assunto anche il ruolo di icona di femminilità, specie nel campo della moda: ha infatti diretto spot pubblicitari e vestito lei stessa “i panni” di testimonial e designer per i più prestigiosi fashion brands. In quest’occasione, Vero Cinema vuole omaggiare la regista con uno speciale sul suo cinema in rosa, offrendo un identikit delle sue eroine in gonnella.

Nell’anno 1999, Sofia Coppola regala al mondo il suo primo film: Il Giardino delle Vergini Suicide, un intimo racconto di autodistruzione e solitudini.
Protagoniste le cinque sorelle Lisbon, fresche adolescenti dalle chiome bionde e fluenti, desiderate da tutti i coetanei del vicinato. Sorridono, passeggiano sempre in gruppo, i loro occhi curiosi si posano ovunque esse vogliono. Ma come si può dedurre dal titolo del film (tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides), nessuna di loro raggiungerà la maggior età.
Non ci troviamo davanti ad un thriller, non assistiamo ad una ricerca insistente delle ragioni per le quali le protagoniste decidono di porre fine alle loro vite. Il film ci dona invece gli strumenti per avvicinarsi sinceramente alla comprensione senza pretenderla.
Lo sguardo sincero e provato attraverso il quale Sofia Coppola ci guida, ci fa capire quanto lei sia profondamente legata al concetto di purezza. L’adolescenza è una fase critica della vita di ogni persona, è un processo evolutivo che delle volte viene arrestato, bloccato da qualcosa o qualcuno che non comprende la vera natura dell’essere giovani.

Le cinque sorelle desiderano vivere eppure è proprio ciò che viene loro negato e non è la morte a mettere un punto definitivo alle loro tristi esistenze.

Più volte le giovani “donne” di questo film vengono raffigurate come degli angeli, delle figure celestiali circondate da luce ed incanto (non a caso una delle sorelle si chiama Lux).
Eppure tutto ciò che hanno vicino a loro è solamente privazione e miseria.
Chi ha intravisto nei loro occhi un bagliore di malinconia, ha finito per innamorarsene. Chi ha tentato con caparbietà di capirle, ha finito per venerarle.
E nonostante la scia di orrore che il loro nome lascia dietro di se, le sorelle Lisbon appariranno sempre cristalline nella loro giovinezza negata.

Il tema dell’eros e thanatos è chiaramente presente nel film. Nella filosofia freudiana, le due pulsioni (quella di morte e quella di vita) rappresentano una dicotomia che non necessariamente porta ad uno scontro, ad un’esclusione. Le protagoniste nel desiderare di vivere a pieno la loro vita (anche sessualmente) e di poi porne fine, evidenziano un completamento della loro natura umana.
Vita e morte devono coesistere nella stessa persona affinché questa possa considerarsi tale.

Se all’esterno appaiono sorridenti e spensierate, è proprio all’interno della loro casa che le sorelle Lisbon sembrano sciupate e sconsolate. La loro abitazione è anche la loro prigione. Il tentativo dei genitori è quello di proteggerle dal mondo che le circonda, vietando loro però di assaporare cosa significhi essere adolescenti. Queste ragazze sanno di avere un potere speciale che proviene dalla purezza dei loro corpi. Tuttavia, questo film mostra come queste ragazze sprechino questo potere compiendo il più egoista di atti, il suicidio, che però è la sola via di fuga. Per loro, una tomba sotto terra offre più libertà di vivere sotto lo stesso tetto di mamma e papà.

Nel momento in cui Lux perde la verginità, muore spiritualmente. Da lì in poi, sembra sopravvivere piuttosto che vivere. È spenta, assente, violata della sua intimità, del suo dono più importante.
Non è una coincidenza che la prima delle cinque sorelle a morire, la più giovane, si getta dalla finestra della sua stanza, finendo trafitta dalla recinzione in ferro nel giardino. Una figura metallica che ricorda l’apparato genitale maschile, che si fa spazio nel suo corpo. Corpo che poi verrà sorretto dal padre, fra le sue braccia, quasi a voler ricordare una rappresentazione religiosa.

“Scoprimmo che le ragazze in realtà erano donne travestite, che capivano l’amore e la morte e il nostro compito altro non era che fare quel chiasso che sembrava affascinarle tanto. Capimmo che sapevano tutto di noi e che noi non potevamo comprenderle affatto.”

Nel 2003 esce Lost in Translation con il quale la nostra Sofia vince l’Oscar alla miglior sceneggiatura originale. La storia vede come protagonista una giovane donna, l’americana Charlotte (Scarlett Johansson) che ha raggiunto il marito fotografo in quel di Tokyo perché, come si racconterà, “non aveva niente da fare”. É spaesata, confusa, laureata da un anno in filosofia ma   incapace di decidere la strada da percorrere. La seguiamo nelle sue giornate sempre uguali, lontano da casa e da sé stessa: la mattina e la notte seduta nella stanza d’albergo con i pensieri oltre la finestra, sulle luci di una città che non dorme mai (un po’ come lei e il suo jet lag) nei suoi spostamenti in solitaria (il marito lavora tutto il giorno per gli scatti di una band nipponica) durante la visita ad un tempio di monaci buddisti (in cui cerca un coinvolgimento che non trova), quando cerca di mimetizzarsi nella folla attraversando le strisce pedonali a Shibuya e nelle vie sotto l’ombrello per ripararsi dalla pioggia sottile, mentre si intrufola in un corso di Ikebana dove dispone i fiori “a caso” ma è in metropolitana che il suo sguardo saltella da un kanji all’altro: gli ideogrammi sono indecifrabili come le parole che non si riescono a comunicare all’altro e rimangono tagliate da una conversazione frettolosa al telefono con “un’amica”, allora con le cuffie alle orecchie si osserva un’altra prospettiva dallo Shinkanzen: la vetta innevata del Fuji è lo sfondo dietro ai fumi delle fabbriche. Charlotte arriva alla sua “gita fuori porta”: Kyoto. Ferma al parco a riposare osserva la scena di un matrimonio in abiti tradizionali: la mano della sposa è in quella di lui, all’ombra degli alberi. Il pensiero del proprio matrimonio sembra vicino e lontano allo stesso tempo.

“L’orgoglio dei fiori non si manifesta forse nel momento stesso della fioritura più che nella possibilità di fiorire in futuro o nella consapevolezza di essere fioriti in passato”? (Lettere Kawabata/Mishima edizioni SE)

Rientrata in hotel il fuso orario non le lascia tregua: scende al bar e tra un concerto Jazz e un vodka tonic ri-incontra Bob Harris (Bill Murray) lui poi le dirà che i loro sguardi si erano già incrociati in un sorriso la mattina in ascensore. Ma lei non ricorda. Due americani in Giappone, entrambi persi nella traduzione di un qualcosa che hanno conosciuto un tempo e adesso dimenticato. Charlotte e Bob si sentono dei pesci fuor d’acqua, lontani da casa e dalle situazioni che devono fare per forza ma capiscono ben presto che lo stare insieme è come tornare a respirare. Meditano e attuano fughe da appuntamenti improbabili in serate improvvisate con persone improponibili: loro possono fare a meno di tutto questo vuoto. Basta un karaoke, una corsa per i corridoi del pachinko, vedersi “La dolce vita” in notturna (rigorosamente sottotitolata in giapponese) mentre si beve sakè, mangiare a un sushi-bar e poi correre in ospedale per un dito del piede sbattuto al comodino e trascurato.

Il bisogno di ascoltarsi e raccontarsi all’altro, semplicemente. Nonostante il caos coniugale e crisi esistenziali dei vent’anni o di mezza età, i figli che crescono e quelli che non ci sono ancora, i limiti, le difficoltà, la vita, le polaroid e la scrittura tutto è lasciato a metà. Ciò che si è già vissuto e il suo potenziale. Sempre a voler trovare un motivo, a dare un nome alle cose: basta.

Adesso Charlotte è il momento: esce dalla stanza del Karaoke (con tanto di caschetto rosa) per fumarsi una sigaretta seduta in un corridoio zebrato e Bob la raggiunge (e le frega un tiro). Lei respira e appoggia la testa sulla spalla di lui. L’attimo continua: la canzone che sentivano in taxi è ancora nelle loro orecchie, in corridoio quando Bob la porta in braccio finalmente crollata dal sonno. Il sogno di lei prosegue nei loro occhi, la sera prima della partenza di lui, entrambi sono il riflesso di ciò che si vorrebbe ma non si può. Le tazzine del sakè sono la simmetria di questo muto rituale, sullo sfondo del bar. La saudade si sfiora con le dita, come la mattina seguente in cui la prima e l’ultima volta sono un tutt’uno. Arrivederci, adesso Charlotte può camminare da sola. Veramente. Just like honey.

“Vacilliamo nel tentativo di mantenere il nostro equilibrio morale, e in ogni nuvola che si leva all'orizzonte vediamo presagi di tempesta. Ma c'è gioia e bellezza anche nell'ondeggiare dei flutti che avanzano verso l'eternità” (Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del tè edizioni Feltrinelli)

“Vacilliamo nel tentativo di mantenere il nostro equilibrio morale, e in ogni nuvola che si leva all’orizzonte vediamo presagi di tempesta. Ma c’è gioia e bellezza anche nell’ondeggiare dei flutti che avanzano verso l’eternità” (Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del tè edizioni Feltrinelli)

In Maria Antonietta (2006) Sofia segue alla lettera il consiglio di suo padre Francis Ford Coppola di realizzare un film il più personale possibile e che rifletta la sua precisa visione riguardo al 18esimo secolo alla corte di Versailles. Sofia ha le idee chiare: prende spunto dalla biografia “Maria Antoinette: the journey” di Antonia Fraser e la reinterpreta mettendoci tutto il proprio animo neo-romantico-decadente e facendolo rispecchiare nella “scelta psicologica” degli abiti,(ricordiamo che nel 2007 Milena Canonero si aggiudica il premio Oscar per i migliori costumi) dei colori, nella colonna sonora travolgente (non mancano infatti Adam & the Ants, New Order, Vivaldi, Strokes, Cure, Jesus and Mary Chain, Siouxie and the banshees…) e nell’azzeccatissimo “melting pot” anche di personaggi bizzarri, eventi eccessivi, sperpero e vezzi estremi all’ordine del giorno: perché tutto questo è Versailles. Il risultato è di estrema e vivida freschezza, un tema storico che respira di una certa contemporaneità e che arriva allo spettatore coinvolgendolo. Sofia ha saputo togliere l’aria di pomposità in cui una pellicola del genere poteva andare incontro e lo ha fatto curando ogni aspetto nei minimi particolari, nel rispetto dell’epoca in cui è ambientato e sapendo dare nuova voce alle situazioni, secondo la propria tavolozza. L’insieme esplosivo di cerimonie e festini, abiti, scarpe (controllate bene se in mezzo a tutto ci sono per caso il vostro paio di converse che non trovate, rigorosamente in tonalità pastello da abbinare ad un macaron per un tè cinese con Maria Antonietta) acconciature che sfidano la forza di gravità con tanto di piume, lustrini, fiori, dolci, pettegolezzi, invidie e rivalità mal celate dalle dame di corte dietro ai loro ventagli piumati e indiamantati e negli “scontri” tra la sala degli specchi o i giardini… Ma siamo proprio sicuri che tutto questo riesca ad annullare la Vera Maria Antonietta? Beh diciamo che esternamente “sembra” tutto procedere come sempre: da poco più che bambina spaesata arrivata dall’Austria e data in sposa al futuro re di Francia, la vediamo crescere poco per volta, farsi una giovane donna in una situazione che non sa ancora bene come gestire: ferree quanto assurde regole di comportamento a corte, un matrimonio non consumato in sette anni e mezzo, un erede (che logicamente) tarda ad arrivare.

Gli occhi di tutti le si puntano addosso, le cattiverie, la falsa propaganda delle brioches, le vignette caricaturali: tutti abiti che non sente appartenergli. Non è ancora matura per capire lo strano meccanismo che muove il suo nuovo mondo e per assumersene tutte le responsabilità: vorrebbe essere semplicemente sé stessa ma sa che non può.

Maria Antonietta è una principessa ma vive come un uccello in una gabbia dorata. Riuscirà a trovare un equilibrio dopo la nascita del Delfino di Francia: ciò che chiede adesso è un po’ di tranquillità magari lontana dalla corte, in una dependance lì vicino. Inizia così il suo periodo più felice perchè adesso lei è Nuda Veritas: libera, senza costrinzioni di sorta. E quindi via i corsetti che soffocano: gli abiti si fanno leggeri e bianchissimi, le giornate al Trianon sono piene di luce e Maria Antonietta ama fondersi nella natura che è ovunque intorno a lei. Sembra anche a noi di essere lì mentre accarezza la superficie del fiume che scorre lento in un ozioso pomeriggio in barca o in una passeggiata mattutina in mezzo all’erba alta.

Anche la cinepresa diventa più soggettiva, libera, a spalla. L’illuminazione è naturale, omogenea, con grandangoli e luci più vicine (tutt’altra cosa se paragonata all’inizio nello Schönbrunn viennese decisamente più cupo, rigido e solenne o alla vita a Versailles con quei colori pop che tanto ricordano una cascata infinita di caramelle. Per Sofia lavorare con il fotografo Lance Acord è una certezza: ricordiamo infatti che aveva già precedentemente curato la fotografia in Lost in Translation). Al Trianon Maria Antonietta invita le amiche per farle assaggiare le sue fragole, il latte e leggerle qualcosa in cui si rispecchia:

Supponendo che l’uomo sia stato corrotto da una civiltà artificiale qual’è dunque lo stato di natura da cui è stato strappato? Immaginate di vagabondare su e giù per i boschi senza industria, senza linguaggio e senza casa”
(Jean-Jacques Rousseau, Stato di natura)

Marie Antoinette, ricordi i tuoi diciott'anni, quando con occhi luminosi fissavi la tua alba, nella potenza del mattino che iniziava in un brindisi continuo verso il futuro radioso? Ricordi ancora quel momento, in cui sapevi di poter dare un “nuovo ordine” a tutte le cose?

Marie Antoinette, ricordi i tuoi diciott’anni, quando con occhi luminosi fissavi la tua alba, nella potenza del mattino che iniziava in un brindisi continuo verso il futuro radioso? Ricordi ancora quel momento, in cui sapevi di poter dare un “nuovo ordine” a tutte le cose?

Da lei non mancano cene, dopo cena, colazioni. E tutto quello che ci sta nel mezzo, meglio se con il Conte Fersen (rivisitato “all’Adam Ant”). Maria Antonietta è finalmente presente in ogni istante, vive sé stessa come ha sempre desiderato e sentito: con gioia e spontaneità. Ma sono gli eventi della storia a riportarla inevitabilmente a Versailles: ora ogni cosa è terminata, senza ritorno. Insieme precipitano anche le sorti della sua famiglia: la crisi è totale, tragica sarà la fine.

 

The Bling Ring arriva al Festival di Cannes sei anni dopo l’ultimo film di cui vi abbiamo parlato. Ispirato ad una storia vera, Sofia Coppola ci mostra la gioventù spericolata e superficiale di Hollywood, talmente annoiata dalle proprie vite che per colmare i loro vuoti saccheggiano le abitazioni dei vip (parliamo di star quali Paris Hilton, Lindsay Lohan), appropriandosi dei loro abiti ed accessori alla moda.

Le figure femminili in The Bling Ring sono ragazzine che vogliono vestirsi da donna rinunciando però alle responsabilità di un adulto. Ragazze piene di vizi, ma senza alcuna virtù.

Vivono di foto postate su Facebook, feste a base di alcol e balli scatenati in pista, corse folli in automobili di lusso e come hobby il furto di abiti da centinaia di dollari.

Se nei film precedenti della regista, è il sentimento di purezza a far da padrone del suo cinema, in questo caso si verifica l’esatto opposto. La falsità regna sovrana e nessuno se ne esce con le mani pulite.

Le protagoniste di The Bling Ring sono così immerse nelle loro giornate patinate e fasulle, che a furia di stalkerare i loro idoli del cinema sul web, si convincono di poter essere come loro semplicemente vestendo i loro abiti.

Rubano il loro stile di vita, si identificano più del dovuto, non hanno freni e paure. L’importante è apparire.
La vacuità dell’adolescenza moderna è sconcertante, soprattutto considerando il fatto che è reale e ne siamo spettatori ogni giorno.

Eppure anche in quest’occasione, lo sguardo della Coppola non è moraleggiante, non li condanna a priori e non li giustifica. Si limita solamente a descriverli, lasciando però poca libertà alla sua poetica narrativa.

 

Vergini arcaiche di ieri e di oggi nei film di Sofia Coppola:

La Verginità magica rappresentava una condizione di gioia e libertà femminile estreme e senza limiti che consentiva ad alcune fortunate donne di conservare e custodire la forza, il mistero, la bellezza e la purezza delle foreste vergini selvagge, inviolate e sconosciute dagli uomini, covando costantemente nel profondo di sé stesse una perpetua divina, naturale, languida ed erotica ebrezza”
(Le Vergini arcaiche, Leda Bearné edizioni della Terra di Mezzo)

Le donne  di Sofia racchiudono e custodiscono in se la pura essenza dell’anima femminile: possiamo parlare di una sorta di verginità, non intesa nel senso fisico del termine quanto piuttosto di un vero e proprio stato di natura dimenticato e poi riscoperto per essere vissuto con piena consapevolezza. Una verginità intuita inoltre, come vero sentire del proprio essere, meglio se in sintonia con il mondo naturale.

Le protagoniste delle pellicole di Sofia sono tutte donne capaci di “portare il fuoco”: simbolo della loro atavica fiamma in grado di preservare il loro potere femminile libero, sacro e incontaminato necessario per riuscire a percepire la vita con piena meraviglia, ad esserci in modo istintivo e vero in ogni cosa.

Eppure tutte condividono un vuoto, un’assenza che vogliono a tutti i costi colmare, ognuna a proprio piacere. Chi con l’amore, chi con i beni materiali, chi col desiderio di libertà. Le donne di Sofia sono angeli trasportati in realtà claustrofobiche e limitanti. Nessuna di loro, però, perde fascino e bellezza, perché la femminilità è un dono che non muore mai.

(Angelica Lorenzon e Mariangela Martelli)

Angelica Lorenzon

Angelica Lorenzon

"I know everything, everything but myself."
- François Villon
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