Riflessioni tardive attorno a Perfetti Sconosciuti

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Dopo i David di Donatello, dopo la vittoria al Tribeca Film Festival, dopo i 17 milioni di euro incassati nonché una tardiva visione un giovedì sera in un cinema di provincia, abbiamo deciso di spendere due parole su Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese. A guardare i suoi vecchi film sorge qualche perplessità: eccezion fatta per Immaturi, che non era male ma non era neanche un capolavoro, possiamo tranquillamente abbonare allo spettatore l’evitabile Immaturi – Il viaggio, il poco brillante Tutta colpa di Freud, nonché il pietoso Sei mai stata sulla luna?, con un poco credibile Raoul Bova versione villico pugliese.

Poi, nel 2015 Genovese s’imbarca in un progetto di non facile realizzazione. La sceneggiatura è scritta a cinque mani, l’idea di partenza ingegnosa e con possibili risvolti interessanti: un gruppo di amici a tavola e un gioco pericoloso, anzi pericolosissimo, quello di leggere ad alta voce, di fronte agli altri, senza infingimenti, senza censure, tutti i messaggi, tutte le email ricevute, nonché di rispondere in vivavoce a tutte le telefonate. C’è chi propone il gioco, chi è molto reticente, chi caldeggia al grido del “non ho niente da nascondere”. A Roma, attorno a un tavolo, davanti all’antipasto, agli gnocchi e al polpettone, ci stanno amici d’infanzia e giovinezza, accompagnati da relative fidanzate o mogli o compagne, anch’esse ormai parte del gruppo. Tre coppie più uno spaiato, doveva portare a far conoscere agli amici tale Livia, ma Livia per motivi x non è venuta.

Il gioco parte, e l’inizio è quasi troppo sereno; sono telefonate di lavoro, di routine, di quotidianità borghese. Ma sotto sotto c’è il mal di stomaco che precede i disastri annunciati e fa inutilmente sperare di passare il gioco indenni. E ecco, basta un’email un po’ più esplicita, un infelice scambio di cellulari, una chiamata fatta al momento sbagliato, che vengono fuori i non detti, gli asti, i piccoli segreti condivisi da tutti meno che da uno, le bugie bianche che accumulate fanno una menzogna dolorosa, e il gioco si tramuta in débȃcle. La catastrofe si abbatte sui commensali, e non c’è alcun modo per porvi rimedio.

Tanto s’è detto sulla presunta problematica sociale che Perfetti sconosciuti avrebbe voluto sollevare. Nient’altro che sciocchezze. Non c’è una simile retorica stantia nel film del regista: Genovese non vuole denunciare niente e nessuno, prende solo atto di usi e costumi degli anni duemila – che poi è l’upgrade dell’appuntamento preso a voce con l’amante, solo che ora è tutto documentabile. Getta un pomo della discordia in mezzo a un tavolo, e aspetta che si scatenino le Furie. Ne esce fuori un ritratto dolceamaro delle relazioni fra amici, ben illuminato dalla fotografia soffusa di Fabrizio Lucci. La tragicità che soggiace a tutta la storia è palpabile, e accompagna la narrazione in un climax capace di suscitare magone e ilarità in ambivalenza, almeno fino alla catastrofe finale.

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L’impossibilità di alternare le scene per far scorrere la narrazione è una delle grandi difficoltà di un film dai lineamenti quasi teatrali, caratterizzato cioè da unità di tempo e di luogo. Serviva un eccellente lavoro di scrittura perché la storia non s’inceppasse. E infatti le situazioni in Perfetti sconosciuti si susseguono con inaspettata fluidità, succedendosi secondo ritmi peristaltici, ma regolari, passando da una verità più scomoda all’altra, fino alla catastrofe finale. Nel corso del film ci ha accompagnato una preoccupazione, fattasi sempre più assillante man mano che l’azione procedeva: in che modo Genovese avesse deciso di chiudere la storia. Perché le soluzioni potevano essere solo due: che finisse tutto a tarallucci e vino, con i personaggi che in nome di un non ben precisato principio superiore decidono di perdonarsi reciprocamente tutto, e di ricominciare daccapo con grandi intenti di sincerità. Oppure che tutti odiassero tutti, e che il gruppo si sfaldasse definitivamente. Nel primo caso avremmo vissuto il finale come un affronto rispetto a tutto quello che s’era visto. Nel secondo caso la storia sarebbe risultata quasi monca. In entrambi i casi avremmo avuto a che fare con un finale di merda.

Genovese ha scelto l’impossibile terza via. Una via elegante ma ruffiana, un raffinato escamotage per non dover affrontare l’inaffrontabile. Non è detto che sia stata la scelta giusta – magari registi migliori avrebbero potuto cavarsela egregiamente con uno dei due finali di cui sopra – ma certamente si tratta di una scelta paracula che ha permesso a Genovese di tirarsi fuori dalla spinosa situazione di dover scegliere tra due finali egualmente insoddisfacenti.

Un’ultima nota a margine sugli attori: a volerli mettere in ordine di bravura, andremmo da Alba Rohrwacher a Marco Giallini. Rohrwacher – qui ne prendiamo atto – non sa recitare. Lo gnegno che qui la contraddistingue non è, come si vuol far credere, parte del personaggio nevrotico: c’è un problema grave di dizione, di presenza scenica, d’incapacità di dare spessore al personaggio. Anna Foglietta e Kasia Smutniak ondeggiano nei loro ruoli e sono abbastanza convincenti. Meglio di loro fanno Giuseppe Battiston, Edoardo Leo e Valerio Mastandrea, notevoli ma mai all’altezza di Marco Giallini. Nella sua romanità, Giallini dimostra una naturalezza, una capacità di trovarsi a suo agio davanti alla macchina da presa, da diventare a pieno titolo il migliore della compagnia. Mentre gli altri attori interpretano un personaggio, per Giallini vale la conversa: semmai è il personaggio che è asservito alla sua maestria e alla sua bravura.

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Francesca Sordini

Francesca Sordini

"Io non ho bisogno di dirlo, perché lo si nota a leghe di distanza: sono brutto timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario."
(Gabriel García Márquez, "Memoria delle mie puttane tristi")
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