I volti di donna che portano i segni de La Pazza Gioia

È terminata due giorni fa la 69ª edizione del Festival di Cannes che ha visto il cinema italiano in prima linea, facendo nuovamente parlare di se a livello internazionale. Presentato fuori concorso all’interno della quinzaine des realizateurs, il nuovo film di Paolo Virzì che porta sul grande schermo una nuova commedia nera, La Pazza Gioia, che ha fatto letteralmente il boom sia di applausi che di vendite oltre agli ottimi risultati ottenuti al botteghino.
Sarà mai questa la rinascita del cinema italiano?

Dietro ai volti de La Pazza Gioia si nasconde tanto dolore, quello di due donne dal passato sofferto e travagliato che insieme cercheranno di affrontare e superare; ritorna così un tema che ricorre costantemente nella filmografia di Virzì e a lui molto caro: quello della donne e del suo ruolo all’interno di una società piccolo-borghese.
La vicenda porta lo spettatore in un viaggio attraverso i meravigliosi paesaggi toscani, terra natia del regista, dalle verdi colline pistoiesi fino a giungere alla movida della riviera versiliese. È qui che nasce l’amicizia tra due donne: Donatella Morelli (Michela Ramazzotti) e Beatrice Morandini Valdirana (interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, che nel precedente film di Virzì Il Capitale Umano, del 2014 vinse il suo terzo David di Donatello come miglior attrice protagonista).

La prima è una donna fragile sofferente per l’abbandono subito del padre musicista che ricorda continuamente attraverso elogi nei suoi confronti, ragazza madre dagli atteggiamenti infantili; soffre di depressione in seguito all’affidamento del figlio Elia poiché ritenuta incapace ad assolvere ai doveri genitoriali, è poi costretta a rinunciare definitivamente al figlio e il consecutivo ricovero in strutture psichiatriche dopo un tentato di suicidio/omicidio. Donatella porta sul suo corpo i segni indelebili di quelle esperienze che l’hanno segnata fino nel profondo della sua anima.
Invece di Beatrice non sappiamo molto se non attraverso le parole di disprezzo delle persone che la conoscono e alle quali ha “rovinato” la vita: dall’ex marito, all’amante fino allo sfogo crudo di disconoscimento della madre; è una donna raffinata che cerca di mantenere il tenore di vita ormai perduto, dal carattere invadente, petulante ed egocentrico anche se si mostrerà altruista nei confronti della sua silenziosa compagna di scorribande.
Sarà proprio Beatrice a scegliere come propria amica la nuova arrivata presso la comunità terapeutica di Villa Biondi, dove Donatella viene portata piena di lividi e inferma; due caratteri diametralmente opposti che genererà incontri e scontri che sfociano in attimi di ordinaria follia con aggressioni, insulti e minacce che feriscono più di mille lame.

È un road movie dal sapore nostrano che rievoca i tempi d’oro del cinema italiano in una forte contraddizione rispetto all’affresco dell’Italia del post miracolo economico rappresentata da Il Sorpasso di Dino Risi del 1962; anche qui le due donne, in ambiti d’epoca, fuggono sopra una decappottabile rossa quasi ad esprimere una ribellione nei confronti di quella società che reprime i naturali istinti di libertà.
Un’amicizia alla Thelma & Louise (anch’esso presentato esattamente venticinque anni fa fuori concorso al 44° Festival di Cannes da Ridley Scott) e dal sapore amaro di Si può fare (del regista Giulio Manfredonia, del 2008) che si snoda lungo le strade rosse della Toscana post berlusconiana in un’avventura al difuori di qualsiasi epoca ma facilmente mappabile: dalla provincia pistoiese fino al centro commerciale I Gigli di Firenze, per andare poi ad incontrare una stravagante maga nel piccolo comune di Uzzano.

Un’elegante cena al Tettuccio e un rapido saluto alla madre di Donatella porta lo spettatore in una Montecatini Terme che ormai ha perso la raffinatezza e l’eleganza di un tempo, per poi fuggire in autostop fino al litorale per andare a bere “un buon Martini” al Seven Apple di Marina di Pietrasanta, è qui che tra musica e balli riemergono gli incubi di Donatella. Una lite cruenta e furiosa le separerà per poi farle riunire nella tenuta di famiglia di Beatrice a Capannori (Villa Mansi) fino a terminare il loro viaggio sul lungomare di Viareggio con il celebre Orologio sullo sfondo, dove le due donne a cuore aperto si confidano ed ormai esauste si abbandonano ad un sonno ristoratore.
Un film caldo che ci riempie il cuore di emozioni contraddittorie, grazie anche ai bei colori caldi che inondano gli occhi quasi a voler contrapporsi alle esistenze disastrate di queste due donne allo sbando.

La Pazza Gioia racconta vite rimaste in sospeso in un limbo tra lucidità e pazzia all’inseguimento di ciò che sarebbe potuto essere insegnando che la felicità sta nelle piccole cose come attraverso lo sguardo di un bambino.

Elisabetta Da Tofori

Elisabetta Da Tofori

Forse ti hanno chiesto perché volevi darti al teatro, e tu non hai potuto fornire una risposta ragionevole, poiché ciò che volevi fare nessuna risposta ragionevole può spiegarlo: volevi volare.
-Edward Gordon Craig
Elisabetta Da Tofori

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