KILL BILL DIARY VOL. III – Sentirsi Superman dentro un grande film

“(…) Alla fine ho provato la sensazione super di essere una grande parte di un grande film. Morirò di stenti con queste riprese senza fine, ma chi se ne fotte? Non è mai stata una questione di soldi. Questa roba è il motivo per cui ho lasciato il mio lavoro alla fabbrica di birra: per diventare un attore”. (David Carradine, Kill Bill Diary, Milano, Edizioni Bietti, 2011, p. 160)

Alzi la mano chi adora le sceneggiature di Quentin Tarantino. Quasi tutti, dai cinephiles affamati a quelli che bazzicano i cinema giusto un paio di volte all’anno. Che sia un caso o l’altro, è raro trovare persone che non apprezzino l’estro creativo, l’arte di rubare e citare a man bassa dialoghi/situazioni/personaggi/storie/riferimenti provenienti da altre pellicole, la capacità di dirigere i propri attori, la cura infinitesimale per ogni dettaglio tecnico, lo sguardo da spettatore (ancor prima che da regista) di Tarantino. Quello che si è soliti pensare, considerando che partorisce un film in media ogni tre anni, è che lavori così a lungo alle sceneggiature da renderle perfette e intoccabili una volta completate. Nulla di più sbagliato.

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Dai diari redatti da David Carradine durante la lunga lavorazione di Kill Bill (inteso, nelle intenzioni di Quentin, come un film unico e diviso in due parti solo per una questione di marketing e di sopportazione della soglia dell’attenzione del pubblico) si evince che il modo di operare del regista non è poi dissimile da quello di un artista di una band in fase di composizione. Nello specifico, Tarantino stravolge costantemente i suoi lavori perché costantemente trova (o gli vengono offerte) nuove soluzioni che maggiore presa possono avere sulla storia e con più grande efficacia possono rimanere impresse nella memoria di chi vede i suoi film. Come si è già detto, per lui è tanto importante guidare l’orchestra, ma anche sentirsi parte di essa in qualità di elemento fra tanti. Vediamo ora come una chiacchierata tra Quentin e David diventa stimolo per una modifica fondamentale della parte finale del film. Alzi la mano chi non si ricorda il clamoroso monologo di Bill su Superman/Clark Kent.

Ogni opportunità di incontrare Quentin a quattr’occhi è sempre una gran figata. È un’esperienza totalmente diversa rispetto a quando è circondato da persone. Si toglie la maschera e si rivela. Ci siamo accesi un paio di giganteschi cubani e abbiamo parlato di qualsiasi stronzata, alcune parecchio profonde (…). Uno degli argomenti che abbiamo trattato riguarda i supereroi dei fumetti. Siamo partiti da un commento che ho letto in un giornale, che denigrava la performance di Christopher Reeve come Superman. Ma non c’è stato nessun grande film con Superman, e come potrebbe? Lui è Superman! Gli attori sono mortali. Ma lui era sicuramente Clark Kent saltato fuori dalle pagine di Action Comics. Da qui passiamo a una lunga digressione sugli alter ego. (…) Sei giorno dopo riceviamo una nuova versione del copione: Quentin ha preso tutta la nostra conversazione sull’alter ego di Superman e l’ha messa in bocca a Bill, nella forma di quegli splendidi monologhi insensati che sono il cuore dei film di Q”. (Ibid., p. 57)

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Di aneddoti come questo se ne trovano molti altri all’interno dei diari di Carradine. Si nota come l’esperienza e l’età dell’attore abbiano molto da offrire ad un giovane maestro come Quentin, il quale umilmente apprende e permette che le proprie idee vengano artisticamente “contaminate” d’agenti esterni se questo vuol dire rendere più bello e indimenticabile il film che sta realizzando. David gli insegna come ottenere migliori spari da una pistola lubrificandone la canna, gli mostra i trucchetti del mestiere come ripulire il flauto per tornare a farlo suonare, in amicizia gli prepara un vero sandwich proprio durante le riprese della scena del già citato monologo supereroistico. Insomma, si sviluppa tra i due un rapporto che, per la relativa età di entrambi, può benissimo passare per quello di un padre e di un figlio. Son due ruoli che però si alternano: Quentin, forse e considerato che è cresciuto senza una figura maschile di riferimento, inconsapevolmente trova una figura paterna in David, ma allo stesso tempo l’attore vede nel regista un genio da cui imparare molto, nonostante abbia quasi trent’anni in meno di lui.

Le giornate corrono veloci, l’atmosfera è rilassata e tutti stanno vivendo il sogno della loro vita: fare cinema. Kill Bill è incentrato sul suo personaggio, il cui nome è contenuto nel titolo stesso, ma per David Carradine non ci sono moltissime scene da girare e i giorni impegnati dalla riprese che lo vedono coinvolto scivolano via con facilità. La scena del non-matrimonio è una delle più celebri del film, complice anche il fatto che è la prima in cui si scorgere Bill nella sua interezza, fisica e caratteriale, e in tutto il suo sadomasochismo nel provare a uccidere (fallendo) la sua amata Kiddo. Ripercorrendo e ricordando quella giornata, Carradine scrive alcune delle sue pagine più belle ed evocative, lasciando fluttuare la sua memoria come un dolly che si muove dentro e fuori dal set. Ne riportiamo qualche parola:

carradinethurman[Quentin] mi ha fatto intendere che secondo lui questa potrebbe essere la mia migliore scena in tutto il film. Io ho risposto che potrebbe essere la migliore scena della mia intera carriera. Gli ha fatto piacere, mi ha ringraziato. Lui che ringrazia me? Siamo usciti sul portico, dove avremmo girato la prima parte della scena. La luce era incantevole. C’era un incendio nella foresta sulle montagne a sud, e la nube che se ne alzava dava un tocco morbido, color pastello, al mattino. Uma ha fatto qualche prova indossando un paio di jeans a vita bassa e una maglietta che mostrava la sua pancia piatta, liscia e abbronzata e il suo carinissimo ombelico. Per le riprese si è cambiata e ha indossato un abito da sposa bianco lungo, con una palla da basket sotto, o quello che è, a farle da pancione, visto che si suppone che sia incinta. Era splendida. Questa sera, essenzialmente, una scena d’amore, almeno per le prime cinque pagine (minuti) o giù di lì: vecchi amanti si dicono addio per l’ultima volta; e tutto sarebbe finito con un  massacro”. (Ibid., pp. 141-142)

 

L’attore si rende conto di quanto quello sia l’apice della sua vita artistica. Recitare per un giovane Martin Scorsese (Boxcar Bertha, 1972) o per Ingmar Bergman (The Serpent’s Egg, 1977) non ha avuto la stessa importanza di recitare per Quentin Tarantino nel ruolo della vita, una fusione perfetta tra attore e uomo, personaggio della finzione e individuo reale. Carradine è sull’Everest della propria carriera e vuole godersi ogni singolo istante di quel clamoroso momento che sta vivendo. E fa benissimo.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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