Birdman e il “volo” di Antonio Sanchez su Torino

birdman-soundtrackRitmiche reminiscenze. È la memoria a parlare. L’evento è sold out da settimane. C’è chi si venderebbe il dito mignolo del piede, quello che costantemente colpisce ogni superficie ad angolo, pur di assistere alla sonorizzazione dal vivo. C’è chi è convinto di entrare comunque, anche senza biglietto (“In qualche modo, ci sarò” dicono gli speranzosi illusi). Sanchez, Sanchez, Sanchez. Sì, ma chi è Antonio Sanchez? Massì, quello che ha suonato su Birdman. Se lo ricordano tutti, anche quelli che il film non l’hanno apprezzato (nella maggior parte dei casi vi rientra chi non l’ha capito, fatevene una ragione, dai).

Birdman, una colonna sonora di sola batteria. Quasi. Nel momento del “volo” di Riggan (Michael Keaton) per le strade di New York si ode una sinfonia orchestrale. Quando questi demolisce la critica teatrale col culo stretto del New York Times, si ode un cupissimo pianoforte a scandire ogni istante, solenne e funerario. Però, alla lunga, ci si ricorda soprattutto dei ritmi sincopati di Antonio Sanchez, che accompagnano i personaggi nel loro muoversi dal palcoscenico della finzione a quello, meno reale, delle loro vite.

Altro che primavera inoltrata. È il 30 aprile e fa freddo come a novembre, piove a dirotto ed è un continuo entrare/uscire in/da posti al chiuso. La sonorizzazione dal vivo di Birdman è fissata per le ore 18 al Cinema Massimo di Torino. Sanchez arriva alle 12 all’aeroporto di Caselle direttamente da Hamburg (Germania) dove la sera prima ha suonato con la sua Migration Band. Poche ore di sonno sulle spalle e un’incazzatura non indifferente: i piatti della sua batteria son stati smarriti. Mentre viene portato sul luogo del concerto, la produzione del TJF fa in modo che possa già trovare al suo arrivo in sala dei degni sostituti. Tra una cosa e l’altra, le prove che dovevano essere alle 14 vengono slittate alle 16. Un’equipe attorno a lui si premura che tutto sia perfetto secondo le sue direttive sull’amplificazione generale e quant’altro. Jeans, t-shirt da skater con un teschio, felpa nera con cappuccio, giacca da pioggia, voluminose cuffie argentate. Antonio Sanchez è uno coi piedi per terra. Bacchette in mano, prova per circa mezz’ora. Di fronte alla sua batteria viene posizionato un monitor sul quale viene mostrato, senza sonoro, Birdman di modo tale che lui possa seguire quello e non il gigantesco schermo cinematografico sul suo fianco destro. Si tratta di una sua versione con il timing in alto di modo tale che, suonando, possa sempre avere sott’occhio il tempo che trascorre e su questo costruire intelaiature ritmiche, replicando e improvvisando sulla colonna sonora del film. Sullo schermo del cinema, invece, viene proiettato il film in una versione privata di tutto ciò che concerne la batteria, che per l’appunto viene suonata dal vivo, e contenente solo i dialoghi e le musiche non suonate da lui per il film (vedi sopra).

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Sanchez è affamato e prima dell’evento della sera vuole mangiare una pasta. Di posti in cui mangiarne alle 16:30/17 non è che ce n’è moltissimi e la scelta ricade su di un pub gestito da cinesi di fianco ad una chiesa. Menù pre-show à la Sanchez: piattone di maccheroni al sugo e un’insalata verde che il batterista insaporisce con una tonnellata di sale i cui microscopici granelli -come in una nevicata natalizia- si adagiano sulla lattuga che risplende della luce fioca del locale riflessa sulle foglie ricoperte d’olio d’oliva. Sul tavolo, una lattina di Coca-Cola già inaugurata ancor prima d’iniziare quella cena-merenda di metà pomeriggio. Le chiacchiere di uno degli organizzatori del Torino Jazz Festival accompagnano il pasto di Sanchez, che annuisce costantemente e perfettamente a ritmo. Dagli altoparlanti risuona un’inascoltabile musichetta pop asiatica che sembra non intaccare la concentrazione del batterista, il quale ha finito di mangiare e ora manda messaggi col suo smartphone in attesa di tornare nel cinema e sonorizzare Birdman mentre fuori continua a diluviare, la gente sta assiepandosi nell’entrata, spingendosi e schiacciandosi a vicenda pur di non essere preda della pioggia, ombrelli che sgocciolano ovunque, orme di acqua e sporcizia a terra, giubbotti fradici, gomitate, ressa, cinefili e melomani alla caccia di un ultimo disperato biglietto che non c’è mentre campeggia sulle porte di vetro un cartello che indica che è tutto sold out. C’è una coda per entrare nel cinema, c’è una coda per entrare in sala, c’è una coda per sedersi, c’è una coda per andare al cesso prima dello show, c’è una coda per ritornare a sedersi. Sanchez non concederà selfie né prima del live né alla fine. Conciato esattamente come alle prove. Scuro negli abiti, scuro in volto, sembra ancora incazzato, ma non lo è. Entrerà e fuggirà di scena come i protagonisti di Birdman.

È un piacere per me … suonare per voi … questa sera … basta con l’italiano”, segue indotta ilarità generale. La storia di come le strade di Iñárritu e Sanchez si siano incrociate risale anni addietro al concepimento di Birdman. In giovanissima età a Città del Messico, il batterista era solito ascoltare una stazione radio che trasmetteva musica “eclettica” che spaziava dal rock al jazz passando per il pop, uno dei dj era niente meno che il futuro regista del film, il quale una sera mise in programmazione un brano del gruppo di Pat Metheny. Per le incredibili connessioni della vita, anni e anni dopo Sanchez finisce a suonare con il celebre chitarrista jazz e dopo un concerto a Los Angeles nel 2005, mentre il batterista si avvia sudaticcio verso il camerino per cambiarsi, una mano lo ferma da dietro e si spertica in mille elogi, sottolineando di essere anche lui messicano. Dice di girare “cose”, qualche film, qualche spot televisivo. Quando Sanchez capisce che sta parlando con Iñárritu, di cui ha adorato Amores Perros, non ci può credere. I due diventano amiconi. A Los Angeles il regista va a vedere i concerti del batterista. A New York quest’ultimo va alle proiezioni dei film Iñárritu. Si scrivono, si mandano lunghi messaggi, entrano nelle reciproche vite d’entrambi. Sembra di essere finiti in un buddy movie senza essersene resi conto.

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Un giorno di gennaio del 2013, Sanchez sta guidando a Miami con sua moglie e gli squilla il telefono. Vede comparire il nome di Iñárritu sullo schermo. Strano, di solito gli manda delle email. Antonio. Sto lavorando al mio prossimo film, sarà una commedia nera, la colonna sonora sarà interamente composta dalla batteria … Te la senti?”. Il batterista, preso totalmente alla sprovvista, ma per nulla spaventato da questa nuova (e per lui inedita) avventura dice di sì. Allora Iñárritu dice che gli manderà la sceneggiatura e che ne parleranno più avanti. Una volta ricevutala nella posta, il Nostro inizia a darci una lettura preliminare da cima a fondo. Gli viene in mente l’etichetta di “commedia nera” e non sa che pesci pigliare perché non gli viene da ridere neanche una singola volta. Pieno di dubbi sulla qualità della sceneggiatura (dubbi che poi esprimerà anche agli sceneggiatori stessi, più avanti durante la lavorazione), accetta ufficialmente l’incarico. Fa i bagagli e va a New York per registrare dei demo prima che le riprese abbiano inizio. Iñárritu gli spiega nei minimi dettagli le scene di Birdman. Si susseguono uno dopo l’altro, dalla testa del regista a quella del batterista, tutti i momenti di un film prima ancora esso sia stato girato.

La narrazione scritta e quella orale si propagano, unificandosi, in quella rehearsal room dove Sanchez sta seduto alla batteria, cercando di imprimere nella sua musica quell’inarrestabile flusso di situazioni che compongono Birdman, concepito come un ideale unico piano sequenza, un’esperienza senza frammentazioni di sorta, ma in cui tutto è registicamente connesso (e mascherato) in maniera omogenea. In un film che mira ad essere cinematograficamente perfetto e che, per forza di cose, nella perfezione trova la sua vera e unica realizzazione (sbavature ed errori non possono essere concessi), all’interno di quella stanza Sanchez e Iñárritu provano e registrano qualcosa come sessanta/settanta versioni differenti per le singole scene, alla ricerca della soluzione che meglio possa adattarsi a quello che sarà Birdman, una volta girato e artatamente montato nascondendo le giunture e congiunture tra una scena e l’altra. Una volta iniziato a girare il film a Broadway, il regista porta sul set queste registrazioni e le fa suonare durante le riprese di modo tale che gli attori, recitando, le possano ascoltare e uniformare i movimenti sulla base del ritmo della batteria. Dopodiché mixano nelle scene i pezzi suonati da Sanchez e creano un workprint del film che, mesi e mesi dopo, viene mostrato al batterista a Los Angeles, il quale -vedendo per la prima volta Birdman realizzato per davvero e non più solo immaginato- suona di nuovo quei brani, che vengono registrati professionalmente in uno studio, facendo delle piccole modifiche qua e là per rendere i suoi ritmi perfettamente sovrapponibili ai gesti e ai dialoghi. Un lavoro di sincronia coi movimenti degli attori e della attrici. Quindi, quello che si sente nel film è una sintesi di quelle prime prove e di quella seconda versione a montaggio avvenuto. Per Sanchez, tutto è avvenuto in due giorni. Uno a New York e uno a Los Angeles.

La creazione di questa colonna sonora è come una danza, fatta di aperture dirette all’esterno e contaminazioni verso l’interno, in un andirivieni fatto di avvicinamenti e distacchi, singolarità e complementarità, spontaneità e istinto. Meraviglia dell’improvvisazione.

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(Foto di Mariangela Martelli e Marco Grifo. Un ringraziamento speciale a Luisa Cicero e a tutto lo staff del Torino Jazz Festival)

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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