A Single Man, la fotografia di un uomo “invisibile”

1“Il risveglio comincia con due parole, sono e ora. Poi ciò che si è svegliato resta disteso un momento a fissare il soffitto, e se stesso, fino a riconoscere Io, e a dedurne Io sono ora. Ma ora non è semplicemente ora. Ora è anche un freddo promemoria; un’intera giornata più di ieri, un anno più dell’anno scorso. Ogni ora ha un’etichetta con una data, che rende obsoleti tutti gli ora passati, finché prima o poi, forse — no, non forse, di sicuro — succederà.”

Questo è l’incipit di “Un uomo solo”, controverso romanzo di Christopher Isherwood che ha ispirato il celebre stilista statunitense Tom Ford a realizzare il suo primissimo lavoro dietro ad una macchina da presa: A Single Man, pellicola presentata alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, riscontrando elogi da critica e pubblico.

 

A Single Man ripercorre una giornata di George Falconer (Colin Firth, che grazie a questo ruolo si è aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile ), docente inglese presso un’università californiana che disprezza, come del resto il suo presente. Ventiquattro ore della sua vita, le ennesime ventiquattro ore senza Jim (Matthew Goode), la sua dolce metà venuta disgraziatamente a mancare in un incidente stradale. La compagnia dell’amica di sempre Charlotte (Julianne Moore), il lavoro e la casa che tanto adora, non basteranno per colmare il vuoto che alberga nel suo cuore. George ha perso tutto.

La nostra storia, come del resto il film stesso, è scandita dal tempo: il tempo che abbiamo vissuto, quello che ci rimane ma che non conosciamo, quello che sprechiamo ripercorrendo con la memoria il passato che fu. Il presente di George è vivere nel passato. Sono secondi, minuti, ore che scorrono senza sosta, come un mare in tempesta, come una sigaretta che si fa sempre più piccola, come uno scotch in un bicchiere destinato a restare asciutto. Passiamo l’esistenza che ci resta da vivere chiedendoci quanto ancora vivremo. Non agiamo, semplicemente andiamo avanti. È un modo un po’ avvilito di procedere, eppure passo dopo passo c’accorgiamo quanto siamo stati sciocchi. In fondo una cosa avevamo, il tempo, eppure c’è sfuggito di mano. Solo nel momento in cui comprendiamo di esistere, smettiamo di esistere. La vita dà, la vita toglie.

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George ha provato l’amore, quello vero, passionale ed intellettuale, una connessione così pura e solida da non temere nulla. In quel piccolo luogo sicuro chiamato casa, George e Jim consumavano la loro storia, una casa di vetro, accessibile agli occhi di chiunque, così piccola che portava i due a viversi ancor più da vicino, scontrandosi quando passavano insieme nel corridoio o mentre preparavano la colazione in cucina. Ogni angolo li portava ad essere vicini, corpo a corpo, cuore a cuore. Ma Jim non c’è più e quella casa è divenuta immensa e desolata per George. Il suo letto è una distesa di lenzuola bianche senza calore, il divano non porta più il profumo del suo compagno, ogni singolo centimetro di quella casa silenziosa produce il frastornante rumore di un’assenza che niente e nessuno potrà colmare. George è morto dentro.

Tutto è vano, tutto è privo di colore. La fotografia di A Single Man, insatura e grigia, evidenzia lo stato d’animo afflitto del protagonista. Di tanto in tanto, solo nei rari momenti in cui George prova un autentico sentimento di gioia e stupore, qualcosa in lui si accende ed anche nelle immagini. Un ricordo felice che dona colore alla pellicola, uno sprazzo di vita, di ardore.

L’innocente sincerità di una bambina che non ha peli sulla lingua, l’affettuosità di un cane, l’incontro casuale con un giovane sconosciuto fuori da un supermercato, una conversazione appagante con un alunno di un suo corso (Nicholas Hoult). Sono attimi, semplici frammenti che danno a George l’illusione serena che al mondo ci sia ancora qualcosa di autentico e bello. Sono palesi i riferimenti a maestri del cinema quali Wong Kar-wai, Hitchcock ed Antonioni.

Per Tom Ford, George non è altro che un eroe, un coraggioso soldatino della quotidianità che, nauseato dall’inutilità del suo vivere passivo, ha scelto di esistere, anche solo per un istante. Non semplicemente di sopravvivere, di andare avanti, ma di trovare in quel grigio futuro una svolta, una chiave, un valore all’ignoto che potrebbe sorprenderlo. Perché se solo ci concedessimo la possibilità di provare una pura esperienza di piacere, di vita, forse non saremmo così insoddisfatti di ciò che ci manca, commiserando ciò che abbiamo e non gradiamo.

Accettare ed accettarsi è il primo passo verso la più assoluta libertà dell’uomo. Quando scegliamo di rappresentare noi stessi, dimenticandoci futili etichette dettate da una maggioranza inquisitrice, è lì che diventiamo liberi. Siamo liberi di appoggiare l’idea politica che più ci rappresenta, liberi di professare o meno una religione, liberi di sfoggiare gli abiti che meglio ci figurano, liberi di provare affetto verso chi desideriamo con ardore. La libertà, quella bella in tutto e per tutto, è appartenere a se stessi, a discapito di colui che ci controlla silenziosamente e senza pretese, l’amico e nemico di ogni essere vivente su questo pianeta: il tempo.

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Parlare del tempo che ci rimane e della morte spesso porta alla noia, a discorsi accademici che difficilmente si prendono sul serio. Si ipotizza, si cita, si afferma qualcosa che non conosciamo e che soprattutto non comprendiamo. E spesso e volentieri, ciò che ci è oscuro ed ignaro genera il più imprudente e pericoloso dei sentimenti: la paura. La paura rende stolti, frivoli, crudeli, spietati. Delle volte, la paura genera mostri. Ciò che più spaventa l’uomo è la non conoscenza, il non saper decifrare ed interpretare un qualcosa di così estraneo a noi.

George fa parte di una minoranza, forse non solo di una. Coloro che non sono riconosciuti dalla società (la maggioranza) sono forzatamente costretti a diventare invisibili. Lo sono George e Jim in quanto omosessuali e dunque appartenenti ad una minoranza. E la minoranza è tale quando costituisce un pericolo, una minaccia per la maggioranza. Minaccia che però viene abbattuta usando l’arma dell’indifferenza. Se si finge che qualcosa non esista, improvvisamente così sarà. Si ignora quella minoranza finché non si dissolve divenendo invisibile.

Eppure George, convinto del suo “potere”, non è poi così invisibile. Attorno a se lascia tracce di un dolore che vuole far tacere una volta per tutte. Chi riesce a vederlo non come semplice esponente di una società ma in quanto persona, in quanto George, gli è chiaro il suo fine, il suo volere. Dunque nessuno di noi può considerarsi realmente invisibile agli occhi del mondo. Ogni giorno scegliamo di ricoprire un ruolo, di vestire i panni di un personaggio a cui diamo forma e carattere in base a ciò che la società s’aspetta da noi. Ci amalgamiamo ai desideri altrui, alle prerogative, alle formalità, ma nella solitudine del nostro io tutto ci appare nitido come uno specchio che mostra la realtà senza sfocature.

A Single Man è la fotografia di un uomo solo con i suoi drammi che non gli danno pace. Siamo un po’ tutti come George, abbiamo una missione che è sopravvivere nel migliore dei modi e solo grazie ai mezzi che disponiamo. Di tanto in tanto però ricordiamoci di vivere, perché l’unica certezza che abbiamo è che prima o poi “lei arriverà”.

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Angelica Lorenzon

Angelica Lorenzon

"I know everything, everything but myself."
- François Villon
Angelica Lorenzon

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