Venezia73: Dawson City, Frozen Time: l’America intrappolata nel tempo

A Venezia73 è arrivato anche Dawson City: Frozen Time, un documentario inaspettato e molto più consono per cornici italiane come quella de Il Cinema Ritrovato di Bologna o Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone, che grazie ad una potenza insita all’interno dei fatti realmente avvenuti e a una narrazione che cavalca toni epici ha positivamente ammutolito tutti in sala al Lido.

Per parlare di Dawson City: Frozen Time occorre fare un salto indietro al 1978 e poi ancora un altro agli anni ’10. Alla fine degli anni ’70, durante una serie di scavi volti a porre le fondamenta per la ricostruzione di una parte della città di Dawson, alcuni addetti ai lavori s’imbatterono in centinaia di bobine di film sepolte sotto terra dove un tempo sorgeva una volta la piscina e la pista di hockey più importanti della città. Ignari del loro contenuto, ma quasi certi di documenti storici, contattarono qualcuno che potesse fare un sopralluogo e verificare la loro effettiva importanza. Quel che si scoprì fu che sotto a quel terreno giacevano silenziosamente centinaia di filmati considerati perduti da oltre mezzo secolo. Non solo pellicole cinematografiche hollywoodiane dell’epoca del muto, ma anche cinegiornali dell’epoca provenienti da tutto il mondo. Fu così che, grazie ad un’opera archeologica, furono recuperate queste pellicole e si scoprì quanto esse fossero nella maggior parte dei casi delle copie uniche al mondo. Partendo da questo evento miracoloso, il regista Bill Morrison ha creato Dawson City: Frozen Time andando a toccare quei punti nevralgici della Storia Americana per spiegare quando e come il territorio dello Yukon fu colonizzato e perché. Luogo privilegiato della corsa all’oro di fine ‘800, la città divenne poi ultima meta della distribuzione dei prodotti cinematografici, esattamente come la Nuova Zelanda, dove in anni recentissimi sono stati ritrovate altre centinaia di pellicole considerate perdute per sempre e parliamo di film di John Ford o con Clara Bow.

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Chi studia il cinema muto sa bene che circa l’80% di tutti i film realizzati in tutto il mondo prima del 1929 sono da considerare come perduti. Le nazioni che tristemente detengono questo primato sono la Cina, il Giappone, l’India e, incredibile a pensarsi, l’America. Bisogna mettersi nell’ottica (razionalmente inaccettabile) che ai tempi non c’era la minima considerazione su cosa andasse preservato e cosa no. Quasi tutte le case di produzione americane dell’era del muto, che -va detto- rappresenta la vera età dell’oro in termini d’incassi, volutamente distruggevano tutte le copie dei loro film dopo il loro iter distributivo perché il cinema era inteso come un mercato fatto di uso e consumo e una volta che un film diventava “vecchio”, soppiantato e superato da uno più recente, non c’era nessun senso nel far sì che venisse conservato per il futuro. A tal proposito, bisogna aggiungere che un film non veniva mai venduto ad un esercente, ma questi lo noleggiava per un periodo limitato di tempo e una volta scaduto il contratto, tale pellicola andava rispedita ai legittimi proprietari. Perché allora nello Yukon e in Nuova Zelanda alcuni di questi film sono sopravvissuti? Perché raggiunti posti così remoti, alle case di distribuzione costava troppo farle riportare nel loro luogo d’origine, pertanto l’ordine era tassativo: andava bruciato tutto. Piccolo problema: le pellicole dell’epoca erano fatte di nitrato, un materiale non solo facilmente incendiabile, ma anche esplosivo. Procedere ad una combustione equivaleva ad innescare una bomba, non si poteva fare. Una soluzione, tragica per i cinefili di oggi, fu quella di buttare in mare o in fiume tonnellate di bobine. “Dump them in the ocean!” o “Throw them into the river!” erano i telegrammi che arrivavano da Hollywood. Non serve soffermarsi oltre sul tragicità di questo genere di azioni sintetizzabili in una breve considerazione: non si potrà mai ricostruire una storia completa del cinema perché manca la stragrande maggioranza di ciò che furono i primi trent’anni dell’arte cinematografica. Qualche pezzo qua e là è ricomparso a distanza di decenni in archivi sparsi per l’Europa, nelle collezioni private, in Russia (l’unica nazione che è stata capace di preservare tanto la sua storia quanto quella di altri paesi. Celebre la donazione del Gosfilmofond, l’archivio russo per eccellenza, agli Stati Uniti qualche anno fa).

Al di là di cosa del cinema come fenomeno storico, la lezione -per quanto non del tutto imparata perché il digitale potrebbe condurre ad un oblio della memoria di bibliche proporzioni- dell’epoca del muto, spinge a riflettere su quanto inconsistente possa essere l’esistere in termini universali. Basta nulla per sparire senza lasciare una traccia che possa essere ancora identificata dalle generazioni dei secoli futuri. Si può solo sperare e cercare di fare il possibile per far sì che ciò non si verifichi, ma idealmente non c’è alcuna sicurezza che qualcosa duri per sempre.

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Questo documentario rappresenta in maniera radicale una capsula del tempo e la scelta di abolire ogni tipo di narrazione vocale (Dawson City: Frozen Time è, per circa il 90-95% privo di dialoghi, esattamente come il cinema muto) è stata la modalità di fruizione più congeniale che potesse essere adottata. Allo stesso tempo, con questa considerazione, è evidente che non tutti possano riuscire ad apprezzare totalmente un lavoro di questo genere, ma, per contro, Dawson City: Frozen Time non è un film solo per gli appassionati di Storia Americana e di cinema muto.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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