Venezia73: Intervista a Kei Ishikawa

traces-of-sin-posterMartedì 6 settembre alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato presentato in sezione Orizzonti l’opera prima Gukoroku: Traces of Sin del regista emergente giapponese Kei Ishikawa. Il film, basato sul romanzo di Tokuro Nukui, tratta la storia di due fratelli, Mitsuko e Tanaka: lei in prigione accusata di aver maltrattato la figlia, lui giornalista occupato a risolvere un caso di omicidio che non gli da pace. In un intreccio fra ricordi del passato e confessioni agghiaccianti, lo spettatore metterà insieme i pezzi del puzzle scoprendo che nulla è come sembra. In quest’occasione, Vero Cinema ha avuto il piacere di intervistare il regista Kei Ishikawa.

Cosa prova ad aver presentato il suo primo lungometraggio “Gukoroku: Traces of Sin” alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia?

Ieri ho assistito la prima proiezione ed è come se non avessi guardato nulla perché ero molto nervoso ed eccitato. È un sogno per ogni aspirante regista debuttare in un festival come questo. È la mia primissima volta in Italia e sono molto felice di essere qui.

Sappiamo che ha studiato in Polonia alla Lodz Film School. Questo ha condizionato il suo modo di fare cinema?

Sì, penso che abbia influito molto, ma allo stesso tempo devo ammettere che il mio “background” è molto più polacco che giapponese. Mi sono sempre sentito un po’ un “outsider”, quando ero in Polonia ho cercato di trovare un mio universo lì, lo stesso l’ho fatto quando mi sono trasferito a Tokyo. Quindi credo sia per questo che ho un differente punto di vista.

Ci sono dei registi giapponesi che lo hanno ispirato?

Sì, ce ne sono stati alcuni, in particolare Kon Ichikawa e Shohei Imamura che sono registi del passato. Riguardo al presente, Takeshi Kitano mi è stato di notevole aiuto per la realizzazione di questo film: non avendo una mia crew, mi sono appoggiato al produttore Makoto Kakurai ed ai produttori esecutivi Masayuki Mori e Takio Yoshida che fanno parte dell’Office Kitano. Lui è una figura decisamente importante per me anche se ammetto di non averlo mai incontrato personalmente, ma lavorare con la sua crew mi ha permesso in qualche modo di conoscerlo. Ad esempio, ho scoperto che lui non scrive e porta nessuna sceneggiatura sul set, semplicemente prende gli attori, li mette in scena ed inizia a girare. È un po’ una sorta di leggenda umana.

Come è stato lavorare con una grandiosa attrice con Hikari Mitsushima?

Sono molto felice di aver lavorato con lei e con tutto il cast, ma non è stato facile dirigere degli attori giapponesi perché hanno un modo molto diverso di porsi rispetto alle persone polacche. I giapponesi sono molto gentili ed educati ed essenzialmente fanno tutto ciò gli dici di fare, invece i polacchi sono del tutto differenti. Provengo da esperienze in cui mi è capitato di confrontarmi con attori polacchi e mi è capitato che le mie idee venissero da loro respinte apertamente. Invece in Giappone non esiste alcun tipo di discussione quando lavori ad una scena, ma per esempio con Hikari Mitsushima c’è stata fin da subito una buona comunicazione.

Abbiamo trovato molto suggestiva la scena delle mani. È un omaggio al cinema horror giapponese?

Sì e no. L’omaggio è stato fatto involontariamente. Voi lo sapete, il soggetto è alquanto brutale ed anche come esso viene rappresentato nel film, ma per la protagonista è come vivere in un sogno, quindi in qualche modo quella sequenza risulta esteticamente bella. Io l’ho voluta chiamare “la scena della danza”.

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Abbiamo apprezzato molto l’utilizzo del colore, della luce e delle ombre. Perché ha deciso di usare una luce bianca nella scena della confessione di Mitsuko?

Ne abbiamo discusso con l’attrice Hikari Mitsushima ed avevamo optato per vari tipi di riprese ed inquadrature. Sapete, Gukoroku è un film in cui ci sono molte conversazioni, quindi abbiamo deciso alla fine di adottare un’inquadratura fissa sul volto di Hikari e di lasciarla parlare direttamente verso la telecamera. Penso che sia stato molto d’impatto rappresentare la confessione in questo modo. Allo stesso tempo, questa confessione viene dal cuore, quindi non volevo renderla troppo cupa, così ho applicato molta luce per farla sembrare più pura agli occhi dello spettatore.

Sta già lavorando ad altri progetti?

Sì, dopo aver diretto una pellicola basata sull’omonimo romanzo di Tokuro Nukui, voglio continuare a lavorare su un’idea che ho partorito tempo fa, una commedia che mixa la cultura giapponese e quella polacca. Il progetto potrà sembrare assurdo, ma voglio creare qualcosa di unico e che porti il mio stile.

(Intervista a cura di Angelica Lorenzon e Mariangela Martelli)

Angelica Lorenzon

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"I know everything, everything but myself."
- François Villon
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