Venezia73: Intervista al Leone d’oro Lav Diaz

Dove ha trovato l’ispirazione per realizzare “The Woman Who Left”?

Mi sono ispirato al racconto breve “Dio vede quasi tutto, ma aspetta”  di Tolstoj.

I suoi film iniziano sempre con delle storylines semplici, ad esempio “Norte, The End of History” inizia con una citazione dal romanzo “Delitto e castigo” di Dostoevsky, “Batang West Side” con un giallo e “The Woman Who Left” si ispira appunto ad un racconto di Tolstoj. Come si approccia alla narrazione delle sue pellicole?

Il mio processo è molto organico: ho un’idea, arriva l’ispirazione, ci lavoro su e solo dopo mi preparo per i casting. Ma sono molto aperto ad ampliare i miei orizzonti, non bisogna mai limitare se stessi, dunque non seguo mai una scaletta definita perché limiterebbe la creatività. Sarebbe la morte del cinema.

Lei continuamente scava nella storia delle Filippine. I suoi film affrontano sempre gli scontri politico/sociali della sua terra, come ad esempio la crisi. È qualcosa che ho notato anche nel cinema filippino attuale. Secondo lei, tutto questo è necessario per il cinema filippino di oggi?

Sì, certamente, dimenticare è così semplice che è essenziale riportare alla memoria la storia del nostro paese. Molte persone filippine dimenticano il passato e vanno avanti senza cultura. Ma è importante per me in quanto regista filippino affrontare la storia della mia madrepatria: voglio esaminare la mia gente, voglio esaminare il mio passato, voglio esaminare la mia cultura, perché è fondamentale per delineare l’identità. Se dimentichi la tua natura, sei perso.

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In passato ha affermato: “Nessuno di noi capisce davvero la vita. Questa è una delle verità fondamentali dell’esistenza”. Qual è la verità che si nasconde dietro la sua ultima opera?

Noi accettiamo quello che ci accade nella vita e fondamentalmente ripetiamo sempre le stesse azioni, è un ciclo continuo. Però bisogna saper cogliere ed apprezzare quei piccoli “momenti importanti”, come per voi ad esempio essere qui perché è qualcosa che non avevate previsto. Ipotizzate che ora scoppi una bomba, proprio qui, davanti a voi. C’è chi sopravvivrebbe e chi invece no. Questa è la vita, la casualità degli eventi. Non è necessario che tu pianifichi tutto, bisogna solo fare attenzione a ciò che accade nel corso della tua esistenza.

Ho colto un’affinità fra il suo cinema e quello del regista russo Andrej Tarkovskij, in particolare per quanto riguarda il fattore temporale. Che valore da lei al tempo?

La cosa più importante nella vita è godere del proprio tempo. La morte è la fine del tempo ma è anche la rinascita, il tempo è un mistero. Non lo so, non so nemmeno se in questo momento esitiamo veramente. Quando fai cinema il tempo lo racchiudi in uno specifico periodo, ad esempio in “The Woman Who Left” l’anno è il 1997. Questo lasso di tempo contestualizza i personaggi e da lì ne traggo le varie storie. In quell’anno vengono a mancare Lady Diana, Madre Teresa di Calcutta, Gianni Versace viene assassinato a colpi di pistola nella sua villa a Miami Beach e nelle Filippine si verificano numerosi rapimenti. Questa è la concezione del tempo nel film ma allo stesso modo quel periodo diventa anche il presente nella pellicola, perché il cinema ti fa vivere il passato attraverso il presente: questo è l’universo della settima arte.

Riguardo al suo ultimo lavoro, lei ha girato moltissime scene in notturna. Ho apprezzato notevolmente il contrasto fra luci ed ombre. In qualche modo mi ha ricordato il cinema espressionista tedesco.

Io amo follemente quel periodo ed è stato una grande fonte di ispirazione per me.

Per quale ragione ne è così affascinato?

Beh, dovete sapere che il movimento espressionista tedesco è nato subito dopo la fine della prima guerra mondiale, nel momento di maggiore libertà creativa, dunque tutti i registi hanno iniziato a sperimentare. Per assurdo è molto simile al periodo in cui nelle Filippine gli illustratori iniziarono a creare i primi fumetti.

Quindi  il suo è stato una sorta di omaggio?

Si, io amo il bianco e nero ed ho voluto rendere omaggio al cinema di un’altra era perché sono cresciuto con i film in bianco e nero. È un mondo alternativo per me. Il bianco e nero è nella mia testa (indicandosi i capelli e ridendo).

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Ci sono alcuni fotografi che hanno ispirato le sue opere? Sono rimasta affascinata dall’utilizzo del bianco e nero. Mi ha ricordato le fotografie di Salgado.

Sì, Salgado. Amo il suo lavoro ma sono molto più influenzato dal cinema espressionista tedesco e dai fumetti filippini. Quando ero giovane ero un fotoreporter, dunque per questa ragione conosco bene Salgado. I fotoreporter non scattano semplici fotografie ma momenti autentici, in qualche modo raccontano una verità ed è ciò che voglio fare io con il mio cinema, non voglio manipolare nulla. Ad esempio, se io volessi usare te come mia attrice, ti inquadrerei semplicemente e ti lascerei assoluta libertà di movimento e di espressione. Magari mi soffermerei ad inquadrare il tuo viso, poi i tuoi piedi o il movimento delle tue mani. Se fosse un lavoro per la televisione, sarebbe pieno di tagli per cercare di mettere in luce il meglio di te, ma nel mio cinema è tutta questione di “one-shot”. L’attrice deve sentirsi libera di esprimersi come vuole, non voglio assolutamente manipolarla, dunque il segreto è essere onesti e non recitare.

Non voglio parlare della lunghezza dei suoi film perché già tutti ne parlano abbastanza. Preferisco piuttosto focalizzarmi sull’anima dei suoi film. Ogni volta che guardo la sua pellicola, avverto un’empatia, una sorta di connessione. Ho provato molto affetto per le due protagoniste di “The Woman Who Left”, sono due donne in cerca della loro libertà: per Horacia, la libertà le è stata negata per trent’anni, mentre Hollanda è vittima delle persecuzioni omofobiche. Secondo lei esiste davvero la libertà od è solamente un’utopia?

Sì e no. Può essere un’utopia, un semplice concetto accademico ma anche un fatto reale, ma tutto dipende da te e da cosa ti aspetti dalla vita. La libertà può essere solamente un’ideale ma può diventare anche reale. Nel caso del mio cinema, io continuo a spingere avanti, indipendentemente dal riscontro del pubblico: questa è la mia libertà.

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(Intervista a cura di Angelica Lorenzon e Mariangela Martelli)

(Photograph of Lav Diaz by Bradley Liev)

Mariangela Martelli

Mariangela Martelli

"Living is easy with eyes closed, misunderstanding all you see"
- The Beatles
Mariangela Martelli

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