Venezia73: Intervista jazz a Kasper Collin, regista di I Called Him Morgan

Jazz e Cinema hanno sempre formato un perfetto connubio, ma è raro vedere dei documentari toccanti come quelli del regista Kasper Collin, che quest’anno ha portato al Lido di Venezia il suo lavoro sul trombettista Lee Morgan (QUI la nostra recensione). Tantissima musica, molta sregolatezza e un omicidio. L’intervista che ne è uscita fuori spazia da La La Land e John Coltrane al 4K e Tokyo.

my-name-is-albert-ayler-movieposterIl jazz è una delle più importanti forme d’arte del XX° secolo, ma allo stesso tempo non esiste una grande documentazione visiva degli anni d’oro in termini di filmati. Nel tuo primo documentario intitolato My Name Is Albert Ayler (2006) ci sono alcune rarissime registrazioni audio e filmini in 8mm del sassofonista inediti fino ad allora, vorrei chiederti in cosa consista il tuo lavoro da ricercatore di materiale audio e video prima ancora di essere un documentarista.

Ho imparato pezzo a pezzo e non ci sono scorciatoie. Bisogna guardare ovunque, fare ricerche molto approfondite. Nel caso specifico di quel mio primo lavoro sono ormai passati molti anni, abbiamo iniziato a realizzarlo tra il 1998/1999 e l’abbiamo terminato nel 2005. È stato molto speciale perché aveva anche un punto di vista “svedese” [Kasper Collin è nato in Svezia, NdR] dal momento che Albert Ayler nel 1962 visse lì, registrò il suo primo album, andò in tour con la più importante orchestra jazz del nord del paese e così via. Poi successivamente andò a New York dove diventò una specie di underground hero fino a quando sparì di colpo e il suo cadavere fu trovato che galleggiava nell’East River. La sua musica mi scuoteva nel profondo e m’intrigava la sua figura, ai tempi io stesso suonavo ed ero interessato alla musica sperimentale e Albert Ayler ha sempre significato molto per me. È difficile dare una risposta alla tua domanda perché si tratta di un processo articolato: il materiale lo si trova un po’ lì e un po’ là, a volte in posti inaspettati. Il fatto che io avessi fatto ricerche prima del documentario mi ha sicuramente aiutato [ride].

Ho trovato I Called Him Morgan un po’ come un “gemello” di My Name Is Albert Ayler con parecchie connessioni tra un lavoro e l’altro. Di sicuro questi due musicisti non erano simili, ma entrambi volevano spingersi oltre il limite, rompere le regole e creare qualcosa di nuovo. A tal proposito, hai mai pensato di fare un documentario su Charlie “Bird” Parker? Te lo chiedo perché ci sono molti punti di contatto tra lui e Albert Ayler.

[Ci pensa qualche istante] No, in realtà no. Penso che sarebbe davvero interessante, ma non credo che sarò io a farlo nonostante ami Charlie Parker. Il fatto che ci sia una connessione tra questi due miei primi lavori è dovuto ad un episodio che mi è successo: dopo aver finito My Name is Albert Ayler in quanto filmmaker sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso, ma poi circa sette anni fa mi sono imbattuto in un video su YouTube. Credo si tratti di una registrazione fatta a Tokyo nel 1961, Lee Morgan è sul palco con Art Blakey & The Jazz Messengers e stanno suonando un pezzo di Bob Timmons intitolato Dat Dere e il suono della sua tromba, il suo phrasing, il suo modo di comunicare mi colpirono così tanto che per diverso tempo tornai a rivedere quel filmato molte altre volte e così finì col chiedermi se da lì potessi sviluppare un film. Di solito funziona così per me: [ride] mi appassiono a qualcosa e finisce col crescere. Nel caso di questo progetto, non sapevo più di tanto su Helen e, come tutti gli appassionati di jazz, ero al corrente che fosse la donna che aveva sparato a Lee Morgan. Quando però ho iniziato a incontrare amici e collaboratori di Lee, tutti mi parlarono del periodo che aveva passato con lei, degli ultimi quattro anni della sua vita e lo facevano con passione, dicendomi quanto importante lei fosse stata per lui, di che donna meravigliosa fosse. Fu un’autentica rivelazione quando mi dissero di quando lei lo salvò dall’abisso della eroina, di quanto lui fosse quasi morto a metà degli anni ’60 e lei lo rimise in piedi, quasi come se fosse un “secondo atto” nella sua vita. Tutto ciò era molto affascinante per me e un giorno trovai un’audiocassetta fatta da un signore nel North Carolina [Kasper Collin si riferisce a quella che è probabilmente l’unica intervista fatta a Helen dopo l’uccisione di Lee nel 1972 e prima della sua stessa morte negli anni ’90. Tale materiale viene fatto ascoltare nel documentario I Called Him Morgan, NdR] e così m’innamorai di quella storia e del modo che lei aveva nel raccontare di se stessa, della sua vita con Lee fino a quella tragica morte. Quando ho iniziato questo progetto sapevo che avrei avuto bisogno di molto tempo: solo per il montaggio ci sono voluti circa tre anni con me e altre tre persone che se ne sono occupate in momenti diversi.

i-call-him-morganSul lato realizzativo c’è un grosso divario tra My Name Is Albert Ayler e I Called Him Morgan. Il primo sembra essere stato girato con pochi mezzi e un auto-finanziamento mentre il secondo è realizzato in maniera molto più professionale. Puoi dirci qualcosa di più sulla produzione di questi tuoi due lavori?

Il mio primo documentario è stato realizzato in un periodo in cui si usavano videocamere molto meno potenti rispetto a quelle di oggi. Ora c’è l’HD, il 2K, la RED, il 4K, si possono fare un sacco di cose durante un’intervista e tutto ciò è molto bello. My Name Is Albert Ayler ha avuto il sostegno dello Swedish Film Institute e della Sveriges Television, ma in larga parte è stato auto-finanziato. Perciò sì, da questo punto di vista I Called Him Morgan ha avuto dei finanziamenti maggiori.

Il pubblico della Mostra del Cinema di Venezia ieri ha avuto modo di vedere La La Land di Damien Chazelle che è un film sul cinema, ma è anche un film sul jazz. Al di fuori dei tuoi documentari, hai mai pensato di fare anche tu un film vero e proprio su questo genere musicale?

Ci sono diversi documentari a cui sto lavorando. Effettivamente però, uno dei progetti sul jazz che sto sviluppando è un lungometraggio di finzione ispirato proprio al mio primo lavoro My Name Is Albert Ayler. Lo sto scrivendo in questo periodo e spero di completarlo nell’arco dei prossimi due anni. C’è ancora un bel po’ di lavoro da fare [ride].

Riguardo al jazz in generale, quali sono i periodi e gli artisti che t’interessano di più?

Ho iniziato ad appassionarmi al free-jazz di Albert Ayler e di John Coltrane. La componente spirituale insita nella loro musica ha significato molto per me. Nello stesso periodo ho ascoltato anche molti altri artisti del catalogo della Blue Note e in linea di massima mi sono appassionato al ventennio compreso tra gli anni ’50 e ’70. Da melomane quale sono, mi piace anche la musica di oggi.

Toglimi una curiosità, dove hai trovato quella registrazione audio di Albert Ayler che suona al funerale di John Coltrane nel 1967? Non l’avevo mai sentita prima e non sapevo neanche della sua esistenza.

È stato molto interessante trovarla. Durante la lavorazione di My Name Is Albert Ayler vivevo a Stoccolma e un mio amico mi disse di avere comprato quel nastro su una strada di New York. È affascinante pensare che qualcuno abbia registrato Albert Ayler suonare nella chiesa in cui si svolgeva il funerale di John Coltrane. È una registrazione straordinaria, continuo a pensarci. Mi viene la pelle d’oca ogni volta …

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(Intervista a Kasper Collin condotta da Simone Tarditi presso l’Hotel Excelsior del Lido di Venezia in data 01/09/2016. Registrazioni audio-video a cura di Andrea Sperandio.)

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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