The Beatles: Eight Days a Week – The Touring Years. Di come iniziò la Beatlesmania

beatles_eight_days_a_weekIl documentario di Ron Howard sui Fab Four: “The Beatles – Eight days a week, the touring years” è  nelle sale italiane per pochissimo: dal 15 al 21 Settembre.

138 minuti di interviste, frammenti inediti (registrati dai fan), materiale riscoperto e riportato alla luce come il documentario dei primi cinque giorni del tour in America ad opera dei fratelli Maysles “What’s Happening! The Beatles in the Usa” e soprattutto aneddoti attorno ai primi anni di carriera dei nostri protagonisti: John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr. Dal 1962 al 1966: passando dal Cavern di Liverpool, il periodo di Amburgo, il tour mondiale che li vedrà anche in Asia (Filippine, Giappone, Australia e Nuova Zelanda) ed infine allo storico concerto di San Francisco al Candlestick Park. La pellicola si incentra principalmente sulle date americane, raccontateci dal giornalista Derek Taylor che ha accompagnato i Beatles durante queste massacranti tappe (25 concerti in 30 giorni) .

Help! Riesci a sentirmi?

La Beatles-Isteria esplode e dilaga dall’inghilterra fino a oltreoceano, con la presenza costante delle ragazzine urlanti in ogni dove: ad aspettarli all’arrivo in aeroporto, per le strade già dal giorno precedente il concerto, fino a diventare vera e propria epidemia inarrestabile durante le performances live dei quattro. Tra il pubblico assistiamo a scene mai viste prima nella storia della musica: svenimenti, pianti, urla che coprono le canzoni. A concerti finiti i nostri si rifugiano nelle stanze dell’ Hotel, a chiaccherare, comporre musica tra sigarette, tè e transistor. In poche parole: a scrivere la loro storia. I Beatles hanno dichiarato più volte, nelle interviste, di non riuscire a sentire la musica e la voce degli altri mentre suonavano, infatti come punto di riferimento per capire a che punto erano con il pezzo guardavano i piedi di Ringo che tenevano il tempo. Elvis Costello ci testimonia il suo stupore nel sentirli comunque intonati, allo Shea Stadium di New York. Un avviso per gli spettatori: dopo i titoli di coda, non alzatevi perché c’è una mezz’ora extra del concerto del ’66 (recuperata dai 50 minuti originali) dalle riprese d’epoca in 35 mm!

follia

In “The Beatles – Eight days a week, the touring years” ci aggiriamo nel backstage delle giornate e carriera musicale beatlesiana. Attraversiamo la nascita, crescita e fine del gruppo racchiuso in un decennio vissuto alla velocità della luce tra esibizioni, composizione dei pezzi, interviste, film, merchandise e tanto altro: la Beatlesmania segna un periodo storico di grandi cambiamenti, sia a livello pubblico (tra politica, società, religione) che nel privato delle famiglie (con l’inevitabile scontro generazionale). Il ritmo è vorticoso, la domanda da parte della stampa: “a quando la fine?” sembra una richiesta di  voler “darci un taglio” il prima possibile, a vedere subito l’ultimo concerto sul tetto al numero 3 di Savile Row.  Ma i Beatles sanno come gestirsi i giornalisti made in USA, le loro risposte sono sfrontate, sfacciate, piene di sfumature british-humor. Un modo di essere in cui identificarsi, se eri uno dei tanti giovani anni ’60. McCartney riguardo al posto che avranno i Beatles nella cultura del ‘900 dirà: “Cultura? Quale cultura, questo è solo divertimento!”.

Ma non sono anni facili per l’America post-Kennedy, guerra in Vietnam e segregazione razziale. I Beatles dichiarandosi apertamente per ciò che sono: democratici, anti-miliaristi e anti-razzisti non solamente vengono visti come una possibile “minaccia” dalla società moralista e benpensante del periodo ma saranno poco più tardi “messi al bando” dalle radio. La causa scatenante è nella battuta di John Lennon, detta senza pensarci troppo in un’intervista: “I Beatles sono più popolari di Gesù” che sarà fraintesa e manipolata volontariamente dalla stampa americana, facendola diventare un caso all’ordine del giorno. La tensione culmina nella notte del grande rogo dei vinili dei Beatles, da parte della comunità religiosa cristiana che vede nel gruppo inglese un pericolo blasfemo “per i loro ragazzi”. Lennon si scusa pubblicamente, vorrebbe chiudere la situazione mediatica con una battuta ma sa che non è possibile. Nei Beatles si respira una certa stanchezza, suonano per inezia. Paul mostra tutta la “solidarietà” per Elvis: almeno loro erano in quattro ad affrontare il peso della stampa e il fanatismo di massa, lui no perché solo. La leggerezza dei primi anni non c’è più: “all’inizio le cose erano semplici, poi si sono complicate”. Il secondo tour in america è annullato, non sono più i benvenuti. Troveranno molto spesso anche in altri stati delle manifestazione anti-Beatles: ricordiamo la protesta in Giappone per non farli esibire al Budokan, considerato luogo “sacro” dedicato esclusivamente alle arti marziali e non alla “profana” musica pop.

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È del ’65 l’album e film “Help!” ma i protagonisti sono annoiati e tutta l’insicurezza dell’affacciarsi al mondo adulto si riflette nel titolo omonimo del pezzo autobiografico scritto da Lennon, al riguardo dirà che gli piace perché vero. Tra coloro che rimangono vicino ai Beatles ricordiamo: il manager storico Brian Epstein, Neil Aspinall e George Martin (scomparso lo scorso anno e a cui viene dedicato questo film). Un esempio di come la fiducia sia la base necessaria per far funzionare bene le cose, sia nei rapporti umani che lavorativi. Sono gli anni della disciplina post U.S.A: i quattro si chiudono negli Studios di Abbey Road sotto la guida di George Martin. La giornata è scandita da una scaletta rigorosa e metodica: la mattina tè, sigaretta e si incide un brano. Gli obiettivi da raggiungere sono: un album ogni sei mesi, un singolo ogni tre mesi. Un’eccezione di come la quantità non perda in qualità, sono in molti infatti a paragonare l’arte creativa  dei Beatles con quella di Mozart.

Nello stesso anno li vediamo a Buckingham Palace per ricevere la nomina di baronetti e ad intraprendere anche una certa maturità artistica. A partire dall’album Rubber Soul (considerato un ponte tra i primi anni scanzonati e il gusto sperimentale di quelli successivi) non troviamo più il nome/logo del gruppo: l’essenza è oltre l’immagine distorta scattata da Robert Freeman (scelta per caso). Le loro “anime di gomma” sono adesso proiettate verso la cura per il dettaglio e ad un sound ricco di sfumature, nei contenuti dei testi non ci sono più adolescenti innamorati che si scrivono lettere ma storie extraconiugali, disagi interiori, simboli da decifrare “tra le righe”.

come-in-uno-specchioLa pausa del ’66 dopo quattro anni no-stop: tre mesi per staccare e “riappropriarsi” in qualche modo della vita di prima. I Beatles-individui si riscoprono e consolidano interessi che avevano messo in stand-by: George per la musica indiana e Paul per l’arte figurativa (acquista infatti diversi dipinti da un gallerista francese). Si accorgono di non essere più “una cosa sola” ( un “tutti per uno” se vogliamo citare la “lost in translation” italiana del loro primo lungometraggio “Hard days night” del ’64) sentono che è arrivato il momento di separarsi dal loro vivere in simbiosi: crescono, mettono su famiglia, le loro energie non si focalizzano solamente su di loro. La ricerca per esprimersi in modo diverso, respirando un’aria d’avanguardia si concretizza nel successivo LP Revolver, l’input  scattato dalle registrazioni dei loro brani che Paul ascoltava al contrario. Non c’è più tutto il cameratismo degli esordi, Lennon e McCarthy non sembrano più come in uno specchio mentre suonano.

Il documentario di Ron Howard riscopre i primi Beatles, attraverso le loro basi ed esperienze e lo fa in modo semplice, diretto, appassionato. Le preziose immagini dei concerti insieme agli aneddoti e canzoni, fanno di “The Beatles – Eight days a week, the touring years” una tappa obbligatoria per tutti gli amanti della Musica.

Mariangela Martelli

Mariangela Martelli

"Living is easy with eyes closed, misunderstanding all you see"
- The Beatles
Mariangela Martelli

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