Jason Bourne, una spia moderna nel mondo post 9/11

Ad Hollywood il connubio tra romanzo spionistico e cinema ha sempre funzionato, è un dato di fatto. Il James Bond di Ian Fleming ha fatto da apripista a questo genere attraverso il suo Dr.No aka Licenza di Uccidere (1962) con lo storico agente 007 interpretato da Sean Connery. Oggi, dopo numerosi film sul genere, tra cui anche l’agente Ethan Hunt, interpretato da Tom Cruise e la sua IMF (Impossible Mission Force) della saga Mission Impossible, ce n’è uno che forse più di tutti incarna e ne assorbe i tratti realistici del mondo dello spionaggio moderno dopo gli eventi del 11 settembre: Jason Bourne.

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La saga, tratta dai romanzi di Robert Ludlum, definito un moderno John Le Carré, ha avuto la sua prima trasposizione con il film The Bourne Identity (2002), tratta dal romanzo Un Uomo senza Volto e diretto da Doug Liman (Edge of Tomorrow, Mr. & Mrs. Smith) con l’attore premio Oscar Matt Damon (Will Hunting – Genio Ribelle) nel ruolo della spia senza memoria Jason Bourne. Anche se i romanzi di Ludlum sono stati scritti duranti gli anni ’80, lo sceneggiatore Tony Gilroy, è riuscito a creare un mondo forse ancor più perfetto per il personaggio, soprattutto dopo i cambiamenti che hanno stravolto gli Stati Uniti in quel fatidico giorno di settembre.

Nel primo capitolo della saga vediamo il nostro agente-spia cercare di far luce sulla sua identità e su chi sia, costantemente braccato da killer che vogliono eliminarlo a tutti i costi, senza che lui ne conosca il minimo motivo. Seguiamo Bourne attraverso vari stati Europei cercare di far luce sul suo passato, da Roma a Zurigo fino ad arrivare a Parigi. Durante il suo cammino farà la conoscenza di una donna, Marie (Franka Potente) e degli uomini responsabili di quello che hanno fatto alla sua persona e alla sua mente, interpretati da Chris Cooper e Brian Cox, due spietati agenti governativi della CIA e del loro programma di reclutamento di sicari chiamato TREADSTONE, super soldati al servizio della CIA, pronti ad intervenire sul campo quando la situazione sfugge al controllo o si fa insostenibile per i piani alti del settore. Bourne comincia cosi a mettere a poco a poco a fuoco i ricordi sbiaditi del suo oscuro e misterioso passato, fatto di flashback e ricordi scollegati, tra cui la missione che prevedeva l’uccisione di un ex-dittatore africano, venuto a conoscenza delle connessioni dell’agenzia di governo di spionaggio e i suoi loschi affari in giro per il mondo.

Doug Liman dirige il primo capitolo con grande maestria tecnica e sobrietà, riprese pulite e ben coreografate, da quelle del combattimento corpo a corpo, fino agli inseguimenti automobilistici per le strade di Parigi. Contornate da un’ottima colonna sonora di Moby e da quella che successivamente sarebbe diventata la theme song dell’intera saga.

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A distanza di due anni dal primo capitolo, viene sviluppato il sequel The Bourne Supremacy che vede questa volta in cabina di regia Paul Greengrass, tratto dal romanzo Doppio Inganno. In questo sequel ritroviamo Bourne dove l’avevamo lasciato al termine del primo film, continuamente tormentato dai suoi ricordi di ex-sicario per la CIA, con la sua compagna Marie, in continuo spostamento per cercare di non lasciare tracce ad eventuali membri del programma Treadstone che sembrano ancora sulle sue tracce. Rifugiatosi in India, Bourne viene braccato da un sicario russo, Krill (un semisconosciuto Karl Urban) e incastrato dal magnante russo Yuri Gretkov (Karel Roden) in combutta con Ward Abbott (Brian Cox). Parallelamente si sviluppa un’altra storia a Berlino dove l’agente della CIA Pamela Landy (Joan Allen) sta per acquisire delle informazioni segrete chiamate “File Neski” ma Yuri Gretkov manda il suo sicario per “sistemare” la situazione, mettere tutto a tacere e incastrare Bourne. Da qui in poi si innescano degli intrighi che vedono coinvolto il politico russo Vladimir Neski che cerca di contattare la CIA per vendere le informazioni dei file “Neski” e dei 20 milioni di dollari rubati.

Il cambio di regia da Liman a Greengrass porta in sé grandi cambiamenti, sia alla struttura del film in termini di riprese, sia in quelle di sviluppo della storia e sceneggiatura. Greengrass viene da un tipo di cinema più indipendente, suo è infatti il film Sunday Bloody Sunday (da cui la celebre canzone degli U2 è tratta) incentrato sui fatti avvenuti nella “domenica di sangue” nell’Irlanda del Nord nel 1972. Greengrass ha un’impronta registica più realistica e distaccata da quella dei classici registi o mestieranti di blockbuster, se infatti la regia di Liman era più “pulita”, quella di Greengrass è decisamente più “sporca”, caratterizzata principalmente da riprese a mano: seguiamo le avventure di Bourne come un tossico perennemente fatto di adrenalina, gettato nelle rocambolesche e confusionarie riprese corpo a corpo o quelle degli inseguimenti automobilistici, dove viviamo l’esperienza quasi come in un videogame in terza persona.

Se è vero che le riprese di Greengrass non sempre risultano “chiare” è anche vero che la dedizione e la cura maniacale certosina degli inseguimenti e degli scontri, rende il tutto paurosamente realistico; niente CGI, Greengrass è uno che preferisce gli stunt fatti alla vecchia maniera, sono infatti decine i veicoli utilizzati e distrutti nella sequenza finale dell’inseguimento tra Damon e Urban. Non è da meno la parte dialogata, quasi come un’inchiesta giornalistica anche qui le riprese sono veloci con stacchi netti d’inquadratura e montaggio diretto, il tutto però senza risultare disconnesso o influire sullo sviluppo della storia che a un’occhio più distratto può sembrare confusa e articolata.

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Nel 2007 Greengrass decide di ritornare in cabina di regia per quello che sembrerebbe l’ultimo capitolo della saga di Bourne, tratto dal romanzo Il Ritorno dello sciacallo. Il film parte ancora una volta da dove si era interrotto il precedente, Bourne mosso da un forte senso di colpa e di redenzione, decide di andare a trovare i membri delle persone perdute o uccise a cui lui ha fatto del male e rovinato la vita, e una di queste è il fratello di Marie (Franka Potente), tutto questo mentre l’agenzia è ancora una volta sulle sue tracce. Questa volta la bravura tecnica e la maestria di Greengrass supera i precedenti due lavori, portando il film a vincere ben tre premi Oscar e consacrando la saga di Bourne a vero e proprio gioiello dello spy-action moderno.

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A distanza di cinque anni dal terzo capitolo, dopo l’abbandono della coppia d’oro Greengrass-Damon, l’Universal decide di realizzare un quarto capitolo, senza però ottenere il successo al box-office desiderato. Alla regia troviamo Tony Gilroy, già sceneggiatore dei primi tre capitoli della saga, ispirato all’omonimo romanzo, ma con un cambio nella parte dell’attore principale. Infatti in questo quarto capitolo non ritroviamo l’agente Jason Bourne ma Aaron Cross, un altro agente del programma Treadstone interpretato dal talentuoso Jeremy Renner (American Hustle, The Town, The Hurt Locker). La storia di Aaron Cross si svolge parallelamente agli avvenimenti di The Bourne Ultimatum, dopo che l’agente della CIA Pamela Landy ha scoperchiato il “vaso di Pandora” su Treadstone e il suo upgrade Blackbriar, diversi agenti dormienti in giro per il mondo per conto degli Stati Uniti, rischiano di venire soppressi e di scatenare una reazione a catena molto più grave di quella che si pensasse per il popolo a stelle e strisce. Rivelando cosi i segreti e le cospirazioni (fortemente realistiche), che il popolo tiene segreto agli occhi di tutti. Tra i diversi programmi di Blackbriar c’è quello a cui appartiene l’agente Cross, ossia quello degli agenti geneticamente modificati “Operation Outcome”, che tramite due pillole (corpo e mente) riescono a raggiungere capacità oltre i limiti dell’umano.

A differenza dell’agente Bourne, Aaron Cross ricorda perfettamente chi è e non soffre di alcun problema di amnesia, anzi, è proprio lui che dopo il suo trascorso a Treadstone decide di ritirarsi e di confinarsi in Alaska, lontano da occhi indiscreti e cercando di costruirsi una nuova vita, senza però sapere che un altro agente dormiente era confinato insieme a lui. Cross incontrerà poi la dott.ssa Marta Shearing (Rachel Weisz), responsabile del controllo sui soldati geneticamente modificati tramite pillole e che cercheranno di eliminare a sua volta per nascondere ogni traccia del programma. L’agente Cross e la dott. Shearing partiranno alla volta delle Filippine per trovare una cura dalla dipendenza di Cross per le pillole e trovare un’antivirus-antidoto che tolga per sempre la dipendenza e mantenga definitivamente le capacità straordinarie dell’agente.

Nonostante il quarto capitolo si discosti dal celebre personaggio interpretato da Matt Damon, e senza stravolgere la storia originale con reboot, Gilroy esegue da buon mestierante questo spin-off della saga, omaggiando tutte quelle caratteristiche che fecero la fortuna della trilogia originale: combattimenti corpo a corpo, la continua ricerca del gatto col topo, gli inseguimenti veicolari, questa volta non più a bordo di macchine ma di motocross. Gilroy cerca di omaggiare come meglio può la regia e lo stile di Greengrass, senza però risultare “esagerato” e super frenetico come il collega, ma cercando di trovare una via di mezzo tra lui e l’altro suo collega Liman.

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Nonostante l’iniziale riluttanza di Greengrass nel continuare la saga, più volte Damon si è dichiarato interessato a un possibile ritorno nei panni dell’agente Jason Bourne in un quarto capitolo diretto della saga, ma solo a costo che Greengrass tornasse in cabina di regia; e a distanza di ben nove anni da The Bourne Ultimatum, ecco arrivare il nuovo capitolo intitolato semplicemente Jason Bourne.

Questa volta  ci avviciniamo ai territori già precedentemente visti nel Blackhat di Michael Mann, dove gli enti governativi affidano le loro missioni di sabotaggio, attacchi terroristici e pulizia di situazioni insostenibili a programmi cibernetici in grado di non essere rilevati da nessun ente governativo al mondo.

Il ritorno alla regia di Greengrass e il tempo trascorso dal 2007 al 2016, porta la saga di Bourne a un livello successivo, dove il regista non critica più gli scheletri nell’armadio degli enti governativi e dei loro autentici programmi “illegali” top-secret, quanto la tecnologia che, dopo il caso Snowden, grazie ad internet e i social network, è ormai un pericolo costante per la sicurezza di intere Nazioni da non sottovalutare e a portata di mano per tutti quelli connessi. Si tratta di un mondo dove nessuno è più al sicuro e che diventa costantemente sempre più indifeso e vulnerabile di quanto non lo fosse in passato. Quello che ritroviamo oggi invece è un Matt Damon forse meno carismatico e stanco di non avere mai pace dal suo passato che continua a tormentarlo e inseguirlo, un Bourne sicuramente più maturo, ma anche forse giunto al capolinea di una storia che probabilmente non aveva più nulla di interessante da raccontare.

La saga di Bourne ha sicuramente assorbito parecchio dagli avvenimenti del post 11 settembre 2001, quella che tutti noi conosciamo come la più grande e potente nazione al mondo, è forse la più insicura e spaventata al mondo, lo è fin dai tempi della schiavitù e continua ad esserlo ancora oggi. Troppi segreti circondano le agenzie governative e la storia Americana, dall’assassinio di Kennedy, fino al recente scandalo Snowden, dal quale Oliver Stone quest’anno ne trarrà il film omonimo.

Tutto questo è possibile vederlo all’interno della saga di Bourne e nelle agenzie governative che cospirano e organizzano in gran segreto operazioni top-secret, in particolar modo in quest’ultimo episodio di Greengrass; certo, sicuramente non in maniera approfondita, ma quel tanto che basta per cercare di dare al pubblico non solo dell’intrattenimento, ma anche qualcosa di più, forse un messaggio nascosto tra le righe che spetta solo a noi spettatori riuscire a cogliere.

Spremendo fino all’osso tutto quello che c’era ormai da rivelare con il passato di Bourne e del perché Jason si offrì volontario al programma Treadstone, Greengrass, questa volta anche sceneggiatore, realizza quello che probabilmente è il miglior inseguimento dell’intera saga, una scorribanda tra le strade sfavillanti di Las Vegas tra un blindato SWAT e una Dodge Challenger che fa dimenticare in un lampo tutti i precedenti inseguimenti. Il resto è un po’ la solita minestrina riscaldata che farà la gioia dei fan della saga che a gran voce chiedevano un nuovo capitolo con Damon e che sicuramente nonostante tutto, ha avuto la sua degna (forse?) conclusione.

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Alessio Italiano

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