Hitchcock e Truffaut, una lezione sul cinema

Quasi a verificare l’immagine di Jean Cocteau a proposito di Proust: «la sua opera continuava a vivere come gli orologi al polso dei soldati morti.» (François Truffaut a proposito della cinematografia di Alfred Hitchcock)

Un libro che è sì l’incontro fra due grandi registi appartenenti a generazioni diverse, ma che è più di tutto una dichiarazione d’amore totale verso il cinema, il suo linguaggio, le sue gioie, i suoi dolori e le sue infinite possibilità. È Il cinema secondo Hitchcock, l’intervista fiume che François Truffaut fece al grande regista inglese di cui era spettatore e grandissimo ammiratore nell’estate del 1962.

hitchcock-hbcw_o_tn-180x276Un uomo tranquillo, ma solo all’apparenza, Alfred Hitchcock; controllato nella vita privata diveniva, varcate le porte degli Studios, un direttore d’orchestra, un leone ruggente, un maestro di impareggiabile severità e precisione. Irrita talvolta il suo humor tagliente e un po’ maschilista, mentre commuove, e confonde quasi, la disponibilità a mettersi in discussione e ad analizzare punto per punto, grazie ai suggerimenti del più giovane collega francese, passaggi, inquadrature e scelte di grandi film girati anni prima. L’autocritica di cui solo un uomo dall’indefessa precisione poteva essere capace. Non un testamento, ma una lezione sul cinema e sulla coerenza, sulla ricerca dell’ “emozione pura” in continuo dialogo con lo spettatore con il quale vi è identificazione e non distanza. Si parla la stessa lingua, si ammirano e si ricercano le stesse cose e soprattutto si è dominati dalle stesse inconfessabili paure.

Ecco un piccolo excursus sugli argomenti ricorrenti nella lunga conversazione fra i due cineasti, che ci auguriamo possano essere spunto per una lettura del volume e per una nuova e più consapevole visione della grande eredità che Hitchcock ha lasciato a noi, il pubblico dei suoi film.

Gli attori

Tra le pagine uno dei temi che, alimentato da un’evidente curiosità di Truffaut per alcune “leggende” diffusesi negli anni, ricorre con più frequenza è il rapporto che il regista aveva con i suoi interpreti. Più complicati con le attrici, con qualcuna decisamente problematici, maggiormente distesi con gli uomini. Un giudizio positivo, ma tiepido quello su Joan Fontaine, protagonista di Rebecca e Il sospetto. «Ho l’impressione che per lei sia stata un’attrice importante» nota Truffaut. «Mi ero reso conto che era la più vicina al personaggio» replica Hitchcock a proposito dei provini per Rebecca «vedevo in lei la possibilità di una recitazione controllata e la ritenevo capace di rendere il personaggio calmo e timido»

Nell’ampio dibattito intorno alle debolezze di un film come il caso Paradine veniamo a sapere che Gregory Peck e Alida Valli non erano esattamente le prime scelte per il regista che accarezzava piuttosto l’idea di tornare a lavorare con Laurence Olivier e di dirigere, nel suo grande ritorno sullo schermo niente popò di meno che Greta Garbo.

Stima e amicizia senza alcun rancore per Grace Kelly, a dispetto delle comuni credenze. Rammaricatosi per non averla potuta dirigere in Marnie non le rimproverava la scelta di aver sposato il Principe Ranieri di Monaco; una certa antipatia emerge invece in occasione del ricordo della collaborazione con Kim Novak, la “sostituta” di Vera Miles (allora incinta) per La donna che visse due volte: «era arrivata sul set con la testa piena di idee che sfortunatamente mi era impossibile condividere». E quando il regista francese nota però che la carica erotica portata dall’attrice ha impresso al film una svolta decisiva, ci viene svelato che il trucco stava nel non portare reggiseno in alcune riprese, scelta della quale la diva, nel ricordo del suo pigmalione «si vantava continuamente».

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La “relazione” più difficile, almeno da quanto suggerito da Truffaut fu quella con Ingrid Bergman protagonista di Io ti salverò, Notorius e Il peccato di Lady Considine. La diva, corteggiata da tutti i produttori che, secondo quanto confidato dal suo regista, si era messa in testa di «girare solo dei capolavori […] non poteva mai pensare a qualcosa che non fosse sufficientemente grandioso». Hitchcock non riusciva a perdonarle il suo amore con Rossellini, il regista osannato da quegli stessi critici che trattavano con sufficienza il suo lavoro.

Per ciò che riguarda la riflessione sugli interpreti maschili c’è da notare una netta preferenza da parte di Hitch per “la vecchia scuola”. Egli trovò nell’affascinante Cary Grant e nel solido James Stewart due eccellenti attori disposti ad essere diretti lavorando per sottrazione, tenendo il più possibile sotto controllo iniziative ed emozioni. Ben diversa l’esperienza con Paul Newman condizionata della forte impronta data dalle tecniche dell’Actor’s Studio con le quali si era formato l’attore: «non è capace di dare degli sguardi neutri che mi permettano di fare il montaggio di una scena. Lavorava nello stile del Metodo, con una emozione eccessiva e muovendo sempre la testa

Il sesso

Uno dei fili conduttori, sia per ciò che riguarda l’innegabile ruolo che la sessualità ha in quasi tutte le più famose pellicole, che per la sua quasi totale sublimazione nella vita privata. A 23 anni Hitchcook, come racconta candidamente, non sa nulla del ciclo mestruale, mentre pochi anni dopo, già sposato, si trova in grande disagio di fronte all’offerta di trascorrere la notte con delle prostitute a Parigi, affermando di «non aver mai avuto niente a che fare con donne del genere.» «Bisogna scegliere delle donne di mondo, delle vere signore che diventano delle puttane quando sono in camera da letto». Questa la sua disincantata ammissione rispetto al ruolo che evidentemente giocava l’elemento femminile all’interno delle sue storie a cui aggiunge una considerazione sulle attrici dalla sessualità troppo marcata, come Marilyn Monroe o Brigitte Bardot, che rischia di compromettere la suspance poiché per Hitchcock anche il sesso è brivido, imprevisto, vertigine.

Suspance e Paura

hitchcock-truffaut«Bisogna informare il pubblico ogni volta che sia possibile.» La regola aurea sta nel fornire la giusta dose di informazioni sul personaggio, spesso ignaro dal canto suo, per generare apprensione (da non confondersi mai con la paura); quel genere di sentimento che è addirittura in grado di trascendere la simpatia e l’antipatia per la persona sullo schermo, ma che porta lo spettatore “dentro” la scena.

Ben altra cosa è la paura, una parte piuttosto ingombrante del quotidiano più intimo di Hitchcock. Da quella per i poliziotti, spauracchio infantile usato dal padre per correggere una marachella, all’immedesimazione con gran parte dei suoi protagonisti ovvero uomini accusati ingiustamente che vedono la propria libertà messa a repentaglio. «Sono un uomo molto pauroso. Ho fatto il possibile per evitare ogni genere di difficoltà e di complicazioni.»

Rapporti “critici”

La critica contemporanea non fu sua amica. Secondo quanto affermato da Truffaut, erano ricchezza, fama e successo a non essere perdonate e la riflessione del Maestro inglese arriva oltre ponendo in luce un circolo vizioso, nella relazione tra critica e autore, in grado di condizionare le intenzioni di un film «Quando un regista è deluso dalla critica […] l’unica rivincita che può permettersi è il successo di cassetta. Mi sembra che i critici siano spesso responsabili di questo stato di cose: possono spingere un uomo a non guardare che agli incassi perché a questo punto può dire “Me ne frego dei critici perché i miei film fanno dei soldi!”»

Psycho

Un punto centrale del volume è la realizzazione del capolavoro del 1960 sia per la ricca aneddotica sulla tecnica che per la riflessione del rapporto di un autore di successo giunto all’apice della sua maturità artistica e il suo pubblico. Il soggetto, i personaggi, l’ambientazione sono totalmente al servizio della perizia tecnica di un regista deciso a far saltare gli spettatori sulle poltrone, comunicando loro attraverso la rigorosa grammatica di un montaggio impeccabile.

L’arte cinematografica piegata allo scopo di suscitare “un’emozione di massa”. «Non è un messaggio che ha incuriosito il pubblico. Non è una grande interpretazione che lo ha sconvolto […] Quello che ha commosso il pubblico è stato il film puro».

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Caterina Liverani

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"Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome."
- Paul Eluard, Libertà
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