Mine, andare avanti (anche per il cinema italiano)

Il messaggio che traspare da Mine è abbastanza diretto e consapevole di se stesso: il cinema italiano è morto ma allo stesso tempo porta anche un’altra grande rivelazione che sarà il fulcro di questo elaborato.
Con la dichiarazione sopracitata rientriamo in quella realtà dove il cinema italiano di genere, che avevamo in special modo negli anni 60-70 oggi non c’è più. C’è quasi una sopita considerazione del cinema italiano fatto di drammoni esistenziali e commedie dal dubbio valore artistico.
Ma negli ultimi due anni ci sono state delle realtà isolate: Il Racconto dei Racconti, Lo chiamavano Jeeg Robot, Veloce come il Vento, Smetto quando voglio e ora Mine.
Questo quadro rappresenta una chiara dimostrazione che il cinema italiano è sicuramente morto, ma non la voglia di mostrare, grazia a qualche regista o autore nostrano, che alcune storie, alcuni generi cinematografici li possiamo realizzare anche noi. Magari con mezzi meno raffinati di quelli statunitensi, ma ci siamo.
Il riferimento al cinema Hollywoodiano è chiaro in questo Mine dato che ci presentiamo davanti un film girato in Spagna, con un cast americano – come gli standard narrativi – e girato da due italiani, Fabio Guaglione e Fabio Resinario.
Trama delle più semplici e minimali, in accordo con gli standard del survival movie, un soldato di ritorno da una missione si accorge di essere in un campo minato solo quando metterà il piede su una mina. I soccorsi arriveranno soltanto tra 52 ore. Inizierà quindi questo conto alla rovescia tra cibo e acqua che scarseggiano, i guerriglieri nemici che si aggirano nella zona, le tempeste di sabbia e i lupi notturni a caccia di prede. Tutto questo senza muoversi di un solo centimetro.
Via il dente, via il dolore, Mine è un buonissimo film che purtroppo ha nei suoi difetti una regia non proprio consapevole del tema che va a trattare, o almeno, la regia non si plasma bene alla necessità narrativa di scorrere di scena in scena, di evento in evento.

Di contro, il grande pregio e cuore del film è la storia, di come il tessuto narrativo si riempia di una propria mitologia, di diverse storie parallele narrate in flashback e aiutate a livello visivo dalle inevitabili allucinazioni che il nostro protagonista – un interessante Armie Hammer in un ruolo inedito – sarà preda. Una famiglia, un padre violento e una madre scomparsa troppo presto, la vita difficile che più volte l’ha messo in ginocchio e ora, forse, è in ginocchio nel deserto, per l’ultima volta. Proprio in queste battute finali la voglia e il modo di fare cinema di Fabio&Fabio si mostra, rendendo gli ultimi venti minuti del film una continua esplosione di adrenalina, emozione e sentimento. Mine ha la consapevolezza del genere in cui si muove, il survival movie, ne attinge – diverse situazioni già viste in The Grey o All is Lost, per rielaborarle al servizio della storia, al servizio di una sorta di piccola rivoluzione del genere.

Ai più comodoni potrà non piacere la scelta finale, come alcune sequenze che porteranno ad esso, ma la mitologia sopracitata è servita proprio a questo, andare oltre il concetto di cinema, anche oltre il concetto di realismo e raccontare una storia, quasi una fiaba, con annessa morale esistenziale che si fa apprezzare con tutti i fronzoli del caso.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
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