RomaFF11: Moonlight, una vita al chiaro di luna

moonlight-posterTempo uggioso alla prima giornata della Festa del Cinema di Roma. Red carpet bagnato, alcuni addetti ai lavori sistemano le ultime cose, un gruppo di persone è già in attesa per l’arrivo di Tom Hanks, ma il vero cinema è quello di Moonlight, proiettato in Sala Petrassi.

In una Miami senza precise coordinate temporali (dalla fine degli anni ’80 e i primi ’90 fino ai giorni nostri, in un processo evolutivo umano che trova la sua espressione più immediata nella trasformazione tecnologica dei cellulari), contesa tra le onde del mare, le strade assolate popolate da pusher e tossici, una scuola piena di bulli, una madre dipendente dal crack, l’assenza di un padre, l’accettazione della propria omosessualità, la vita di un giovane afroamericano è tormentata e disperata. La comparsa di Juan, un emigrato cubano con le sembianze di un truce angelo salvatore, rende più sopportabile il peso di tutto e indica una strada verso la scoperta di chi si è veramente.

Al suo secondo lungometraggio dopo Medicine for Melancholy, Barry Jenkins porta sul grande schermo In Moonlight Black Boys Look Blue, il testo teatrale (mai approdato sul palcoscenico) di Tarell Alvin McCraney, creando un film che viene tripartito in altrettanti momenti nella vita del protagonista, in lotta con con una realtà opprimente, il bisogno e la ricerca di figure di riferimento, la necessità di scoprire e convivere con la propria identità. Tale tripartizione è rintracciabile anche nel “come” lui stesso viene identificato: Little, Chiron, Black. Due soprannomi affibbiati e il suo vero nome. La crisi del personaggio principale di Moonlight si riflette anche nelle modalità con cui le persone attorno a lui lo etichettano, contribuendo in negativo al suo crescere nel mondo. Il momento chiave nella fase prossima all’età adulta è quello di decidere chi si vuole essere, senza che sia qualcun altro a prendere questa scelta così cruciale. Quest’ultimo è l’insegnamento più importante di Juan nei confronti dell’ancora piccolo Chiron, una tappa fondamentale che segna non tanto una svolta, quanto l’indicazione di una via da seguire. Essenziale è infatti il messaggio di tutto Moonlight: intraprendere una propria strada, per quanto irta, difficile, dolorosa, non condivisa, e non farsi condizionare dagli altri, impedendo loro di operare una scelta che non li riguarda né li compete. Svegliarsi un giorno e rendersi conto di aver vissuto secondo le decisioni altrui, e non le proprie, è un incubo ad occhi aperti, impossibile da sopportare e insopportabile più di ogni altra cosa.

Promosso da pressoché tutta la critica internazionale dopo la sua premiere al Telluride Film Festival, Moonlight ha riscosso solo un timido applauso alla proiezione stampa in questa prima giornata della Festa del Cinema di Roma ed è un peccato perché, seppure lasciando dubbi irrisolti nella narrazione, il film racconta una storia americana di formazione classica e, inoltre, quanto mai attuale per i temi trattati. A metà strada tra un film Sundance e Grand Theft Auto: San Andreas (anche se nel film si parla di una certa Liberty City), ecco.

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Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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