RomaFF11: Snowden, il sacrificio nell’attraversare il Rubicone

Più che una scoperta, una conferma.
Ricordato il bellissimo Citizenfour, documentario di Laura Poitras che documentava tutte le testimonianze, in collaborazione con due giornalisti del The Guardian, di un Edward Snowden in procinto di scatenare una bufera sul governo degli Stati Uniti? Siamo nel 2013, in una stanza d’albergo di Hong Kong. Snowden, il biopic di Oliver Stone decide, tramite flashback, di raccontarci la storia di questo giovane hacker partendo proprio qui, dalla fine, dal momento in cui Snowden è pronto ad attraversare il Rubicone.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma in concorso, il film si limita a confermare i fatti, regalando a tutta l’opera un senso da spy movie che mai esplode in qualcosa di più grande o adrnalinico. Il cinema di Stone, riconosciuto per i continui inserimenti patriottici – in dimostrazione politica – sembra essersi rallentato negli ultimi anni. Come già il cinema ci mostra da decenni, l’american dream è la bugia su cui si è costruito il paese, su cui ha fondato le basi di quella bandiere a stelle e strisce. Una certa idea di patriottismo è andata a morire per favorire un messaggio chiaro e limpido che si evince in tutto il minutaggio del film: un paese come gli Stati Uniti non è forte tanto da rendere forti i suoi cittadini, ma sono questi ultimi, i più puri di cuore, i più temerari, che costruiscono la bellezza e l’integrità del paese che abitano.
Snowden, interpretato con audacia da Joseph Gordon-Levitt, si muove meccanicamente, quasi un automa. Crede fortemente nell’etica del suo paese e non prenderà mai sul serio quel senso di ribellione verso il governo della nuova fidanzata Lindsay (Shailene Woodley), ma l’addentrarsi sempre più nel suo lavoro nella CIA, scoprirà una rete di sorveglianza totale verso ogni singolo cittadino del globo tramite smartphone, webcam o telecamere di sicurezza. La privacy di ognuno violata per sempre.

Come detto sopra, l’opera in se non regala novità a quello che già sapevamo o già narrato nel citato Citizenfour, ma si evince la necessità di confermare qualcosa, l’ennesimo atto di denuncia verso il governo americano che dallo scandalo Watergate continua, ancora, a gettare benzina sul fuoco su questa disarmante sfiducia che i cittadini hanno verso le istituzioni. Oliver Stone si limita a raccontare, romanzare i fatti e regalando alla figura di Snowden in una teca di uomini coraggiosi che hanno subito sono ingiustizie dal proprio paese. Ne fa parte lui, come ne fa parte Assange con il caso Wikileaks, Snowden, ora ospitato dalla Russia fino alla fine del 2017, viene ed è stato eliminato dagli Stati Uniti.

Profetica la sequenza finale dove il vero Edward Snowden si sotituisce a Gordon-Levitt per parlare, tramite webcam, ad un programma televisivo ed effettuare un collegamento tramite Internet, un mezzo che ha permesso al giovane di esprimere tutto il suo potenziale ma di trovare anche i suoi usi illegali – tutti coperti da ordinanze di tribunali segreti che non hanno giustificazioni verso i cittadini – e denunciarli a discapito della propria libertà. Siamo osservati, forse già lo sapevamo, ma bisogna anche ricordare che siamo noi stessi che diamo anche la possibilità di essere osservati.

Non meravigliatevi se Mark Zuckerberg, quando viene fotografato in ufficio, lo vedeteo davanti un latptop con un cerotto applicato sul microfono e sulla webcam.

Per una compresione maggiore della storia, consigliamo la visione del già citato Citizenfour.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
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