RomaFF11: Richard Linklater – Dream is Destiny, un uomo, la vita e il cinema

Non capita mai di scrivere articoli in prima persona, lo evitiamo. Abbiamo sempre paura di mettere noi stessi davanti il film narrato o analizzato. La missione Vero Cinema punta a valorizzare pellicole di tutti i tipi e cerchiamo sempre di essere quel terzo polo, l’opinione alternativa, fuori da pubblicità o necessità editoriale. Non corriamo dietro la pubblicazione necessaria o realizzata male solo per uscire prima degli altri network editoriali di cinema, ma ci prendiamo volentieri del tempo per ragionarci su, sederci ad un tavolo, penna sulla labbra o dita sulla tastiera a capire come poter esprimere al meglio le nostre idee su un film.

Pochi giorni prima della Festa del Cinema di Roma, con il programma in mano, ho stilato insieme al socio Simone le priorità dei titoli proposti tra cui spiccava questo documentario su Richard Linklater. Un nodo alla gola, ho subito bloccato il film “Simone, quello è mio, lo vedo e ne scrivo io”.
Ora potrebbe sembrare il classico opportunismo, ma amo Linklater. Sono come un bambino che con un gelato al cioccolato sorridente ammette di amare i gelati al cioccolato, quel sentimento puro. Credo di apprezzare il cinema di Linklater ancor prima di capire cosa sia il Cinema (quello con la c maiuscola). Nel nostro Bel Paese non è presente un vero e proprio culto di questo regista texano, è relegato a quel cinema da 80-100 copie a film, quel cinema indipendente che lui stesso ama e non vuole staccarsi.

Ma di cosa parla Dream is Destiny? Potrebbe essere facilmente considerato un documentario di propaganda con un doppio fine: se conoscete il regista, avrete un occhio più attendo sull’uomo dietro il nome di Richard Linklater; se invece non sapete chi sia, il documentario ti porta a fiondarti a casa e a rivedere tutti i suoi film.
Linklater è quello del “che film ha fatto?” – “Tanti, non so ora cosa dirti… School of Rock, Prima dell’alba e relativa trilogia, Boyhood” – “Ah! Si li ho visti ma non sapevo fossero suoi” – e parlo per esperienza personale, tante troppe volte mi sono sentito rispondere così.

Ma chi è Linklater? Perché il suo nome difficilmente riesce ad accostarsi al cinema di godimento popolare? Il documentario si sofferma su quel concetto che, con banalità, ci aspettavamo come risposta: essere liberi dai vincoli di grosse produzioni e di Hollywood permette una libertà creativa maggiore, e questa creatività per lui vuol dire mettere in scena sogni, speranze e storie con cui quotidianamente ci cibiamo.
Richard Linklater è un semplice ragazzo, che gira per gli USA. Tanti hobby, tante passioni che non riesce a far diventare un vero lavoro. Gli piace scrivere. Scrivere di storie più aderenti alla realtà possibile e tutte hanno un punto comune: il tempo. L’evoluzione, la crescita, le idee e i mutamenti che portano nelle persone, avere uno sguardo malinconico per un tempo che non c’è più o idealizzare il domani sempre un pelo migliore della giornata appena conclusa.

Poi il gruppo di amici, qualche mezzo arraffato per con mezzi di fortuna, la voglia di girare un video, il giro dei Festival cinematografici, i giornali e le continue recensioni positive di Roger Ebert portarono Linklater ad essere un regista a tempo pieno, senza mai abbandonare i suoi sogni, i suoi interminabili quaderni pieni di storie e di appunti.
Terrà banco per gran parte del film, oltre le origini, i due punti cardini a rappresentanza dell’idea di Cinema di Linklater, Jesse e Cèline, alias Ethan Hawke e Julie Delpy, protagonisti di quel Prima dell’alba che spiazzò tutto e tutti, un progetto impossibile, difficile da vendere ma che ha avuto un impatto estremo, vero, reale. Con step di dieci anni tra un film e l’altro arrivarono gli altri due sequel e la rappresentazione di come alcuni personaggi, prima ragazzi, poi adulti e infine maturi, crescono e mutano insieme agli attori che li hanno interpretati – le sceneggiature dal secondo capito, Prima del tramonto, e del terzo, Before Midnight, saranno scritte dai due attori, gli unici a conoscere i due personaggi.

Poi arriva il progetto Boyhood che mostra quanto Linklater oltre ad essere lontano dagli schemi o dalle feste Hollywoodiane, è un uomo come noi, con tutte le sue necessità e paure: Boyhood era il progetto della vita con cui lui stesso ha vissuto dodici anni – tempo della realizzazione del film – in perenne disagio, con produttori alla porta a chiedere perché dovrebbero finanziare per ancora un altro anno un film di cui non si sa quando e se mai vedrà la luce, la paura di non essere all’altezza o di non poter completare un film del genere. Tutta questa tensione si spenge in una delle scene finali, Richard in procinto a girare l’ultima scena di Boyhood, guarda da lontano i suoi due giovani attori, sorride. Tutto è finito. Forse neanche lui si rende conto di cosa ha appena completato.

Stacco, serata degli Oscar. Per la miglior regia lui era favoritissimo. Perde. L’Oscar va a Inarritu. Non c’è problema, lui si alza, va da Inarritu e lo abbraccia, il giorno dopo è già sul blocco note a scrivere quello che sarà poi il suo ultimo – e bellissimo – Tutti vogliono qualcosa.
Linklater non ha bisogno di premi, le emozioni del cinema, del Vero Cinema, non sempre hanno delle statuette sulle mensole di casa a ricordare o celebrare il valore.
Dream is Destiny è un semplice percorso storico di un ragazzo che ama il cinema, che con pochi mezzi ha fatto e continua a fare cinema, senza paura del risultato, ma con la sola voglia di raccontare una storia, la più vera ed emozionante possibile, quella storia per cui una signora vedendo un suo film può chiamarlo in diretta televisiva e dirgli “Grazie per questo tuo film” e vedere Linklater, giovane, magro, capelli lunghi, girarsi emozionato sulla sedia, sorride, non sa cosa dire, ma va bene così.

Un pò come Jesse e Celine, ci lasciamo trasportare dal tramonto e ci godiamo i momenti che ci dividono dal giorno che verrà. Questo è, almeno per me, il cinema di Richard Linklater e Dream is Destiny, celebra lui e il cinema, arte di cui non riusciamo a fare a meno.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
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