Neruda: l’elegia cilena di Pablo Larrain

Neruda” di Pablo Larrain é un’ode su pellicola al Cile: terra di origine che il regista condivide con il protagonista premio Nobel per la Letteratura Pablo Neruda. Il film, presentato nell’ultimo festival di Cannes, non vuole essere una biografia (nonostante il titolo possa trarre in inganno) ma un raccontare la storia attraverso l’arte creativa (in questo caso poetica) capace di elevare l’individuo e un popolo. Una ventata di freschezza e speranza nella difficile situazione quotidiana instauratasi con il potere politico di quel periodo: la seconda guerra mondiale è terminata da tre anni e il governo cileno di Videla si sta orientando sempre più verso gli Stati Uniti. Neruda oltre ad essere un personaggio pubblico/letterario conosciuto e amato dalla sua gente è anche una figura di rilievo in campo politico ma la carica di senatore che ricopre diventerà “ingombrante” non appena manifesta apertamente le critiche nei confronti del governo. Neruda si fa portavoce di un sentire comune nei discorsi pubblici come nelle poesie scritte su carta e recitate ad alta voce: non smetterà mai di plasmare la propria visione del mondo in cui vive, esprimendo la volontà di dire come è la realtà dei fatti anche quando sarà condannato alla clandestinità.

L’incipit di Larrain è veloce e ci proietta fin da subito nel mezzo della scena sociale e personale di Neruda e lo fa ricorrendo ad inquadrature asimmetriche che ritroviamo negli interni del senato come nella casa del poeta. L’imponenza fisica e oratoria del nostro protagonista è una costante che sentiamo forte e chiara in questi spazi chiusi: la sua voce è solida, non vacilla perdendosi nei riflessi degli specchi alle pareti. Le parole che pronuncia non suonano mai come un monologo perché cercano costantemente un dialogo con l’altro, andando oltre la barriera innalzata da chi non condivide le sue idee.

Neruda (interpretato da un somigliantissimo Luis Gnecco) gioca con l’arte della trasformazione indossando ruoli diversi e sapendosi re-inventare all’occorrenza: come durante la serata che organizza in casa propria con gli amici. In una scena vediamo la sua compagna dietro di lui, mentre lo sta preparando all’interpretazione del personaggio scelto per la festa: Lawrence d’Arabia. Lo sguardo della camera punta al loro guardarsi allo specchio: immagini che rimandano alle pellicole di Ingmar Bergman: alla realtà e finzione che si mischiano nel nero degli occhi truccati di lui e nel drappeggio della tunica bianca che indossa. Le luci e ombre proiettate sul pubblico nella messa in scena dell’ospite diventano poesia capace di incantare chiunque lo ascolti: Neruda sembra così vestirsi del desiderio del pubblico/popolo tra loro c’è chi se ne innamora subito dopo aver ascoltato pochi versi cantati da quest’uomo ironico e ambiguo al tempo stesso.

 

Nascondersi per essere trovati

Neruda si nasconde, costretto a un esilio volontario dopo essere stato destituito dall’incarico di senatore e aver rifiutato il carcere. Con la compagna di vita e “prigionia” si chiude in casa di amici ma stare tutta la giornata tra le quattro mura domestiche lo stanca presto: ha bisogno di uscire per una passeggiata o per soddisfare il piacere fisico in un bordello.
Videl ha messo un poliziotto/detective privato alle calcagna del poeta, con il compito di trovarlo e arrestarlo: si tratta di Oscar Peluchonneau (interpretato da Gael Garcia Bernal protagonista in un’altra pellicola del regista cileno: No – I giorni dell’arcobaleno)

Nel primo piano, subito dopo aver preso l’incarico, vediamo i contorni del suo viso stagliati sullo sfondo di una tenda bianca in controluce: non ha mai amato particolarmente la poesia, ci confessa. Inizia così “l’inseguimento” intervallato dalle tracce disseminate da Neruda: puntualmente Oscar trova i romanzi lasciati (per essere trovati) in posti diversi, come tasselli necessari per ricostruire gli spostamenti e sciogliere la trama di un percorso narrativo. Neruda si diverte a “prenderlo in giro”: molto spesso protagonista e antagonista si ritrovano nella stessa scena ma “il perseguitato” riesce sempre a nascondersi allo sguardo del “persecutore” camuffandosi dentro un cammeo che lo cornicia in una vetrina o in una casa chiusa con tanto di boa e parrucca. Oscar sa di essere un personaggio secondario, fittizio all’interno della narrazione e racconta a noi spettatori il proprio dramma esistenziale attraverso i suoi pensieri che lentamente si fanno sentire. Questa fragile ricerca di identità che tiene in bilico il pensiero e l’azione del poliziotto è il suo motivo/ossessione che lo spinge verso Neruda. Con il sovrapporsi dei due uomini ci ritroviamo a percorrere il sottile filo invisibile lungo il confine tra realtà storica e finzione narrativa, ma grazie alla brillante sceneggiatura di Guillermo Calderon riusciamo a varcarne la frontiera, spingendoci in un metacinema che sembra omaggiare l’affascinante atmosfera del realismo magico respirato nella letteratura e nell’arte figurativa sudamericana.

 

Il film “Neruda” vuole essere anche un tributo del regista cileno Larrain a diversi generi cinematografici: dalle “detective stories” dall’animo noir americano nelle sequenze in auto (in cui dai finestrini intravediamo il ricorso alla tecnica della rear projection) fino ad arrivare al western delle sequenze finali che si distendono negli  spazi sconfinati della cordigliera delle Ande innevata, rigorosamente a cavallo.
Splendide le soluzioni estetiche nella fotografia di Sergio Armstrong, che predilige una luce dai toni violetti in grado di assorbire il grigio e il blu intorno ai personaggi: sia negli interni delle abitazioni che negli esterni per le strade o nel parco, in cui gli sfondi paiono come sotto una lente sfuocata.

Neruda è un uomo che osa non lasciandosi intimidire dai pregiudizi delle persone e che rimane sempre fedele al proprio modo di essere: come durante una scena in cui una donna “un po’ alticcia” gli si avvicina riferendogli l’ipocrisia dell’opinione popolare. Significativa la pietas che il protagonista non esita a mostrare nei confronti dei “vinti” che siano trans o ragazzine poco importa: il suo è l’abbraccio di chi è innamorato del mondo e delle persone, degli incontri che la vita gli dona.
Un incontro/dialogo che Oscar desidera raggiungere a tutti i costi: vuole che Neruda abbracci anche lui facendolo sentire vivo e soprattutto che pronunci il suo nome quando ogni cosa sembra destinata a finire. Desidera che la voce del poeta gli dia non solo la certezza della propria esistenza ma la prova che non sarà dimenticato. Oscar in questo modo assume una duplice funzione: è personaggio di finzione    nella narrazione (letteraria di Pablo Neruda e cinematografica di Pablo Larrain) e singolo individuo della/nella storia cilena. Il entrambi i casi il potere della memoria può essere l’antidoto di cui ha bisogno per essere ricordato attraverso il tempo.

La stessa richiesta di immortalità è presente anche in Neruda come uomo e poeta, nel sogno di un popolo, nei desideri delle persone: il compito di chi crea qualcosa è trasmettere sé stesso e gli ideali a chi verrà poi.

 

Il regista Larrain cattura perfettamente l’essenza di Neruda: uomo sensuale e trasformista, icona capace di fondere vita privata con quella pubblica nella sua infinita capacità creativa tra immaginazione e lucidità. Neruda vive il momento presente, vive il suo Cile e ne canta la realtà storica attraverso la finzione della forma. La fuga e l’immobilità è un altro binomio che condivide con il suo antagonista Oscar, confermandoci in questo modo l’idea di due mondi che forse non sono così lontani. Come dirà la compagna di Neruda: il poeta ha creato l’Oscar/personaggio pensando a sè stesso come per ribaltarne i ruoli: tenere d’occhio, spiare, aspettare chi in realtà gli dava la caccia. L’attesa e il desiderio dell’uno che si intrecciano nell’altro in un sottile gioco degli specchi. Oscar non conosce la poesia ma i suoi flussi di coscienza finali sono fatti di immagini evocative e parole piene di grazia: nella neve chiama Neruda la cui risposta non si perde in un’eco a vuoto. Sprofondare nel bianco che lo circonda come un rifugio sicuro nel nulla, un ritorno alle viscere della terra. Non la morte della poesia ma morire con poesia per non rimanere imprigionati nell’oblio, in un’esistenza di/su carta che diventa reale, attraverso il coraggio di chiamare i propri personaggi per nome.

Mariangela Martelli

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"Living is easy with eyes closed, misunderstanding all you see"
- The Beatles
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