Venezia73: Voyage of Time, intervista al produttore Sophokles Tasioulis

voyage_of_time_ver2Son passati quasi due mesi da quella mattina di settembre alla Mostra del Cinema di Venezia durante la quale siamo riusciti a intervistare Sophokles Tasioulis. Il nome non vi dirà nulla, ma questo signore è uno dei produttori del film Voyage of Time di Terrence Malick. Abbiamo visto il film la sera prima dell’intervista e abbiamo pianto diamanti. Vulcani, dinosauri, nautilus, serpenti, aborigeni, il Sole sulla linea dell’orizzonte, tempeste cosmiche, stelle in formazione. Insomma, una storia della nascita dell’universo e del pianeta Terra nell’arco di un’ora e mezza di film. Un’evoluzione narrativa e visiva di alcuni momenti di The Tree of Life. La voce divina di Cate Blanchett ad accompagnare questo viaggio di scoperta.

Torniamo a Sophokles. Per un nome così pieno e reverenziale, un’eco ellenico-filosofica arrivata fino a noi, abbiamo nutrito una sottilissima preoccupazione anche per la natura stessa dell’intervista: parlare di un film di Malick con qualcuno che lo conosce e vi ha collaborato insieme e le zero informazioni su di lui e sull’argomento che sul web si potevano trovare fino ad allora. Siamo ancora lì al Lido, di fronte allo schermo di un computer come attorno ad un focolare acceso alla ricerca di informazioni tecniche sul film (alcune delle quali sono risultate anche sbagliate, lo vedrete alla fine dell’intervista), taccuini alla mano per formulare le domande in un inglese almeno decoroso, fare approssimativi calcoli mentali sul tempo a disposizione l’indomani e immaginando come sarebbe stato avere a che fare con questo Sophokles, ancora un’incognita per noi.

Gli eventuali dubbi son stati dissipati la mattina dell’intervista. Il luogo stesso dove ci hanno fatti recare è fuori dal tempo: l’Albergo Quattro Fontane -stando alle parole di chi lo gestisce- non è un albergo. Immaginatevi di essere sulle Alpi austriache d’inizio ‘900 per un ritiro estivo e potrete cominciare a farvi un’idea della location. Tappetti di altri tempi, file di orologi meccanici, liquori fuori commercio dentro a bottiglie di vetro da collezione, registri in finta pelle, candelabri dorati, pavimenti a scacchiera, lampioni in stile Art Nouveau, panche di legno massiccio, sedie di vimini come quella su cui si sede Jung / Fassbender alla fine di A Dangerous Method, piante di ogni tipo e rigogliose vegetazioni in ogni angolo. Ci siamo guardati e ci siamo chiesti se fossimo ancora al Lido, un po’ come quando la piccola Dorothy ne Il Mago di Oz espone al suo cagnolino Toto la sua preoccupazione di non essere più in Kansas.

Mentre stavamo posizionando la videocamera per l’intervista a Sophokles ed eravamo lì a dare un’ultima letta alle domande giusto per assicurarci di non aver scritto nessuna castroneria la notte precedente, abbiamo visto insetti camminare sui tavolini e lungo i camminamenti in pietra e ci siamo domandati se appartenessero a qualche specie ritenuta estinta e solo lì presente, quasi fossimo finiti in un luogo appartenente ad un universo malickiano o, se non altro, scelto da lui proprio per essere così diverso da tutta la cornice del festival circostante. Potrebbe essere stato così? Potremmo essere stati suggestionati dal momento e dal film? Se anche volessimo cercare di trovare una risposta, ne usciremmo con ancor più interrogativi.

Quando ci è stato presentato Sophokles abbiamo scoperto che sapeva parlare anche un po’ di italiano, ma abbiamo dialogato con lui esclusivamente in inglese. E non solo è stata una delle persone più disponibili incontrate in quel soggiorno veneziano, ma quante cose ci ha raccontato.

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Come sei entrato a far parte del progetto di “Voyage of Time”?

In passato ho prodotto dei documentari sul mondo della natura, come Earth – La Nostra Terra e Deep Blue – Profondo Blu. Circa cinque anni fa uno dei produttori di Terrence Malick mi ha raggiunto e chiesto se io fossi interessato a entrare a far parte della produzione [di Voyage of Time, NdR]. Alcuni dei cameraman di Voyage of Time hanno anche lavorato nelle mie precedenti produzioni cinematografiche e hanno parlato a Terry, Terrence Malick, su quello che faccio ed è così che è iniziato tutto.

Ci puoi dire qualcosa sulla genesi del film?

[Sospira e ride] Credo che Voyage of Time sia qualcosa a cui Terrence Malick ha pensato per molto più di quarant’anni. Circa quarant’anni fa infatti ha girato i primi spezzoni per Voyage of Time in Australia, presso la grande barriera corallina, ma se parli con sua moglie Ecky lei ti dirà che Terry ha pensato al film fin da quando si sono conosciuti per la prima volta e avevano solo tredici anni [circa il 1956, NdR]. Guardando le pellicole di Terry si nota che lui si è sempre occupato di natura, del rapporto che intercorre tra essa e gli umani, in qualche modo lui ha trattato questo aspetto in tutti i suoi precedenti film di finzione e ora Voyage of Time costituisce un’evoluzione di questo suo sforzo. Quindi direi che questa è grosso modo la genesi del film.

Che differenze ci sono tra la versione IMAX e quella che è stata proiettata qui a Venezia?

Sono dell’idea che tutti andiamo al cinema per fare un viaggio di tipo emotivo. Non credo che qualcuno vada al cinema per imparare qualcosa. Se vuoi imparare qualcosa, molto probabilmente guarderai un documentario della BBC o qualche programma televisivo senza andare necessariamente in sala. Noi vogliamo viaggiare con il nostro cuore, mente, fantasia e i documentari costituiscono una sfida nel fare questo perché fanno troppo affidamento nel trasmettere un’informazione. Perciò, il fatto di avere due versioni di Voyage of Time ha reso Terrence Malick libero di fare il suo viaggio poetico nella variante da novanta minuti. Per quanto riguarda i documentari IMAX, si tratta di tutta un’altra storia perché il pubblico è differente: in quel caso hai a che fare con persone che vanno al cinema per imparare qualcosa, per essere istruiti. Nella versione IMAX di Voyage of Time cerchiamo di spiegare più cose, si concentra di più su fatti e numeri. Nonostante ciò rimane comunque un film di Terrence Malick, non c’è una narrazione stile BBC. Essenzialmente questa è la differenza tra le due versioni. Inoltre, credo che da un punto di vista estetico e creativo il formato IMAX costituisca qualcosa di diverso rispetto al fare cinema in maniera convenzionale, cioè guidando l’attenzione dello spettatore con l’uso delle inquadrature e del montaggio secondo ciò che vuole il film maker. I film girati in IMAX tendono ad essere molto più “lenti” perché lo schermo è più grande e permette al pubblico di scoprire dettagli da soli, senza essere guidati. C’è quindi una differenza proprio di tipo creativo tra le due versioni.

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Ci puoi descrivere il processo creativo legato agli aspetti visivi di “Voyage of Time”?

Nel caso in questo genere di film in cui hai a che fare con la natura, gli animali, la prima cosa di cui hai bisogno è la pazienza e ti deve durare per molto, molto tempo. Voyage of Time non ha a che fare col presente, non ha a che fare con un epoca in cui esistevano le cineprese, ha a che fare con un’epoca passata e quindi abbiamo dovuto decidere su come rendere visivamente tutto questo. Nonostante sia un film molto poetico, ogni singolo frame è scienza, ogni singolo secondo che si vede nel film è stato controllato da scienziati, esperti. Terry voleva creare questo viaggio fantastico, ma tuttavia basato sulle fondamenta della scienza, quindi fin dall’inizio si è circondato di persone come Andrew Knoll, cosmologo dell’Università di Harvard, e complessivamente il film ha avuto quaranta o cinquanta consulenti scientifici, Terry ha scambiato idee con loro, ha chiesto come poteva essere il pianeta Terra cinque milioni di anni fa. Alla fine abbiamo anche usato immagini provenienti dal telescopio Hubble, dalla NASA e da tutte le agenzie spaziali grazie alle quali abbiamo potuto volgere lo sguardo al passato. Infatti, quando guardiamo le stelle, guardiamo il passato. In altri casi volevano usare la scienza per ricreare alcuni aspetti, ci confrontavamo con gli scienziati su come certe cose potevano essere successe in passato e loro ci spiegavano come poter realizzare gli effetti in una maniera scientificamente corretta, nel fare questo ci siamo serviti di effetti pratici come prodotti chimici, liquidi, fuoco, polvere, fumo, ma allo stesso tempo sono stati utilizzati effetti speciali fatti al computer e la combinazione tra questi due fatti credo abbia reso ancor più interessante Voyage of Time.

Com’è stato lavorare con Terrence Malick?

[Ride] Lavorare con Terry è un’esperienza unica. Sono un produttore da più di venticinque anni ormai e questo è stato il film più affascinante a cui io abbia lavorato, ma anche quello più complesso da realizzare. Terry è un vero artista, ha una sua visione del film, ma allo stesso tempo si circonda di persone giovani di cui ascolta le opinioni, puoi discutere con lui, ma devi essere preparato, non puoi dirgli “Questa cosa non mi piace, puoi cambiarla?” perché lui ti risponderà “Perché non ti piace?”, ha una spiegazione del perché ha fatto qualcosa in un certo modo e a meno che tu non sia davvero preparato per avere una conversazione con lui, non chiederglielo. Ci sono dei momenti in cui lui vuole discutere di certi aspetti con te, ce ne sono altri in cui non hai il permesso di vedere certe cose. Non ho fatto parte di questo progetto per tutto il tempo in cui lui invece c’è stato, ma in quanto produttore ho sempre voluto vedere come stava procedendo Voyage of Time, ma ci son stati momenti in cui lui mi ha detto “Non sono ancora pronto per mostrarti qualcosa, torna tra un mese o giù di lì”.

Quanto tempo c’è voluto per girare “Voyage of Time”?

Le prime riprese son state fatte a metà degli anni ’70 quando Terrence ha chiesto ad alcuni suoi amici documentaristi di fare qualche ripresa subacquea alla grande barriera corallina in Australia. Lui ha continuato fino ad oggi a mettere insieme immagini ed è una persona talmente curiosa e informata su tutto che starebbe continuando ancora adesso a lavorare su Voyage of Time se non l’avessimo fermato. Una volta se n’è uscito con un “Oh, questo mio amico mi ha telefonato dicendomi che ha girato delle bellissimi filmati di vulcani sottomarini alle Hawaii, possiamo metterli dentro al film?” e io gli ho risposto “No, Terry. Siamo a posto, non possiamo continuare ad andare avanti [ad aggiungere materiale, NdR]”. Lui è una persona fatta così.

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Quali sono i vostri piani per una distribuzione internazionale del film?

Facciamo film perché la gente possa vederli, perciò sì, i diritti di distribuzione del film son già stati venduti in alcuni paesi. Non mi occupo direttamente di tutto ciò, ma so che in Giappone il film uscirà intorno al periodo natalizio, poi anche in Australia, Francia, Germania, ci sarà una distribuzione sicuramente anche in Italia, ma non saprei dire quando. Con le due versioni del film faremo un esperimento interessante: in Nord America la versione IMAX uscirà prima, nel resto del mondo verrà distribuita la versione da novanta minuti che è stata presentata anche qui a Venezia. Si tratta di una decisione dettata da come viene gestito questo business perché i documentari cinematografici funzionano molto meglio fuori dall’America, tutti i grandi documentari riguardanti la natura come Winged Migration o Earth – La Nostra Terra, che ho prodotto io, sono stati rilasciati prima altrove e poi dopo son stati distribuiti sul suolo americano. Invece i documentari IMAX funzionano in maniera inversa: vanno molto bene in America e solo successivamente vengono portati nel resto del mondo. Per questo motivo abbiamo deciso di applicare due modi diversi di distribuzione.

Ci son state chiacchiere di corridoio riguardanti il coinvolgimento di Ennio Morricone in qualità di compositore della colonna sonora di “Voyage of Time”, ma non siamo riusciti a scoprire se sia vero oppure no. Puoi dirci qualcosa a riguardo?

Ennio e Terry sono buoni amici da tantissimo tempo. Terry ha sempre pensato di usare musica già esistente per Voyage of Time, ma a un certo punto si dev’essere discusso della cosa [cioè di chiedere a Ennio Morricone di comporre la colonna sonora, NdR]. Terry parla ai suoi amici della sua visione del film, delle sue idee, e si fida di certe persone. Son sicuro che Terry ed Ennio ne abbiano parlato, ma da quel che ricordo non c’è mai stato nulla di concreto circa un coinvolgimento di Ennio per fare la colonna sonora.

(Intervista a Sophokles Tasioulis condotta da Simone Tarditi e Gabriele Barducci presso l’Albergo Quattro Fontane del Lido di Venezia in data 07/09/2016. Registrazioni audio-video a cura di Andrea Sperandio. Un ringraziamento a Christelle Randall per aver reso possibile questo incontro.)

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Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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