TFF34: Before the Streets, intervista alla regista Chloé Leriche

Presentato alla Berlinale e in concorso alla 34ma edizione del Torino Film Festival, Before the Streets è un film che non può lasciare indifferenti. Abbiamo incontrato e intervistato la regista Chloé Leriche e con lei abbiamo discusso del film e della realtà della comunità dei nativi Atikamekw, protagonisti del suo esordio alla regia di un lungometraggio. Dietro un’opera meravigliosamente selvaggia, si nascondono storie da brividi e il pericolo costante che lega insieme fragilità e terrore.

Come mai hai deciso di fare questo film?

Ho lavorato per molti anni con una comunità di senzatetto e in pratica ho insegnato come fare e montare video perché volevo aiutarli a raccontare della loro vita e della loro condizione. Un giorno mi è stato chiesto di fare la stessa cosa per il progetto First Nation People in Canada, così li ho raggiunti e al primo giorno ho chiesto loro di cosa volessero parlare nei loro cortometraggi e tutti volevano solo trattare il tema del suicidio. Mi ha rattristato vedere che i giovani nativi canadesi pensassero così tanto alla morte e alla perdita. Era una classe di circa trenta persone, dai 12 ai 18 anni e molti di loro avevano già provato a suicidarsi. Tutto ciò mi ha spinto a fare davvero qualcosa per poterli aiutare a credere in se stessi e perciò ho voluto fare qualcosa direttamente con loro.

E fin da subito hai voluto fare un film o c’è stato un momento in cui hai pensato di fare un documentario su questa realtà?

No, ho voluto fare un film vero e proprio per diversi motivi. Il primo è perché volevo che questi ragazzi potessero pensare a qualcosa che li facesse sentire importanti, che potesse avvicinarli di nuovo alla loro cultura e alle loro tradizioni, che potesse dar loro il potere di progettare un film. Inoltre volevo che anche i bianchi del Québec potessero guardare il film e capire quanto è meravigliosa la comunità dei nativi che vive a pochi passi da loro. Per tutti questi motivi un film di finzione è uno strumento migliore per far conoscere quel mondo, un documentario forse non sarebbe riuscito a toccare i cuori della gente. Anche se in piccola parte, spero di esserci riuscita.

In questi anni ti sei anche occupata di video art, alcune delle tue opere sono state anche proiettate in musei di tutto il mondo.

Si tratta per lo più di lavori autobiografici, sperimentali, ma sempre con una componente narrativa. Non ho mai pensato di dirigere un vero film un giorno, non era nei miei piani perché non amo così tanto il cinema e preferisco di gran lunga le arti visive in generale, le video installazioni e così via. Visto però che il cinema è uno strumento così potente, per questo progetto ho voluto fare un lungometraggio, ma in questo momento non ho intenzione di farne un altro per molto tempo. Vorrei tornare a fare quel che facevo prima con i video o sperimentare nuove forme d’arte.

Questi tuoi lavori di video art dove son stati proiettati?

Per lo più all’interno del circuito dei festival cinematografici, ma anche in posti come il Strasbourg Museum of Modern and Contemporary Art in Francia.

“Before the Streets” ha a che fare con il tema della libertà, la necessità di trovare sempre nuove versioni di chi si è per poter sopravvivere. Il protagonista del film a un certo punto si nasconde nelle foreste e quando torna alla civiltà non è più esattamente la stessa persona, qualcosa l’ha cambiato. Cos’è per te la libertà?

Può essere molte cose, quello che posso dire è che ho sperimentato molta libertà mentre giravo il film. I nativi mi hanno aperto le porte della loro comunità senza cercare di cambiare una virgola della storia che volevo raccontare, erano molto felice che qualcuno volesse fare un film con loro. Mi ci è voluto molto tempo per mettere insieme il budget per il film, quasi tre anni, e a un certo punto ero spaventata che i finanziatori potessero dirmi cosa e come fare visto che ci stavano investendo molti soldi, ma poi è successo esattamente l’opposto perché quando ci siamo tutti seduti insieme per parlare del film sono stati proprio loro a spingermi ad essere molto più creativa su come realizzare Before the Streets. Ero stupefatta perché ero sicura mi avrebbero chiesto di stare quanto più vicina agli aspetti commerciali su come fare il film, ma invece così non è stato. Questo film rispecchia molto della stessa libertà con il quale è stato fatto.

Non ci sono tantissimi film sui nativi americani o, come in questo caso, canadesi che siano ambientati esattamente negli stessi luoghi in cui queste persone vivono o se non altro non ne sono stati distribuiti molti qui in Italia. È una cosa che succede in tutto il mondo o solo nel nostro paese?

Purtroppo è una cosa normale e che accade ovunque. Pochissime persone sanno quel che sta succedendo a quelle popolazioni. C’è ancora molto pregiudizio sui nativi. È anche per questo motivo che ho voluto produrre-girare-montare questo film, ho dedicato otto anni della mia vita a questo progetto. In questo stesso tempo avrei potuto fare altri due o tre film, ma sentivo che era molto più importante fare questo. Ho voluto far sapere al mondo che esistono questi nativi e spero che in Canada i bianchi smettano di guardarli come se fossero solo una minoranza da schiacciare, purtroppo sta ancora prevalendo una mentalità di tipo colonialista.

Come hai sviluppato l’idea relativa al processo di guarigione-trasformazione del protagonista nei boschi?

Non posso prendermi nessun merito per quella scelta perché ho semplicemente ascoltato molte storie sulle loro tradizioni e sulla loro cultura. Quando ho iniziato a sviluppare il progetto, ho trascorso molto tempo con i più anziani nativi della comunità e sono ancora molto legati ad uno stile di vita che è ancora quello dei loro antenati, praticando caccia e pesca e vivendo nei boschi. C’è ovviamente, tra i più giovani, un conflitto tra passato e presente perché anche loro iniziano ad avere cellulari, motociclette, automobili, lettori stereo e così via. Stanno però sforzandosi di tenere in piedi tutto il sistema di tradizioni che hanno ereditato. Ho sempre pensato che tutta questa realtà avesse una forte componente cinematografica e che avrei dovuto far di tutto per ritrarla per com’è. Before the Streets è anche un film di redenzione e questa redenzione trova un senso nelle radici di quel popolo. Per me questo è molto importante perché in Canada e anche per quello che riguarda la mia vita personale non ho mai avvertito di appartenere realmente a nessun ceppo di origine, a quattordici anni ho scoperto di avere del “sangue nativo” perché mio padre è mancato molto presto e nessuno si è premurato di dirmelo.

Credi ci sia un reale pericolo che questa popolazione possa sparire?

Purtroppo è molto più di un pericolo perché lentamente sta accadendo davvero. Nel 1996 molti giovani sono stati letteralmente strappati dalle loro famiglie di appartenenza e dati in adozione a famiglie bianche canadesi o collegi dove non potevano neanche parlare la loro lingua, creare e suonare gli strumenti musicali della loro cultura. Sono stati costretti a uniformarsi totalmente con gli usi e i costumi dei cittadini canadesi. In queste famiglie o collegi spesso avvenivano pestaggi o abusi di natura sessuale, ma non è stato fatto nulla in loro difesa. Alcuni di questi ragazzi e ragazze sono morti e i veri genitori non sapevano neanche dove fossero. Questo è successo solo vent’anni fa e il pericolo che possa succedere ancora è davvero concreto. Il governo canadese ha confinato tutti i nativi in una piccola riserva in condizioni spesso disumane, senza acqua o in prossimità di fiumi inquinati.

È qualcosa di molto simile a quello che sta accadendo ora con i rifugiati politici che fuggono dal loro paese per trovare salvezza in Europa.

Esatto, e da un certo punto di vista questi nativi sono dei rifugiati perché quello che stanno provando è molto simile. Nel corso degli ultimi decenni sono sparite più di quattromila donne native canadesi e non c’è stata nessuna ricerca, nessuna indagine, niente di niente. Ci sono voluti anni e anni di lotte e proteste perché venisse aperto un fascicolo a riguardo. In un clima come questo è molto facile sentire di non valere nulla, il tasso di suicidi è altissimo. Ci sono anche molti nativi che sono riusciti a diventare avvocati e stanno cercando di fare qualcosa per migliorare la situazione della loro gente.

Molti degli attori e delle attrici di “Before the Streets” sono musicisti, pittori, sarti, artigiani.

Sì, la maggior parte di loro sono artisti. Volevo che potessero esprimere la loro cultura attraverso le loro opere d’arte, nel film c’è una grossa traccia di tutto questo.

Una delle scene più belle e importanti è collocata verso la fine del film quando il protagonista registra su un vecchio mangianastri la canzone che sta cantando insieme a sua sorella. Nelle tue intenzioni c’era la volontà di preservare parte della storia e delle tradizioni della comunità di nativi in Québec?

Sì, assolutamente. Innanzitutto la loro lingua, poi la loro cultura. Credo si debbano fare molti sforzi per preservare quel mondo che non si conosce abbastanza. Per esempio, i nativi chiudono le loro scuole due volte all’anno per una settimana per far sì che la gente vada nelle foreste per imparare dai loro genitori come preservare le loro tradizioni e trovo che sia una cosa molto interessante per far sopravvivere la loro cultura, ma ci sono anche dipartimenti universitari che pongono grande attenzione a questi aspetti che possono andare perduti. Oltre a registrarsi, il protagonista di Before the Streets filma anche se stesso, scatta delle foto come se fossero souvenir.

La musica ha una componente fondamentale in “Before the Streets” e mi riferisco soprattutto al protagonista del film che da solo non riesce a produrre nessuna melodia, cosa che invece avviene quando suona e canta insieme a sua sorella.

Sinceramente, non avevo mai pensato al loro rapporto in questi termini però è vero: da solo non riesce a produrre musica con la sua voce o con il tamburo, ma ci riesce solo quando è con sua sorella. Fin dall’inizio della lavorazione di Before the Streets, ho sempre avuto in mente la scena iniziale con loro due suonano un tamburo, ma in linea di massima tutti i momenti del film in cui c’è una parte cantata sono stati voluti dagli attori.

È molto bello che il film si apra e si chiuda con loro due che cantano e suonano insieme.

Sì, ma ti posso assicurare che questo è stato un trucco che abbiamo voluto sperimentare in fase di montaggio, non era scritto nella sceneggiatura [Ride].

(Intervista a Chloé Leriche condotta da Simone Tarditi presso il Ricreazione Coffee Cookies & Co. di Torino in data 21/11/2016. Un ringraziamento particolare a Helena Falabino per la sua collaborazione nel rivolgere le domande alla regista e per la fotografia a Chloé che si trova alla fine dell’articolo).

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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