È solo la fine del mondo, Xavier Dolan e l’elegia di memorie lontane

Xavier Dolan torna al cinema con È solo la fine del mondo, per raccontare l’incomunicabilità fondata sull’assenza, e sui silenzi che riempiono con terribile placidità le incomprensioni tra i membri della famiglia. Louis, giovane autore di pièce teatrali, rientra a casa dopo un’assenza di dodici anni, con l’intenzione di comunicare alla sua famiglia di essere malato terminale. Si trova così reimmerso nel microcosmo che aveva abbandonato, fatto di piccoli rituali quotidiani, i medesimi di sempre, immobili ed immutati al corso del tempo. Si tratta del ricongiungimento di estranei con lo stesso sangue.

Dolan, che aveva conquistato il panorama internazionale con Mommy, di certo più roboante e impetuoso, confeziona un prodotto più maturo, in cui l’apparato tecnico, che continua ad imporsi sulla narrazione, si armonizza con sorprendente eleganza (e maturità) con l’incedere della narrazione.

Nei fatti, si narra molto poco. Gli snodi della trama, talmente radi da essere più assimilabili a piccoli movimenti concentrici dei personaggi ad uno stesso, traballante asse, si svolgono in blocchi serrati, quasi indipendenti l’uno dall’altro, come sprazzi di vita che ci vengono concessi, uno sguardo più ampio ed eterogeneo alla stessa, immobile realtà. In questi blocchi i personaggi si stringono nelle inquadrature, parlano incessantemente, urlano, esternano con violenza le loro fragilità, insicurezze, il loro desiderio di apprezzamento, ma nei fatti non comunicano mai nulla, abbarbicati al paludamento del linguaggio che, secondo i più, costituirebbe una delle cifre più significative della condizione postmoderna dell’individuo.

E dunque, intercalati alla logorrea sconclusionata, subentrano i silenzi, una dilatazione dei tempi imposta dalla macchina da presa, che preferisce indugiare sui primi piani degli attori (la cui performance è sanguigna quanto le opere teatrali più innervate di vita), spesso in ombra, oppure indorati dalla luce pomeridiana, che osservano il loro microcosmo talvolta con timore, talvolta con indifferenza, muovendosi con circospezione, oppure cercando spasmodicamente la serenità nella certezza delle piccole cose, rifuggendo l’ipotesi del dubbio, l’arcano nemico dell’uomo.

In quest’ottica, la pellicola non ha alcun interesse nel narrare. Preferisce, piuttosto, evocare, con un approccio stilistico più affine alla sensibilità e musicalità proprie della poesia. L’intero film, di durata relativamente breve, mira a ricostruire pezzi di vita rincorrendo elementi del presente che consentono la rievocazione del passato, ponendo l’accento sulla potenza irrinunciabile della nostalgia, in contrapposizione alla trappola desolante del presente, in cui l’unica possibilità di fuga è, appunto, la rievocazione della bellezza passata. Polvere in controluce che si sprigiona da un materasso, la corsa nei campi durante la fanciullezza, l’odore del sapone liquido nel bagno, grappoli d’uva che sbucano dal nulla: i fotogrammi divengono frammenti di anima e particelle di memorie, e proustianamente conferiscono il senso delle cose in un universo altrimenti animato da un grigiore spento. Lo spettatore può cogliere qualsiasi elemento del microcosmo mostrato, e manipolarlo con i propri ricordi sulla base della singola esperienza vissuta.

Tutta l’opera è un grande palcoscenico in potenza, che può divenire qualsiasi cosa, sulle note della colonna sonora, opportunamente missata con dei bruschi rialzi nelle sequenze del ricordo, come fosse un impetuoso risveglio della coscienza (cosa che in effetti è, nell’istante in cui riaffiora la vita, o l’idea di vita, legato alla memoria mostrata). E l’alchimia con l’immagine, sempre calda e morbida, e i giochi di luce e i simbolismi dell’ambienti consentono di accedere, con una straordinaria sinestesia, agli altri sensi altrimenti assopiti (si percepiva l’odore di quel materasso nel rifrangersi della polvere, e il legno tiepido e secco allo sfiorare della mano).

Permane l’incomunicabilità, e l’immobilismo delle relazioni umane. Il microcosmo rimane intatto, non sfiorato dall’esperienza del ritrovarsi di Louis con la sua famiglia. Come se si sia trattato di una parentesi anonima, uno squarcio emotivo che forse verrà dimenticato in fretta dalla loro ottusità, eppure, sembra dire Dolan, là si è scorta la vita, e valeva la pena raccontarla per un secondo.

Angelo Armandi

Angelo Armandi

"Remembering's dangerous. I find the past such a worrying, anxious place. The Past Tense."
Angelo Armandi
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