Con Rogue One è stato fatto tesoro dell’eredità di George Lucas

Per chi si aspettava modesti risultati al box office per Rogue One: A Star Wars Story (lo chiamavano “spin off”, filmino minore prodotto solo come antipasto per il capitolo VIII), ecco spiattellati in faccia i 290 milioni di dollari complessivi nel solo primo weekend di proiezione. Posto che non si giudica la qualità di un’opera dal suo valore economico, una considerazione va comunque fatta: Rogue One è una bomba atomica colossale, un regalo che è stato fatto ai fan di vecchia data come ricompensa per la nuova trilogia, creata per le nuove generazioni. Sì, perché questo è un dato di fatto: senza arrivare a definire pubblicamente The Force Awakens un insulto a chi ha sempre amato la saga di Star Wars per talmente tanti motivi che se ne potrebbe discutere per intere giornate (non qui, non ora), la delusione che ha accompagnato molti fedelissimi è rintracciabile su ogni lato del globo terracqueo.

Non è questo l’intento di questo articoletto né lo è lo stare qui a raccontarvi per filo e per segno di quanto Rogue One sia dannatamente bello e di quanto siamo fottutamente grati a Gareth Edwards per averci riportato a casa, che sia un puzzolente vicolo abitato da cacciatori di taglie e contrabbandieri o che sia sopra un’astronave della Ribellione o dell’Impero. L’obiettivo è quello di spargere in giro qualche appunto per costruire un monumento agli eroi di Scarif e al regista che ha messo insieme tutto questo.

UN RITORNO AL WESTERN E AGLI AMATI SAMURAI

Un azzardo o forse no: George Lucas era il più promettente regista degli anni ’70, in piena onda New Hollywood. All’epoca, Friedkin, Scorsese, Coppola, Bogdanovich e molti altri hanno fatto a testa almeno tre film fondamentali per tutto il proseguo della storia del cinema. Lucas ne ha fatti tre in tutto, non uno di più. Ha sfiorato la perfezione formale con American Graffiti e ancor prima, con THX 1138 / L’uomo che fuggì dal futuro ha posto le basi per un cinema di fantascienza americano davvero inquietante che di lì a poco si sarebbe sviluppato (Alien e Blade Runner su tutti). Poi fa il film che gli cambia la vita, quel Star Wars che avrebbe deciso per sempre il suo futuro, allo stesso tempo una fortuna (non solo economica) e una disgrazia (e se quell’improbabile storia di ribelli, soldati imperiali e spade laser si fosse rivelato un flop dove sarebbe andata a finire la sua carriera? Forse non sarebbe di fatto terminata, ma avrebbe preso un’altra via).

Tutto questo preambolo per arrivare ad una banalissima osservazione, cioè che questi tre film di George Lucas sono così colmi di riferimenti cinematografici (soprattutto Star Wars) che è impossibile non scorgere una profondità culturale non di tutti i registi e colleghi che hanno prodotto i loro migliori lavori nello stesso periodo. Ne prendiamo due, per comodità e perché sono riaffiorati in Rogue One: l’amore per i western e per i film di samurai. Stati Uniti, Giappone. John Ford, Akira Kurosawa.

Fin dall’incipit dello spin-off è chiaro il debito nei confronti del genere western: Galen Erso (Mads Mikkelsen) si è allontanato con la sua famiglia dalla minaccia dell’Impero, che sta costruendo quell’arma potentissima in grado di polverizzare interi pianeti, e si è costruito una fattoria sperduta tra colline inverdite e nera terra vulcanica. L’arrivo di Orson Krennic (Ben Mendelsohn) non è un fulmine a ciel sereno, è qualcosa di previsto come lo è anche il piano di fuga per sua figlia e, in teoria, anche per sua moglie. Il gioco di attese, gli ingombranti silenzi mentre il manipolo di soldati imperiali si reca presso l’abitazione di Galen ci riporta esattamente alle atmosfere fordiane di film come The Searchers / Sentieri selvaggi, che di fatto avevano costituito un fertile terreno d’ispirazione anche a Lucas quando aveva girato il suo Star Wars in Tunisia, trasformata in Tatooine, basti pensare al rogo della casa degli zii di Luke Skywalker ripreso totalmente dal film di John Ford.

Allo stesso tempo, è proprio Lucas a non aver mai nascosto l’influenza del genere all’interno del suo film più celebrato. Si prenda ad esempio la sequenza nella Chalmun’s Cantina di Mos Eisley, un luogo inospitale e popolato dalla peggio feccia della galassia in cui Obi-Wan e Luke si addentrano solo per trovare un pilota in grado di portarli su Alderaan. Il volto innocente del futuro cavaliere Jedi viene preso di mira da due bifolchi, Cornelius Evazan e Ponda Baba, che sembrano voler provocare una rissa a tutti i costi fino a quando Obi-Wan interviene a risolvere la situazione con la sua spada laser. Questo momento, se vogliamo anche abbastanza ininfluente ai fini della trama, ci riporta nei saloon del vecchio West, tra alcolizzati rissosi, cowboy assetati e criminali in fuga. Perfino il silenzio che domina per qualche secondo nella Cantina è un’eco di quello di molti film western dopo un regolamento di conti.

Gareth Edwards non ci regala un attimo come questo (già inscenato e riproposto senza efficacia in The Force Awakens, ci torneremo tra un attimo sulla copia pedissequa del film di Lucas), ma ci fa smarrire insieme a Jyn Erso e Cassian Andor (Felicity Jones e Diego Luna) per le affollate strade di Jedha City, che letteralmente straripano di esseri provenienti da ogni dove, tra i quali spunta anche qualche volto noto (non è casuale l’episodio nella Cantina evocato poco sopra). Qui, l’assalto della frangia estremista della Ribellione, capitanata a distanza da Saw Gerrera (Forest Whitaker), avviene con modalità simili di sabotaggio e attacco a quelle di una popolazione indigena che vuole riprendersi la sua terra, esattamente come dei pellerossa che vogliono scacciare i bianchi da “casa loro”.

E da qui si dipana quell’altro filo che ci conduce in Estremo Oriente. Sempre a Jedha City fanno la loro comparsa Chirrut Îmwe (Donnie Yen) e Baze Malbus (Wen Jiang), due misteriosi personaggi dai fisici tratti orientali: il primo è un non vedente abilissimo nell’uso di un bastone da combattimento al pari di guerriero armato di katana o di un Jedi con una spada laser, l’altro è molto più rozzo, ma è una letale macchina da guerra con il suo blaster e ricorda un Toshiro Mifune a cui ne devono essere capitate troppe. Sulla storia di Lucas che avrebbe voluto il protagonista di Rashomon all’interno del suo Star Wars vi rimandiamo ai ricordi della figlia dell’attore giapponese (QUI).

Troppo poco quel che è stato detto e letto finora? Può darsi. Si vuole solo stuzzicare la curiosità in vista di una ricerca di collegamenti ulteriori, vuoi che sia il poncho di Luke Skywalker uguale a quello del Biondo (Clint Eastwood) ne Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo di Sergio Leone o all’outfit di Chirrut Îmwe preso in prestito da un film di samurai, al braccio tagliato in Yôjinbô / La sfida del samurai e replicato nel già citato scontro nella Cantina di Mos Eisley. È un gioco di rimandi, costante e ancora da decifrare completamente, e guardando Rogue One si ha l’impressione che Gareth Edwards ne abbia capito le regole e a sua volte voglia omaggiare Lucas e la sua cinefilia.

RITROVARE IL SENSO PERDUTO DELLA LEGACY

Tutto quello che volete, ma non si può certo dire che The Force Awakens si ponga sullo stesso piano della trilogia originale, alla quale si aggrappa per quanto concerne la cronologia della saga, rievocando dopo trenta/quarant’anni alcuni dei suoi personaggi più iconici. I toni non solo gli stessi, all’oscurità della Forza dominante in tutti e sei i capitoli si è sostituita una marmaglia di bambocci che dall’oggi al domani imparano e disimparano a combattere con spade laser nell’arco della stessa pellicola. Questo è un esempio, ma la musica è veramente cambiata sul serio. Anzi no, quella è rimasta per fortuna la stessa grazie a John Williams. I toni della narrazione invece, ridotta ad un maldestro copia-incolla di quello che nel corso del tempo è diventato A New Hope, hanno sostituito momenti di sceneggiatura entrati nel lessico collettivo a battutine sceme che altro non hanno fatto che privare Star Wars di quella serietà (per altro, spesso smorzata da situazioni e momenti del tutto leggeri) che ne ha decretato fortuna e longevità.

Gareth Edwards, accompagnato da qualche mano santa alla Disney che non l’ha bloccato, ce l’ha fatta a restituire ai fan quel senso della legacy di Star Wars che tanto era mancato ai fan delusi dal cambio di registro inaugurato dalla nuova trilogia. Quest’artigianalità nel creare Rogue One può essere stata solo frutto di un amore sconfinato per l’universo mostrato nel film, lo Star Wars di Lucas è infatti il film preferito di Edwards e possiamo immaginarlo mentre da piccolo giocava con le action-figures di Darth Vader e Han Solo unicamente per il gusto di far muovere la fantasia e vivere mentalmente in quei mondi, all’oscuro di diventare regista un giorno e di trovarsi tra le mani un capitolo della saga da dirigere.

Nei filmati girati dietro le quinte e nelle foto di scene, possiamo vedere Edwards stringere tra le mani la cinepresa, parlare di quanto ha consumato le VHS a forza di vedere i capitoli della trilogia originale, correre da un lato all’altro del set di Jedha, abbracciare umani travestiti da alieni, incitarli a sparare, non farsi indietro di fronte ad un’esplosione su Scarif. Ha addirittura recuperato da un cestone dei metri di pellicola girati da Lucas e mai utilizzati (l’assalto finale alla Morte Nera), reintegrandoli nel suo Rogue One. Questo è ciò che è mancato più di tutto in The Force Awakens: una genuina passione per Star Wars. Artisticamente parlando e accantonando un attimo la questione economica e il flusso di denaro dovuto al brand, come si può pensare di ottenere qualcosa di grande e d’immortale se non si ama e non si conosce quello che si sta facendo? I migliori registi sono quelli che a loro volta son stati veri cinefili, c’è poco da fare. Fanculo JJ.

George Lucas e Gareth Edwards

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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