Colorare il cerchio vuoto di Arrival

Alla fine la trovata geniale: gli alieni trovano e offrono una soluzione al problema da loro creato, con una prevedibilità che nei precedenti 110 minuti non ti saresti aspettato, o almeno sei sempre lì ad aspettarti quel twist alla Nolan – quanti danni positivi hai fatto Christopher – che mai arriva, nonostante Villeneuve approccia il suo racconto, anzi quello di Ted Chiang, con questo stile, magari raffazzonando con un tocco di fotografia, ma alla fine ti trovi davanti un film abbastanza disonesto nelle intenzioni quanto nella realizzazione.

Con il film arrivato nelle sale, notiamo sempre con interesse le divergenze tra pubblico pagante, pubblico social – quello che si basa esclusivamente nel dare giudizi guardando un trailer – e vecchi critici dalla borsa di pelle salda alla mano destra e impermeabile di 15 agosto.

Tant’è, Arrival è arrivato – perdonate il gioco di parole – al cinema da una buona impressione che fece a Venezia. Le parole spese erano incoraggianti, si parlava di Nolan, Interstellar, Contact, quante belle parole. Ma alla fine questo Arrival è il risultato riuscito che tutti si aspettavano?

Nì.

Paradossalmente i pregi del film sono forse le uniche cose che riescono a salvarsi, quindi non si mettono in dubbio qualità tecniche di regia o la gestione sapiente di fotografare ogni frame ed evocarlo con una cornice divina. No. Villeneuve è capace e consapevole della sua tecnica, ma oltre questo il film è vuoto, ma a differenza di talune critiche altrettante vuote, quel che più potrebbe irritare il film di Villeneuve è come tenta di raccontare questa storia con relative teorie o messaggi poetici.

Ci saranno spoiler, ma credo sia inevitabile. Andiamo come fosse una lista:

  • La natura lineare del film è disonesta. Chiariamoci, si capiva benissimo già dai primi dieci minuti la natura da flashforward delle scene presentate. Un dettaglio su due calici e sulla fede di Amy Adams ed il gioco è fatto. Un racconto del genere, che potrebbe presentare diversi piani temporali, deve avere il coraggio di essere narrato con uno stile multi-struttura, anche rischiando un poco, ma questo non avviene, trovando nella solita fastidiosa ricerca del parallelismo-simbolo nella lingua circolare degli alieni e quindi rendere la narrazione facilmente ricollegabile fine-inizio e giustificare il concetto di ciclo. No grazie, o almeno non con questa facilità
  • Si cita la tesi della lingua come mezzo di determinazione o modifica della persona. Ok. Affascinante, pertinente, induce il film a inquadrare meglio la famosa arma = linguaggio che unisce un popolo, il nostro, diviso dalla lingua o dagli interesse politici, economici e tutto il resto. Ma, tutto questo, esattamente, come avviene? Non dico di volere una spiegazione didascalica, ma perché tra tutto il globo SOLO Amy Adams ha la capacità di fare suo il linguaggio alieno e quindi avere quelle visioni del futuro? Anche il personaggio di Jeremy Renner impara e studia il linguaggio di pari passo alla sua partner, ma con lui non avviene. Ok, capiamo il concetto molto femminile del film: la maternità – non a caso le astronavi ricordano esteticamente un ventre ad inizio gravidanza -, la femminilità, il dolore e il peso di questo futuro, ma ridurre tutto ad un ‘siamo donne, siamo più intelligenti e capiamo prima degli uomini’ ecco, lo trovo povero come catalizzatore di questa unicità della Adams.
  • Chiarissimo il background fantascientifico per raccontare la storia di un essere umano, ma solo io credo che degli alieni che arrivano, creano un problema e poi lo risolvono loro, mi sa di favoletta da fratelli Grimm? Se dobbiamo proprio scendere a compromessi, anche film come Contact o Interstellar, i più citati per avvicinamento ai temi, affrontavano la fantascienza con lo stesso piglio, ma erano strutturati con delle logiche ancora terreni e con un forte scheletro narrativo dietro.
  • Cinesi, russi, ammutinamento. Tutte cose belle e anche interessanti, dato che l’oggetto di studio del film è proprio l’essere umano, l’umanità. Perché ridurre tutto a nozioni voice over?

Una cosa è vera: siamo un pubblico che dopo aver visto 2001 siamo in una ricerca costante di un film che sappia trattare con i guanti la fantascienza.
I punti riportati sopra, sono un gioco, una cosa quasi hipster a dirla tutta e nonostante si possa lodare l’intenzione di Villeneuve, come tutta la produzione (il film è costato ‘solo’ 50 milioni di dollari) c’è sempre quel MA che non riesce a mettere d’accordo tutti.

In particolare vorrei vedere la faccia dello sceneggiatore che prima di chiudere il suo file di scrittura sul suo laptop, decide di mettere l’ultima battuta, quella essenziale, credendo di fare poesia ma crea un sottoprodotto di un Muccino qualunque: “facciamo un bambino?”.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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