Berlinale67, intervista a Zofia Wichlacz (Afterimage e Warsaw 44)

Il secondo incontro per Vero Cinema durante l’evento “Shooting Stars” della Berlinale è con la giovane attrice polacca Zofia Wichlacz, conosciuta sul grande schermo in Afterimage di Andrzej Wajda durante l’11ma Festa del Cinema di Roma e successivamente in Warsaw 44, war-movie di grande impatto. È stata un’ottima occasione per parlare di cinema polacco con quella che ne è la stella nascente, un’interprete destinata a lasciare il segno all’interno della cinematografia della sua nazione e con ogni probabilità anche al di fuori di essa.

Ciao Zofia, entrambi i tuoi film più importanti, “Afterimage” e “Warsaw 44”, hanno a che fare con la tematica del resistere e del ribellarsi contro il potere. Quanto credi sia importante tutto ciò al giorno d’oggi?

Credo sia il tema più importante. Quando stavamo girando Afterimage pensavamo sarebbe stato un film drammatico molto intimo e personale su questo pittore, ma un anno dopo e in seguito al cambio di governo che c’è stato in Polonia ci siamo resi conto che quel film raccontava qualcosa di veramente importante e attuale. Quello di Wajda è un avvertimento affinché tutto quello che succede nel film, la censura e la repressione, non accadano di nuovo. Sinceramente, in Polonia siamo tutti un po’ spaventati che si possa ritornare in qualche modo a quel clima politico e che l’arte non possa essere espressa liberamente. È qualcosa di spaventoso, ma spero vivamente che non stiamo sprofondando in uno scenario di terrore.

Parlando invece di “Warsaw 44”, come mai hai deciso che sarebbero stato il tuo primo film veramente importante? Si è trattata di una grossa produzione.

Non è stata una vera e propria decisione, ho solo superato con successo il provino [Ride]. È stata un’esperienza grandiosa, ma anche molto pesante perché ai tempi ero una totale principiante. È stata dura soprattutto a livello emotivo perché tutte le brutali scene di guerra mi sono rimaste impresse per molto tempo dopo che sono finite le riprese.

Entrambi i miei nonni hanno dovuto combattere durante la Seconda Guerra Mondiale e i loro racconti e le storie terribili che mi son state raccontate hanno sicuramente modellato i miei pensieri sulla guerra, sui conflitti e sull’ingiustizia. Nella tua interpretazione in “Warsaw 44” ho visto ben più del semplice recitare una parte.

Io sono nata a Varsavia, ma i miei antenati vengono dall’Austria e da quella che oggi è Ucraina, ma ai tempi era ancora Polonia. I miei nonni erano molto giovani quando è iniziata la guerra, ma anche loro hanno passato dei momenti molto spaventosi. Perciò sì, anche io ho sentito racconti terribili su quei tempi.

Cambiando argomento, ho letto che uno dei tuoi sogni è quello di recitare in un film di Roman Polanski.

Sarebbe meraviglioso. Già a quattordici anni volevo diventare un’attrice e per formarmi ho guardato i film dei maestri del cinema polacco, tra cui quelli di Polanski, pellicole come The Tenant o Chinatown. Sono sempre rimasta molto colpita dai suoi film e da come riesce a far recitare gli attori. Sarebbe veramente un sogno passare anche solo un giorno sul set con lui, anche per una piccola parte.

Ho come la sensazione che il cinema polacco provi sempre a rompere le regole del cinema e che riesca a creare un nuovo linguaggio decade dopo decade. I film degli anni ’60 di Skolimowski o di Polanski sono ancora di una potenza straordinaria dopo più di cinquant’anni e noto che questa tendenza si sta verificando ancora oggi, con tutti questi nuovi registi polacchi.

Sì, forse negli anni ’90 le cose si sono un po’ fermate nel cinema polacco, ma oggi sento che sta tornando quella voglia d’innovare il modo di fare film e di rompere le regole preesistenti. Inoltre, molti film polacchi stanno di nuovo avendo riconoscimenti internazionali come Ida di Pawel Pawlikowski o i film di Agnieszka Holland. Mi rende molto felice che la Polonia stia attraversando un così bel periodo per il suo cinema.

Quando a Roma ho incontrato Boguslaw Linda, con il quale hai recitato in “Afterimage”, gli ho fatto la stessa domanda che sto per rivolgere anche a te. Uno degli elementi che più mi affascina della cinematografia polacca riguarda i poster perché in passato gli artisti polacchi hanno saputo creare delle locandine straordinarie e completamente diverse rispetto a quelle invece son state usate nel resto del mondo. Come se non si fossero limitati a fare dei disegni a partire da materiali già esistenti come foto o immagini dal set, ma avessero cercato di dare una loro “visione” del film all’interno del poster. Pensi anche tu che questa tendenza stia un po’ sparendo?

Oggi c’è sempre un poster per i festival e poi uno diverso per quando il film viene distribuito in Polonia. Ormai è tutta una questione in mano ai distributori, il regista non ha quasi più voce in capitolo per quanto riguarda le locandine di un suo film. Sono d’accordo che fino a qualche anno fa c’era una scuola incredibile di artisti polacchi che si occupavano dei poster e ora ce n’è sempre meno, ma mi auguro che questa tendenza possa cambiare nell’arco dei prossimi anni.

Ci puoi raccontare di quando hai incontrato Andrzej Wajda per la prima volta?

Ero a teatro e stavo recitando in uno spettacolo in cui c’ero solo io sul palco. Andrzej era tra il pubblico insieme alla casting director di Afterimage e praticamente quello è stato il mio provino. Lui è venuto a congratularsi con me e due mesi dopo mi ha offerto la parte di Hania nel film.

Com’è stato lavorare con lui?

Andrzej aveva questo grande senso dell’umorismo e una grande forza di spirito, per me è stato un po’ un maestro Jedi, come Yoda, una figura spirituale con un’energia straordinaria. Mi ha sempre detto con grande precisione cosa voleva sul set, ma era disposto ad ascoltare anche i miei suggerimenti.

(Intervista a Zofia Wichlacz condotta da Simone Tarditi presso l’Audi Lounge della Berlinale in data 13/02/2017 durante l’evento “Shooting Stars” coordinato dal Team Organic)

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