The OA, il piacere di abbandonarsi a una storia ben raccontata

“Esistere è sopravvivere a scelte ingiuste.”

Prairie, una ragazza non vedente scomparsa da 7 anni, viene ritrovata dopo un incidente dalle circostanze poco chiare. Restia a rivelare ai genitori e alle autorità dove sia stata tutto quel tempo e come abbia potuto recuperare la vista, non risponde nemmeno più al nome di Prairie, autodefinendosi P. A. (O. A. in inglese). Ma chi è in realtà? Una mitomane con un deliro di onnipotenza o un individuo dalle sorprendenti capacità?

Dimensioni parallele, esperienze di pre-morte, visioni metafisiche, simbologia, viaggi interdimensionali e tanta, ma tanta, New Age. Netflix, dopo il recente successo di Stranger Things, scommette di nuovo sulla fantascienza a stelle e strisce, ma mentre la prima stagione del telefilm diretto dai Duffer Brothers con le sue atmosfere retrò e naif e gli effetti speciali volutamente artigianali mostrava di volersi, più di ogni altra cosa, divertire col suo pubblico, The OA si prende molto più sul serio.

La periferia americana grigia e depressa dominata da toni freddi e metallici in cui la storia si snoda nel suo tempo presente è troppo simile a certi scenari drammaticamente reali perché vi possano essere equivoci. Parliamo di un tempo presente poiché la narrazione di The OA è perfettamente ripartita tra il ritorno a casa di Prairie dopo la sparizione e ciò che lei deciderà di raccontare sugli eventi che l’hanno vista protagonista negli ultimi 7 anni.

Interlocutori della misteriosa donna dalla capacità persuasiva ipnotica, 5 adepti accomunati da una profonda infelicità: un promettente studente cocainomane, il bullo del liceo locale, un orfano, una ragazzina transessuale e una matura insegnante ancora provata da un grave lutto. Sono loro i depositari dei segreti di Prairie che, in una casa abbandonata del quartiere, notte dopo notte ascoltano la strana storia della sua infanzia prima e della sua sparizione poi. Un racconto dal quale tutti loro trarranno grande insegnamento e dal quale usciranno cambiati, più forti e consapevoli.

 

Una serie The OA che fin dalla sua uscita lo scorso dicembre ha fatto molto parlare di sé dividendo gli spettatori tra gli entusiasti, gli scettici e i delusi. C’è una scrittura molto particolare in cui la fantascienza e il romanzo di formazione si incontrano felicemente e che non ha timore di spingersi anche verso tematiche più concrete come il disagio giovanile, la depressione, l’adozione, l’amicizia, la malattia e la morte naturalmente.

Vero è che alcune soluzioni sono un po’ semplicistiche e che qualsiasi prodotto televisivo che tenda verso la direzione di The OA, tirando in ballo metafisica e New Age, non può sottrarsi dal confronto con quel monumentale iceberg di emozioni, azione, teorie strampalate e abili colpi di scena che è stato LOST. Ma è anche vero che i tempi sono cambiati e la fruizione immediata di una serie tv, consumata senza l’attesa settimanale di ogni nuova puntata, lascia meno spazio alle congetture a favore del divertimento di un po’ di sano binge watching. Gli interrogativi che la prima stagione lascia in sospeso, e che hanno fatto arrabbiare tanto il pubblico non sono irritanti, ma accattivanti; ed in fondo cosa c’è di più umano del credere fermamente in qualcosa nonostante le apparenze.

Ideata da Brit Marling (Another Earth, I Origins) che ne è l’ottima interprete principale nel ruolo di Prarie e Zal Batmanglij che firma la regia di tutti e 8 gli episodi, The OA è sicuramente un progetto ambizioso e accattivante del quale è già stata annunciata una seconda stagione e che vede tra i suoi protagonisti volti (e voci) noti tra cui Jason Isaacs (già Lucius Malfoy nella saga di Harry Potter), Emory Cohen (Come un tuono, Brooklyn), Phyllis Smith (colei che ha prestato la sua voce a Tristezza in Inside Out) e Paz Vega (Lucía y el sexo, Vallanzasca – Gli angeli del male). Forse il segreto per godere della visione di un’opera di questo tipo è accettarla per quello che è, ossia un viaggio di crescita e redenzione, piacevole e anche consolatorio (come le filosofie di cui parla) che non necessita di difesa, ma piuttosto di fiducia e abbandono.

Caterina Liverani

Caterina Liverani

"Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome."
- Paul Eluard, Libertà
Caterina Liverani

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