I denti finti e l’incomunicabilità vera di Toni Erdmann

Dopo la notizia (parzialmente confermata) per la quale Jack Nicholson si sarebbe dimostrato interessato a tornare di fronte la cinepresa per il remake americano di Toni Erdmann, come sempre accade in questi casi, il web ha iniziato ad appiccicare in giro festoni e fischiare dentro vuvuzela per celebrare il rimandato pensionamento di uno degli attori più amati di sempre. Insomma, tutto un gran gracidare per nulla.

Toni Erdmann, dato per vincitore della Palma d’Oro a Cannes (durante la kermesse dell’anno scorso ha comunque portato a casa il premio Fipresci, quello della critica internazionale, cioè quello che solitamente decreta l’effettiva qualità di un’opera: tanto per dire, dieci anni prima, quando l’Italia non aveva ancora vinto i Mondiali di Calcio e la Juventus sprofondava nel pantano creato da “Lucky” Luciano Moggi, aveva vinto il disturbante Bug di William Friedkin), arriva nelle sale italiane con quel sano tempismo nostrano del cercare di sfruttare l’onda lunga della cerimonia degli Oscar dove il film della tedesca Maren Ade ha visto soffiarsi via l’ambita statuetta dal The Salesman di Asghar Farhadi in quella che è parsa a molti più una decisione “politica” anti-Trump che una scelta dettata da oggettivi criteri di giudizio.

Winfried Conradi e la sua controparte clownesca (Peter Simonischek) si arrabatta dando lezioni di pianoforte e facendo scherzi di dubbio gusto al prossimo. Quando il suo vecchio cane malandato passa all’altro mondo, il Nostro decide di andare a trovare la figlia Ines (Sandra Hüller) a Bucarest per vedere come se la sta cavando in quella città e con la sua vita. Tra scontri e riavvicinamenti, entrambi i protagonisti finiranno col capire un po’ di più l’una dell’altro.

Toni Erdmann mostra due spaccati umani diversissimi tra loro, idealmente inconciliabili e impossibili da legare assieme, facendo perno proprio su questo aspetto: padre e figlia sono quello che sono, viaggiano su binari lontani tra loro, e seppur riescano ad avvicinarsi, continuano a procedere in direzioni distinte. C’è una legge non scritta nella storia dell’umanità per la quale i figli dovrebbero (metaforicamente) uccidere i genitori al fine di riuscire a farcela da soli nel mondo. Nella realtà, tutto ciò funziona così per sommi capi e con l’illusione di riuscire con efficacia a recidere davvero il cordone ombelicale dei condizionamenti.

Con una dentatura posticcia e in grado di suscitare sorrisi altrettanto storti (curioso che il protagonista del film di cognome faccia “Conradi” e con quei denti finti assomigli a Conrad Veidt in The Man Who Laughs, film muto del 1928 diretto da Paul Leni, pellicola che tra le altre cose ha ispirato Bob Kane & Co. per la creazione del villain più amato dell’universo fumettistico, il Joker), Winfried sembra voler uscire di tanto in tanto da se stesso per fuggire dalla monotonia e dalla mortalità di una vita che si avvia gradualmente verso la fine. È sempre stato così votato alla goliardia? È diventato così nel tempo? Il suo “gemello” Toni Erdmann prende sempre di più il sopravvento su di lui, ma è un bene per se stesso e per chi gli sta intorno.

Certo, tra grattugie, parrucche, petofoni, manette e pelosi kukeri bulgari, il buon Winfried / Toni fatica ad essere compreso da chiunque gli sia vicino, in particolar modo proprio da Ines, la quale viene dipinta come una persona non priva di lati oscuri (consumatrice occasionale di cocaina e fredda tagliatrice di teste all’interno della società per cui lavora), che tuttavia sta bene nel vicolo cieco al fondo del quale si è andata a mettere tutta da sola. Gli strambi e manifesti comportamenti del padre sono forse più riprovevoli degli atteggiamenti di sua figlia? Forse che in un mondo come questo, posto che sia mai stato possibile farlo, non può più calare su nessuno l’ombra di una qualche moralità? Ciò che alla fine rimane, o sotto la luce o nel buio, sono quei momenti di vita che significano tutto: i pochi istanti in cui si riesce a stare davvero bene e che col tempo saranno l’unica cosa che rimarrà nei ricordi.

Invece, cosa potrà mai rimanere di Toni Erdmann nell’annunciato rifacimento hollywoodiano? Jack Nicholson nel ruolo del padre e Kristen Wiig nei panni della figlia? Ci sarà ancora spazio per la scena dei pasticcini nella stanza d’hotel? E per il naked party da Ines? Sulla sceneggiatura si sta già abbassando la mannaia dei censori per dare forma ad un film privo dell’ampio respiro dell’originale (due ore e quaranta minuti di durata), pieno più di buoni sentimenti che di stranezze perché lasciare spazio alla confusione non va bene, e che possa far vincere a Jack Nicholson un quarto premio Oscar in modo tale che possa battere Daniel Day-Lewis, rendendo felici tutte quelle persone sparse per il globo che vivono e stravedono per tutto ciò che si basa sulla competizione.

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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