Berlinale67: intervista a Yance Ford, regista di Strong Island

Di Strong Island vi abbiamo già parlato (QUI) durante la nostra permanenza alla Berlinale di quest’anno. Con i migliori auspici che il documentario possa avere il successo che merita (pare che Netflix si occuperà della sua distribuzione in autunno), condividiamo con voi l’intervista che abbiamo fatto a Yance Ford, regista di questo straordinario lavoro.

Ciao Yance, quali sono state le tue sensazioni dopo aver finito di montare “Strong Island”, quando il tuo film documentario è stato a tutti gli effetti completato?

Mi trovavo a Copenhagen, dove ho passato gran parte del 2016 a lavorare con le persone della produzione di Strong Island. Abbiamo passato molto tempo a decidere la struttura del documentario, la sua storia e complessivamente è stato un processo molto difficile. Di ritorno a New York sapevo che ci sarebbe stato ancora bisogno di una fase di post-produzione, ma Strong Island era completo e con me, in un hard disk. Onestamente non sapevo cosa provare in quel momento perché questo lavoro è costato così tanta fatica e dedizione da parte di così tanta gente che quando il documentario era pronto quasi non potevo crederci e ho realizzato che era così solo all’aeroporto JFK di New York. Lì ho fatto una cosa molto alla James Bond: sono salito su un taxi e, invece che andare dritto a casa, ho detto al taxista di andare alla casa della montatrice del film a cui dovevo lasciare questo hard disk da 20 terabyte. Saranno state le dieci o le undici di sera, lei è scesa da casa sua e le ho sporto questo hard disk con fare molto formale. Il taxista deve aver pensato di assistere a qualche illecito scambio d’informazioni provenienti da chissà dove [Solo dopo l’intervista ho scoperto che Yance Ford compare nei ringraziamenti di “Citizenfour”, il documentario sull’informatico ed ex tecnico della CIA Edward Snowden, NdR]. Solo dopo che ho consegnato il documentario ho sentito di avere veramente finito il lavoro su Strong Island ed è stato una sensazione bellissima.

Uno degli aspetti che più mi ha colpito riguarda il rapporto con tua madre che hai mostrato in “Strong Island”. Sia mia madre sia la tua hanno lavorato come insegnanti e come presidi di una scuola e quindi so quanto fondamentale possa essere l’educazione impartita da una figura di questo genere. Tutto ciò quanto è stato importante per la tua formazione?

I miei genitori mi hanno sempre detto che, fino a quando non avessi finito il mio percorso di studi, l’unico lavoro che dovevo fare era di andare a scuola e che quindi non dovevo pensare a cercarmi dei lavoretti saltuari solo per mettermi da parte qualche soldo extra perché sarebbe stata solo una distrazione. Mio padre non ebbe l’opportunità e la possibilità di andare al college e finì con il lavorare sottoterra nella metropolitana di New York per venticinque anni solo per far sì che alla nostra famiglia non mancasse niente e che noi figli potessimo continuare a studiare. Mia nonna materna invece, rimasta vedova quando mia mamma aveva solo due anni, lavorò strappando tabacco dalla mattina alla sera e riuscì a tirare su tre figlie che poi lavorarono come insegnanti e una come infermiera. Penso quindi che l’importanza che mia madre ha dato alla mia educazione e a quella dei nostri fratelli fosse dovuta a quella che le era stata impartita a sua volta da mia nonna. I miei genitori hanno quindi sempre insistito che l’educazione fosse l’unica chiave che potesse permettere a noi afroamericani e agli immigrati di poter “salire di livello” nella scala sociale, superando le barriere razziali. I miei genitori non sono mai stati ricchi, ma hanno potuto darci un’educazione solida ed è stato il regalo più grande che potessimo ricevere.

Nel tuo lavoro, man mano che la storia procede anno dopo anno, si può notare anche una parallela evoluzione delle canzoni nel corso del secolo scorso: si parte dal jazz e si finisce con il rap, passando per il rock e il blues.

Il pezzo jazz che ho scelto per fare da accompagnamento musicale nel momento in cui racconto del loro spostamento a New York è stato usato per mostrare quanto la città fosse sofisticata all’epoca e quanto ciò volesse dire anche per loro diventare più sofisticati, nei primi anni ’60 quello era veramente un mondo cosmopolita al massimo. Per quanto riguarda il brano di Ray Charles, si tratta della colonna sonora della mia infanzia quando a casa ascoltavo tutto ciò che piaceva ai miei genitori. All’epoca tutti sentivano i Beatles e i Rolling Stones, ma io li ho scoperti solo più tardi, in anni recenti.

Hai deciso di fare questo documentario per raccontare la storia di tuo fratello, della tua famiglia, quasi come processo catartico. L’hai fatto anche con la speranza che il caso d’omicidio potesse essere riaperto?

Non ho interesse dell’assassino di mio fratello. In Strong Island lui non viene mostrato e questo non è casuale. È un film su di me e sulla mia famiglia, ma soprattutto sul fatto che mio fratello sia stato brutalmente ucciso e non sia mai stata fatta giustizia. Per motivi legali il caso non può essere riaperto e tutti i documenti sull’indagine sono sigillati, non ho potuto vederli. Con questo documentario, ho voluto mostrare al pubblico di oggi quanto facile fosse facile, tanto negli anni ’90 quanto negli anni ’70, uccidere una persona di colore e farla franca. Nel fare questo voglio interrogare le paure del pubblico, con cui voglio instaurare un dialogo diretto attraverso Strong Island.

Facciamo finta per un attimo che tu non abbia trovato nessun produttore pronto a finanziare questo tuo progetto. In una situazione come questa, avresti girato comunque il tuo documentario in maniera indipendente e autoprodotta?

Appena ho ricevuto i primi soldi ho comprato due videocamere perché se non ne avessi ricevuti altri, avrei sempre potuto girare Strong Island. Per fortuna non è andata così e addirittura alla fine ho avuto molti più finanziamenti di quanto inizialmente avevo previsto o sperato.

Il tuo documentario è unico nel suo genere perché non ha a che fare con la ricerca della giustizia o sul provare l’innocenza di qualcuno, come per esempio la serie tv Netflix “Making a Murderer” o quella HBO “The Night Of”, ma si tratta di un’indagine sul vuoto e sulla sensazione d’impotenza con la quale bisogna imparare a convivere. È palese che tu non abbia avuto alcuna influenza di altri documentari dal punto di vista narrativo, ma per quanto riguarda invece lo stile utilizzato hai trovato ispirazione in qualche lavoro fatto da altri?

Non ho visto le serie tv che hai menzionato e neanche quella su O. J. Simpson perché ho dedicato gli ultimi anni a lavorare così intensamente a Strong Island, che non ho avuto l’esigenza di riempire la mia testa con altri input. Ho smesso di vedere documentari. Per Strong Island, ho riportato alla mente ciò che mi piaceva di più quando studiavo le forme d’arte a scuola, in particolar modo le fotografie di William Eggleston, ma ho letto anche molti classici greci come la tragedia Orestea. Ho un background da fotografo e col tempo ho imparato ad apprezzare anche le immagini in movimento. Sono molto interessato alla bellezza formale delle immagini. Per quanto riguarda il cinema, ho imparato molto dal regista giapponese Yasujiro Ozu soprattutto per le sue inquadrature a camera fissa di corridoio o strade dove passano persone, entrano ed escono da porte. L’idea di mantenere statica l’immagine e di mostrare movimento all’interno della “cornice” mi ha interessato per due motivi: perché una storia emotivamente così forte ha bisogno di stabilità estetica e inoltre perché ciò è abbastanza raro nella cinematografia degli afroamericani. C’è molta potenza nella semplicità.

(Intervista a Yance Ford condotta da Simone Tarditi in data 13/02/2017 presso l’hotel Scandic Berlin Potsdamer Platz. Un ringraziamento particolare a Elysabeth François per aver permesso quest’incontro)

Simone Tarditi

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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