Ghost In The Shell, una fiaba cyberpunk

Si dice che i fratelli Wachowski, oggi sorelle, quando arrivarono un paio di anni prima del 1999 nella sede Warner Bros, si presentarono con molte idee e pochi fogli scritti per il loro futuro Matrix. Su uno di questi, capeggiava una dicitura ovvero “qualcosa di simile a Ghost in the Shell”.

Non è questa la sede per parlarvi del manga e dei film d’animazione omonimi, ma se siete anche leggermente svezzati al mondo della cultura pop orientale avrete sicuramente sentito parlare di Ghost in the Shell, o magari, conoscete perfettamente tutto quel mondo.
Quando circa dieci anni fa Spielberg acquisì i diritti di sfruttamento cinematografici, molti erano perplessi, taluni gridavano all’eresia: Hollywood non avrebbe avuto i mezzi o la delicatezza di trattare i temi con cui l’opera di era distinta. Passano gli anni, il progetto cade, passa in altre mani, poi neanche due anni fa, tutto riprende vita con regista, sceneggiatori e attrice – Scarlett Johansson – tutti pronti a partire.
A dispetto di quanto si è detto nel web nel corso di questa lunga attesa, il risultato è stato molto più che soddisfacente. Una premessa è necessaria perché molti, per pigrizia o per fandom nazista, omette: è praticamente impossibile aspettarsi una fedeltà al dettaglio. Chi la sperava è solo uno sciocco, un illuso o semplicemente ancora non ha capito i meccanismi produttivi di un film, in special modo in quel di Hollywood.

Rupert Sanders che veniva dal non esaltante Biancaneve e il Cacciatore, era una scelta non delle più felici, ma c’è sempre modo per rimediare e dimostrare di saper essere, se non un ottimo regista, almeno bravi per quel che si viene pagati. Parentesi ipoteticamente inutile ma necessaria perché Sanders sorprende, non con una regia squattrinata ma molto curata. Siamo lontani dai liti prettamente action, anzi, in molte, tantissime occasioni, il film respira. Con questo vocabolo si intende quella voglia di rallentare il ritmo, entrare in empatia con la città – un mix tra un ghetto orientale e i vapori e le luci di Blade Runner – e con la protagonista, assieme ai suoi dubbi. Tutto improvvisamente prende una forma quasi da fiaba, accompagnare la sventura Scarlett – alias, il Maggiore – alla ricerca della sua vita precedente e quindi, la verità.
Parlando di futuro e cyberpunk era inevitabile e anche grande delizia dell’intero film: la resa estetica è una delle più suggestive degli ultimi anni, non tanto per delle innovazioni ma per fondere perfettamente un’identità molto anni ’80 con tutte le liberatorie di un futuro fatto di androidi e innesti cibernetici. Suggestivo e raffinato, magari non dei più originali, ma si mescola perfettamente con le azioni della nostra protagonista.

Se proprio c’è da trovare un difetto, questo è nella sceneggiatura e forse, era dove tutti si aspettavano delle difficoltà: gli stravolgimenti narrativi dall’opera originale sono evidenti, alcune novità sono anche molto coraggiose, incrementano lo scheletro narrativo, o lo Shell per rimanere in tema, di tutto il film, ma altri aspetti sono molto deficitari. I personaggi, in particolari tutti i co-primari, non hanno nessuna spina dorsale, si riducono a macchiette, quasi comparse a sostegno delle azioni del Maggiore. In particolare quello che ci viene presentato inizialmente come nemico, Kuze, interpretato da Michael Pitt, esteticamente perfetto, accattivante, quasi poetico, ma relegato a qualche piccola apparizione e mai veramente esplosivo, nonostante risulti essere, dopo il Maggiore, il personaggio più intrigante da scoprire e con sfumature.
Ghost in the Shell non è il disastro a cui il web faceva riferimento per tutto questo tempo, certo, per tornare alle parole spese sopra, bisogna capire che tipo di pubblico si approccia all’opera: estremisti fedeli all’opera originale sicuramente non lo apprezzeranno, chi non conosce Ghost in the Shell, potrà trovare interessante il film e trovare stimolo per recuperare gli originali orientali e per chi cerca un intrattenimento al di sopra della media, anche per temi trattati, può trovare una consolazione parecchio entusiasmante.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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