Power Rangers, it’s morphin time?

Ancor più della classica pantomima su quanto sia bravo Nolan – pensiero che chiunque abbia a cuore il buon cinema, deve abbracciare – colui che è riuscito a percepire il vero significato del suo Batman e riproporlo in un’ottica ancor più intima e popolare è stato il bistrattato Josh Trank, inizialmente con quel capolavoro che porta il nome di Chronicle, poi – per quel che è riuscito a girare – il massacrato Fantastic 4, reboot degli eroi Marvel in mano alla Fox.
Chronicle era esattamente la rappresentazione di quel pensiero che tutti avevamo in testa, balenatoci cinematograficamente quando abbiamo visto il Peter Parker di Sam Raimi: usare un costume ridicolo, fatto in casa e usare i propri poteri per scopi futili, quali fare soldi facili, comprare una macchina per farci salire la bella Mary Jane. Niente di più semplice, adolescenziale o sessualmente appagante.
Ma in virtù di tutto, ricordiamo, c’è stato Nolan che ha dimostrato – forse ancor prima il già citato Raimi – come la forza di un supereroe è nella persona che c’è dietro la maschera e non la maschera stessa – sì Marvel Studios, parlo con voi – quindi, unico mezzo di maggiore empatia è raccontarci cosa frulla in testa a Peter Parker, Bruce Wayne o Bruce Banner, nel clamoroso Hulk di Ang Lee, ingiustamente distrutto dai fan perché “Hulk deve spaccare, non farsi domanda esistenziali”. Ecco il motivo per cui un genere, comunque di grande successo commerciale, perde ogni tipo di interesse o qualità dopo poco tempo. In fin dei conti, sono pochi i cinecomics che si ricordano, non tanto per l’autorialità che c’è dietro, quanto un semplicistico concetto che le major sembra non aver ancora compreso: oltre alle botte e le esplosioni, noi vogliamo sapere anche dell’uomo dietro la maschera. Rendi umano l’eroe e lo avvicinerai a ogni tipo di pubblico.

Grazie Trank (e Landis jr.) per questo capolavoro immenso

Dopo questo grandissimo preambolo, cosa c’è da scrivere sul film dei Power Rangers? L’interesse collettivo si era leggermente alzato durante le prime fasi della promozione del film. Nuovamente sembrava di rivedere dai trailer qualcosa di simile a Chronicle – quanto diavolo ha cambiato il modo di intendere la genesi dell’eroe quel film, Josh Trank genio puro – e quindi non aspettarsi la classica puntata trash del serial anni ’90, ma un vero e proprio racconto di formazione su come diventare eroe e il sapiente uso dei poteri in nostro possesso.
Rivedendo una puntata random di una qualsiasi delle 19 (!) serie dei Power Rangers, oggi con la nostra età ed esperienza, rideremmo sardonicamente, questo perché possiamo facilmente accorgerci della povertà di mezzi, recitazione e qualità con cui venivano realizzate le puntate: tutine aderenti, combattimenti coreografati e modellini in plastica delle città distrutti da persone vestiti da MegaZord – lavoro fantastico il loro – e struttura narrativa pressoché identica per tutte le puntate: Power Rangers attaccati dai nemici, recupero delle energie, combattimento, falsa sconfitta del cattivone, mega mostro gigante, Zord, MegaZord e titoli di coda.

Quindi cosa aspettarci da questo, ufficialmente, secondo film al cinema dedicato ai Power Rangers, nonostante una campagna promozionale che sembrava promettere una rilettura più intima? Esattamente nulla di questo.

A dispetto di un altro tipo di prodotto a cui potremmo urlare a campagne marketing false, vedi quella su Passengers che vendeva il film come storia con un risvolto misterioso da scoprire alla fine, invece era il classico melò con ‘naturale’ malfunzionamento della navicella, dobbiamo rassegnarci all’idea che il concept di base sono dei ragazzi adolescenti che acquisiscono poteri sovrumani, che parlano con un robot e una sorta di entità che si manifesta su schermo e devono respingere i piani malvagi di una strega intergalattica. Nonostante il buon Gatins alla sceneggiatura, che si è dimostrato una penna raffinata quando vuole, tipo con Flight con Denzel Washington, il materiale di partenza è così strettamente nerd che cercare di attualizzarlo era praticamente impossibile. Meglio quindi l’idea di un restyling completo, qualche introduzione narrativa azzeccata, quali le vere origini del nemico Rita Repulsa che per spoiler non scriviamo ma vi basta vedere il colore della sua ‘armatura’ per intuirne le origini e truccare Bryan Cranston da alieno per qualche minuto e spararli entrambi 65 milioni di anni fa per rileggere gli eventi che posero fine all’era mesozoica. Tutto molto bello, nel migliore dei modi. Con un incipit del genere era facile aspettarsi qualcosa di veramente intrigante, ma la mediocrità era dietro l’angolo e alla fine il prodotto è quello che tutti temevamo/speravamo fosse. Connotazione negativa e positiva a coesistere perché a fine visione, quel che balena in testa è proprio l’operazione commerciale palesemente nostalgica, con un film che sì, cerca di vendersi ad un pubblico nuovo e giovane, ma guarda anche a quella fetta di nostalgici riproponendo proprio con fedeltà le superficialità e gli elementi che hanno reso caratterista la serie, che ormai ci accompagna da ben due decadi.

La ricerca di qualcosa di nuovo quindi si ferma nei primissimi minuti del film, per poi proporci il solito già visto e quindi tutto può avere una connotazione sia positiva – per i più nerd o geek o alla ricerca di trash facile – che negativa – per chi voleva qualcosa di più serio, attuale o intimo – ma al di fuori di questo c’è un piccolo fattore che porta il film a inclinarsi verso il punto negativo: la durata.

Al netto delle critiche sterili che comprendono parole quali lento, noioso, e simili, anche quel famoso “avrei tolto una mezz’ora in più” risulta sempre inutile al fine di un’analisi ma mai riesce a trovare una connotazione più attuale e perfetta come in questo film che si può riassumere nella seguente frase: in 124 minuti di film, l’azione avviene solo dopo ben 100 minuti.
In questi 100 minuti cosa troviamo esattamente? Quel che temevamo, una lunghissima piaga sociale su questi cinque giovani eroi, reietti, considerati scarto della società, che devono realizzare il loro percorso per diventare eroi, tutto giocato sull’ottenimento dell’armatura, che tarderà ad arrivare per motivi di unione del gruppo. Il film quindi perde ulteriore fascino proprio nel proporci per più di 100 minuti il solito racconto dell’eroe spigoloso che deve piegarsi per il bene comune. Difetto in tutto questo? È quanto di più abusato e già visto al cinema, con una messa in scena – e su carta – talmente vicino alla banalità e così povero di vocaboli che l’irritazione è dietro l’angolo.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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