The Discovery – La Scoperta, fede per la scienza e fiducia per l’aldilà

The Discovery si apre con l’immagine di Thomas Harbor (Robert Redford) sullo schermo di un televisore durante un’intervista. Lo scienziato, dopo aver dedicato la sua vita a questo progetto, sembra aver finalmente provato l’esistenza dell’aldilà, provocando di riflesso un’ecatombe di esseri umani che da mesi e mesi si stanno suicidando per raggiungere tale luogo. Di fatto, il film ci mostra fin dal primo frame qualcosa che non è reale: una figura umana dentro la cornice di un monitor, non la vera persona, ma una configurazione virtuale di essa.
Procedendo per accumulo in una direzione che mira alla complessità (ma mai troppa) di diversi piani su cui si muoverebbe la storyline, The Discovery parla del conflitto tra realtà e l’oltre, tra vita terrena e qualcosa di ulteriore e di diverso. Ad un certo punto del film, viene espresso un concetto fondamentale: lo scienziato, e in fondo tutta l’umanità, cerca dei significati nella vita e quando non trova nulla, li crea. Rispondendo a questo criterio, Will Harbor (Jason Segel, che dopo The End of the Tour sembra aver inaugurato una nuova e più convincente fase della sua carriera), figlio di Thomas e uomo di scienza a sua volta, torna a casa ufficialmente per impedire al padre di continuare le sue ricerche sull’aldilà perché stanno procurando una strage d’individui, circa 4 milioni di morti in pochi mesi, salvo poi proseguire e portare all’estreme conseguenza quegli stessi studi.

Will è uno che s’interroga molto sul senso di tutta quella situazione, si fa domande senza possibilità di risposte e rimane sconfortato e, per certi versi, smarrito in quel caos sociale (emblematica l’inquadratura che lo vede in piedi in un porto, harbor per l’appunto, e dietro di lui svetta un pilone piantato in mare con un “7” verniciato sopra che sembra tanto un “?”). La Morte non ha spiegazioni e costituisce uno dei grandi interrogativi dell’esistenza, neppure la fantomatica scoperta di un macchinario in grado di vedere cosa c’è dopo la vita può impedire una riflessione su cosa significhi morire. Quello che si può notare, tanto in The Discovery quanto nel mondo d’oggi, è il dialogo sulla Morte con modalità totalmente scevre di emozioni: è come se si fosse sconfitto il timore di essa, come se non la si temesse più, basti pensare a tutti i dialoghi che introducono il personaggio di Isla (Rooney Mara).
Netflix sembra non volersi porre limiti su che genere di prodotti offrire al suo pubblico ed è il segno sempre più chiaro di una svolta legata alla creazione d’intrattenimento, dove la distanza tra prodotti televisivi e cinematografici si accorcia sempre di più. In quello che è un film destinato per il pubblico di massa, apparentemente indistinto, si parla di sconforto nei confronti della vita, di suicidio, di morte violenta, di sette di disperati, di obitori zeppi di cadaveri privi d’identificazione, di depressione. Fino a qualche anno fa tutto ciò era impensabile, oggi è evidentemente lo spirito dei tempi. D’altronde, fosse anche solo per vivere su un piano esistenziale senza Trump, chi non ci farebbe un pensierino a passare dall’altra parte?
-Simone Tarditi

The Discovery, in una consistente percentuale, rappresenta la quintessenza di cosa volesse narrare il cinema di fantascienza a cavallo tra gli anni ’60 e ’70: l’uomo, il suo intimo, il rapporto simbolico della vita con la morte e la rinascita dell’individuo in altri piani esistenziali, magari proprio in un ambiente totalmente ostile, quale può essere lo spazio profondo (2001: Odissea nello spazio e il suo starchild o anche Solaris).
Come film indipendente e di fantascienza, The Discovery ne abbraccia ogni tratta caratteristico, cliché compresi.
Noto il tema, era logico aspettarsi un risvolto narrativo atto a dover investigare sulla reale esistenza di un aldilà, o come viene definito, un ulteriore piano di esistenza. Le indagini si fanno più articolate e meticolose nel momento in cui si preannuncia la possibilità di vedere con i nostri occhi cosa ci aspetta dopo la morte.
Personalmente, chi vorrebbe mai sapere tali nozioni? Se qualcuno venisse da voi con la promessa di dirvi il momento esatto della vostra morte, vorreste mai saperlo? A seconda della risposta, una cosa è certa: con tale informazione, il tempo che vi rimarrà a disposizione improvvisamente avrà un peso differente. Tale consapevolezza cambierà radicalmente il vostro approccio alla vita. L’esempio filmico è di base universale, persone con malattie terminali non avranno più paura della morte con la certezza di avere una ‘seconda possibilità’.
Si scava e si teorizza il fatto, si affrontano sentimenti – notevole che quando si parla di amore, si parla anche di morte – e si cerca un sano equilibrio all’interno anche di una setta che crede – nonostante la fede sia bandita – in questa profezia ormai concreta. Tutto questo mentre il mondo tende a perdere centinaia di vite ogni giorno, milioni di persone infelici o depresse che si affrettano per arrivare altrove. The Discovery sotto questo aspetto gioca con lo spettatore, lo porta a ragionare su diversi tanti punti senza dare una vera risposta, che d’altronde non cerchiamo, lasciandoci guidare dagli eventi. Simbolico il biondo platino di Rooney Mara che si aggira in questa location autunnale quasi a farsi notare come un faro nel grigio costante che abbraccia cielo e terra. Lo stesso faro che sarà Redford per i suoi adepti, tutte persone che hanno tentato il suicidio ma che si aggrappano a lui come nuovo leader carismatico per prepararsi al meglio a quello che verrà dopo.
Twist finale rivelatorio non necessario, che ha bisogno di una seconda visione per ricollegare tutti i pezzi e che nella sua confusione ha il grande pregio, che emerge dal film, di prendere una posizione, che si dimostra di grande valore umano. D’altronde film del genere si basano su domande e valori, elementi a cui ognuno guarda con occhi diversi, per via di esperienze, influenze e condizioni sociali e motivo per cui, la soluzione finale e la vera risposta all’arcano aldilà, spetta solo a noi.
-Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

You may also like...

Condivisioni